Livio, Ab urbe condita: Libro 30; 16 - 45, pag 4

Livio, Ab urbe condita: Libro 30; 16 - 45

Latino: dall'autore Livio, opera Ab urbe condita parte Libro 30; 16 - 45
Cn Lentulus consul cupiditate flagrabat provinciae Africae, seu bellum foret facilem victoriam, seu iam finiretur finiti tanti belli se consule gloriam petens

Negare itaque prius quicquam agi passurum quam sibi provincia Africa decreta esset, concedente collega, moderato viro et prudenti, qui gloriae eius certamen cum Scipione, praeterquam quod iniquum esset, etiam impar futurum cernebat

Q Minucius Thermus et M Acilius Glabrio tribuni plebis rem priore anno nequiquam temptatam ab Ti Claudio consule Cn Cornelium temptare aiebant: ex auctoritate patrum latum ad populum esse cuius vellent imperium in Africa esse; omnes quinque et triginta tribus P Scipioni id imperium decrevisse
Il console Cn Lentulo ardeva dal desiderio di vedersi assegnata la provincia d'Africa; egli, infatti, pensava che se, mentre egli era console, ci fosse stato ancora il conflitto, egli avrebbe avuto il merito di una facile vittoria; se, invece, fosse già finito, egli avrebbe potuto aspirare alla gloria di aver posto fine ad una guerra così immane

Affermava, pertanto, che non avrebbe tollerato che si prendesse qualsiasi deliberazione prima che fosse stata assegnata a lui la provincia d'Africa, d'altra parte il collega non si opponeva a lui come chi, essendo uomo moderato e prudente, vedeva che mettersi in gara con Scipione nella conquista di quella gloria, sarebbe stata una competizione di forze assolutamente impari, oltre che un atteggiamento ingiusto

I tribuni della plebe Q Minucìo Termo e Manio Acilio Glabrione dicevano che Cn Cornelio Lentulo tentava di fare quello che l'anno prima aveva tentato il console Tiberio Claudio: i senatori allora si appellarono al popolo perché scegliesse l'uomo a cui conferire il comando supremo in Africa; tutte le trentacinque tribù deliberarono di affidare quella carica a Scipione
Multis contentionibus et in senatu et ad populum acta res postremo eo deducta est ut senatui permitterent

Patres igitur iuratiita enim conveneratcensuerunt uti consules provincias inter se compararent sortirenturue uter Italiam, uter classem navium quinquaginta haberet; cui classis obvenisset in Siciliam navigaret; si pax cum Carthaginiensibus componi nequisset, in Africam traiceret; consul mari, Scipio eodem quo adhuc iure imperii terra rem gereret; si condiciones convenirent pacis, tribuni plebis populum rogarent utrum consulem an P Scipionem iuberent pacem dare et quem, si deportandus exercitus victor ex Africa esset, deportare

Si pacem per P Scipionem dari atque ab eodem exercitum deportari iussissent, ne consul ex Sicilia in Africam traiceret
Dopo molte contestazioni in senato e nelle assemblee del popolo, alla fine si stabilì di rimettere al senato ogni decisione

I senatori, allora, dopo aver prestato giuramento - come si era convenuto - deliberarono che i consoli si accordassero fra loro riguardo alle province o le sorteggiassero; uno dei due prendesse per sé l'Italia, l'altro una flotta di cinquanta navi; quello a cui fosse toccata in sorte la flotta, navigasse verso la Sicilia; se non si fosse potuta concludere la pace con Cartagine, passasse in Africa; il console avrebbe dovuto condurre la guerra per mare, Scipione per terra, con la stessa autorità della quale finora aveva goduto; se poi fossero intervenuti gli accordi per la pace, i tribuni della plebe avrebbero dovuto chiedere al popolo se intendeva che la pace fosse dettata dal console o da Scipione e quale dei due voleva che riconducesse a Roma dall'Africa l'esercito vincitore, se si riteneva opportuno di farlo

Se il popolo avesse stabilito che fosse Scipione a trattare la pace e che egli stesso dovesse ricondurre l'esercito a Roma, il console non avrebbe dovuto passare dalla Sicilia in Africa
Alter consul cui Italia evenisset duas legiones a M Sextio praetore acciperet

[41] P Scipioni cum exercitibus quos haberet in provincia Africa prorogatum imperium

Praetoribus M Valerio Faltoni duae legiones in Bruttiis quibus C Livius priore anno praefuerat decretaeP Aelius [praetor] duas legiones in Sicilia ab Cn Tremelio acciperet, legio una M Fabio in Sardiniam quam P Lentulus pro praetore habuisset decernitur

M Servilio prioris anni consuli cum suis duabus item legionibus in Etruria prorogatum imperium est
L'altro console, a cui fosse toccata in sorte l'Italia, avrebbe dovuto ricevere dal pretore M Sestio due legioni

[41] A P Scipione fu prorogato il comando nella provincia d'Africa con quegli eserciti di cui già disponeva

Al pretore M Valerio Faltone furono assegnate nel Bruzzio due legioni che nell'anno precedente erano state comandate da C Livio-il pretore P Elio doveva ricevere in Sicilia due legioni da Cn Tremellione, A M Fabio fu assegnata in Sardegna una sola legione, che P Lentulo aveva comandato come pretore

A M Servilio console dell'anno precedente fu per un anno prorogato in Etruria il comando con le due legioni che già aveva

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Livio, Ab urbe condita: Libro 23; 01-10

Latino: dall'autore Livio, opera Ab urbe condita parte Libro 23; 01-10

Quod ad Hispanias attineret, aliquot annos iam ibi L Cornelium Lentulum et L Manlium Acidinum esse; uti consules cum tribunis agerent ut si iis videretur plebem rogarent cui iuberent in Hispania imperium esse; is ex duobus exercitibus in unam legionem conscriberet Romanos milites et in quindecim cohortes socios Latini nominis, quibus provinciam obtineret; veteres milites L Cornelius et L Manlius in Italiam deportarent

Consuli quinquaginta navium classis ex duabus classibus, Cn Octavi quae in Africa esset, et P Villi quae Siciliae oram tuebatur, decreta, ut quas vellet naves deligeret
Per quanto riguardava la Spagna, poiché per alcuni anni vi erano stati là L Cornelio Lentulo e L Manlio Acidino, si stabilì che i consoli si accordassero coi tribuni perché questi, se lo credevano necessario, interrrogassero il popolo per sapere a chi intendeva conferire il comando in Spagna; costui avrebbe dovuto arruolare i soldati romani scegliendoli dai due eserciti e costituendo così una sola legione e formare quindici coorti di alleati latini, coi quali occupare la provincia; L Cornelio e L Manlio dovevano poi far rientrare con loro in Italia i veterani

Fu inoltre assegnata al console una flotta di cinquanta navi, scelte a suo piacimento dalle due flotte, l'una di Cn Ottavio, che era in Africa, l'altra di P Villio, che difendeva il litorale della Sicilia
P Scipio quadraginta naves longas quas habuisset haberet; quibus si Cn Octavium, sicut praefuisset, praeesse vellet, Octavio pro praetore in eum annum imperium esset; si Laelium praeficeret, Octavius Romam decederet reduceretque naves quibus consuli usus non esset

Et M Fabio in Sardiniam decem longae naves decretae

Et consules duas urbanas legiones scribere iussi, ut quattuordecim legionibus eo anno centum navibus longis res publica administraretur

[42] Tum de legatis Philippi et Carthaginiensium actum

Priores Macedonas introduci placuit; quorum varia oratio fuit
P Scipione poteva tenere le quaranta navi da guerra che aveva già avuto; se voleva che a capo di quelle fosse Cn Ottavio, come nel passato, per quell'anno sarebbe stato prorogato a Cn Ottavio il comando come propretore; se invece, Scipione preferisse come ammiraglio C Lelio, allora Ottavio avrebbe dovuto ritornare a Roma e ricondurvi quelle navi che non servivano al console

Anche a M Fabio furono assegnate per la Sardegna dieci navi da guerra

I consoli ricevettero l'ordine di arruolare due legioni urbane in modo che la repubblica in quell'anno fosse presidiata da quattordici legioni e da cento navi da guerra

[42] In seguito si trattò delle due legazioni, una di Filippo, l'altra dei Cartaginesi

Fu deciso di introdurre in senato per primi gli ambasciatori macedoni; il discorso che essi fecero ebbe diversi aspetti

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Partim purgantium quae questi erant missi ad regem ab Roma legati de populatione sociorum, partim ultro accusantium quidem et socios populi Romani sed multo infestius M Aurelium, quem ex tribus ad se missis legatis dilectu habito substitisse et se bello lacessisse contra foedus et saepe cum praefectis suis signis conlatis pugnasse, postulantium ut Macedones duxque eorum Sopater, qui apud Hannibalem mercede militassent, tum capti in vinclis essent, sibi restituerentur Poiché da un lato essi vollero scolparsi per le lagnanze fatte al re dagli ambasciatori romani circa le devastazioni compiute dai Macedoni nelle terre degli alleati di Roma, dall'altro, invece, presero ad accusare direttamente gli alleati del popolo romano ma con molto maggiore asprezza si scagliarono contro M Aurelio, uno dei tre ambasciatori, che, compiuti gli arruolamenti, si era fermato presso gli alleati ed aveva provocato alla guerra violando il trattato e spesso aveva ingaggiato battaglie contro i loro comandanti, chiedevano, inoltre, che fossero a loro restituiti i Macedoni e il loro capo Sopatro, che avevano militato dalla parte di Annibale come mercenari e che si trovavano prigionieri dei Romani
Adversus ea M Furius, missus ad id ipsum ab Aurelio ex Macedonia, disseruit Aurelium relictum ne socii populi Romani fessi populationibus vi atque iniuria ad regem deficerent; finibus sociorum non excessisse; dedisse operam ne impune in agros eorum populatores transcenderent

Sopatrum ex purpuratis et propinquis regis esse; eum cum quattuor milibus Macedonum et pecunia missum nuper in Africam esse Hannibali et Carthaginiensibus auxilio
Contro queste affermazioni si levò a protestare M Furio, che proprio a questo fine dalla Macedonia era stato mandato a Roma da Aurelio e che dichiarò che Aurelio era stato là perché gli alleati del popolo romano, stanchi dei saccheggi e delle offese, non passassero dalla parte di Filippo, Aurelio non era uscito dai territori degli alleati; aveva, invece, cercato di opporsi a che i Macedoni saccheggiatori non passassero impunemente a devastare i campi degli alleati di Roma

Sopatro era uno dei dignitari e dei parenti del re; con quattromila soldati macedoni e con una somma di denaro era stato poco prima mandato in Africa in aiuto di Annibale e dei Cartaginesi

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De his rebus interrogati Macedones cum perplexe responderent, neq ipsi mite responsum tulerunt: bellum quaerere regem et si pergat propediem inventurum; dupliciter ab eo foedus violatum et quod sociis populi Romani iniurias fecerit ac bello armisque lacessiverit, et quod hostes auxiliis et pecunia iuverit

Et P Scipionem recte atque ordine fecisse videri et facere quod eos qui arma contra populum Romanum ferentes capti sint hostium numero in vinclis habeat, et M Aurelium e re publica facere gratumque id senatui esse quod socios populi Romani, quando iure foederis non possit, armis tueatur

Cum hoc tam tristi responso dimissis Macedonibus, legati Carthaginienses vocati
Quando gli ambasciatori macedoni furono interrogati intorno a quelle dichiarazioni risposero in modo ambiguo, ma ebbero in risposta parole chiare per nulla simili alle loro: Col suo modo di agire il re cercava la guerra e se avesse continuato su quella strada, l'avrebbe ben presto trovata; per ben due volte egli aveva violato il trattato e per il fatto che aveva recato offesa agli alleati del popolo romano e li aveva provocati con la guerra e con le armi e perché aveva aiutato con denaro e con soldati i nemici di Roma

P Scipione aveva agito ed agiva ora in perfetta regola quando teneva incarcerati come nemici coloro che erano stati fatti prigionieri nell'atto di portare le armi contro il popolo romano e M Aurelio, dal canto suo, si era comportato secondo gli interessi dello stato, riscuotendo così l'approvazione del senato, perché aveva difeso con le armi gli alleati del popolo romano, quando non erano più valide le clausole del trattato

Dopo aver congedato i Macedoni con questa dura risposta, il senato chiamò al suo cospetto gli ambasciatori cartaginesi
Quorum aetatibus dignitatibusque conspectisnam longe primi civitatis eranttum pro se quisque dicere vere de pace agi

Insignis tamen inter ceteros Hasdrubal eratHaedum populares cognomine appellabant, pacis semper auctor adversusque factioni Barcinae

Eo tum plus illi auctoritatis fuit belli culpam in paucorum cupiditatem ab re publica transferenti
Considerando la loro età e la loro autorità - poiché essi erano i cittadini più ragguardevoli - ciascuno diceva a se stesso che questa volta le trattative per la pace sarebbero state veramente serie

Fra tutti il più autorevole era certamente quell'Asdrubale - che i suoi connazionali avevano soprannominato il Capro -, e che era sempre stato fautore della pace contro la fazione dei Barca

Appunto per questo fatto veniva a lui una maggiore autorità quando attribuiva la colpa della guerra alla cupidigia di pochi e non a tutta la nazione

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Qui cum varia oratione usus esset, nunc purgando crimina, nunc quaedam fatendo ne impudenter certa negantibus difficilior venia esset, nunc monendo etiam patres conscriptos ut rebus secundis modeste ac moderate uterentursi se atque Hannonem audissent Carthaginienses et tempore uti volvissent, daturos fuisse pacis condiciones quas tunc peterent; raro simul hominibus bonam fortunam bonamque mentem dari; populum Romanum eo invictum esse quod in secundis rebus sapere et consulere meminerit; et hercule mirandum fuisse si aliter faceret; ex insolentia quibus nova bona fortuna sit impotentes laetitiae insanire: populo Romano usitata ac prope iam obsoleta ex victoria gaudia esse ac plus paene parcendo victis quam vincendo imperium auxisse ceterorum miserabilior oratio fuit, commemorantium ex quantis opibus quo reccidissent Carthaginiensium res: nihil iis qui modo orbem prope terrarum obtinuerint armis superesse praeter Carthaginis moenia; his inclusos, non terra non mari quicquam sui iuris cernere; urbem quoque ipsam ac penates ita habituros si non in ea quoque, quo nihil ulterius sit, saevire populus Romanus velit Egli diede al suo discorso una varietà di tono, ora giustificando certe colpe, ora ammettendone altre, poiché, se si fosse sfacciatamente negata l'esistenza di fatti realmente accaduti, il perdono sarebbe stato più difficile, esortava anche i senatori ad approfittare con moderazione e senso della misura delle circostanze fortunate, affermando che - se i Cartaginesi avessero ascoltato lui ed Annone ed avessero saputo cogliere il momento favorevole, avrebbero dettato quelle stesse condizioni di pace che ora chiedevano ai Romani; raramente agli uomini sono concesse nello stesso tempo la felicità della fortuna e la saggezza dei propositi; in questo il popolo romano fu invincibile, perché nei momenti favorevoli ebbe sempre presente la necessità di prendere deliberazioni sagge ed avvedute; sarebbe stato, per Ercole, veramente da stupirsi se si fosse comportato altrimenti; coloro, invece, che non sono avvezzi al favore della sorte, quando questa arride per la prima volta, perdono la testa per non saper frenare la loro gioia: per il popolo romano, invece, la conquista di una vittoria è ormai cosa abituale e direi quasi superata essi, infatti, hanno ingrandito il loro dominio quasi più usando la clemenza verso i vinti che vincendo - le parole degli altri oratori furono più compassionevoli, essi, infatti, si limitarono a ricordare lo stato miserando in cui Cartagine era caduta da tanta potenza: null'altro era rimasto che le mura di Cartagine a coloro che fino a quel momento avevano dominato con le armi quasi tutto il mondo; chiusi entro quelle mura non scorgevano luogo alcuno né per terra né per mare che fosse sotto la loro giurisdizione; avrebbero potuto conservare la città e gli dei penati, poiché più di questo null'altro a loro rimaneva, se il popolo romano avesse rinunciato ad incrudelire anche contro di essi

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