Virgilio, Eneide: Libro 08 - IL DIO TEVERE

Virgilio, Eneide: Libro 08 - IL DIO TEVERE

Latino: dall'autore Virgilio, opera Eneide parte Libro 08 - IL DIO TEVERE

huic deus ipse loci fluvio Tiberinus amoeno populeas inter senior se attollere frondes visus eum tenuis glauco velabat amictu carbasus, et crinis umbrosa tegebat harundo, tum sic adfari et curas his demere dictis: 'O sate gente deum, Troianam ex hostibus urbem qui revehis nobis aeternaque Pergama servas, exspectate solo Laurenti arvisque Latinis, hic tibi certa domus, certi ne absiste penates A lui lo stesso dio del luogo, il Tevere dal bel corso, sembrò alzarsi in mezzo ai rami di pioppo e lo velava di azzurro mantello il sottile lino e la canna ombrosa (ne) copriva i capelli, così parlava e con queste parole toglieva gli affanni: o nato da stirpe di dei, che ci riporti dai nemici la città troiana e conservi eterna Pergamo, atteso dal suolo di Laurento e dai campi latini, tu qui hai sicura la casa, sicuri, non coraggiarti, i penati
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iamque tibi, ne vana putes haec fingere somnum, litoreis ingens inventa sub ilicibus sus triginta capitum fetus enixa iacebit, alba solo recubans, albi circum ubera nati Ormai per te, non credere che il sonno crei questi fantasmi, trovata sotto le elci litoranee un'enorme scrofa giacerà, dopo aver partorito trenta piccoli, bianca, sdraiata al suolo, i piccoli attorno ai capezzoli, bianchi
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[hic locus urbis erit, requies ea certa laborum,] ex quo ter denis urbem redeuntibus annis Ascanius clari condet cognominis Albam [questo sarà il posto della città, quella la sicura quiete delle fatiche,] Da questo, ritornando tre volte dieci anni, Ascanio fonderà la città dal nome famoso: Alba
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