Virgilio, Eneide: Libro 02 - L’OMBRA DI ETTORE

Virgilio, Eneide: Libro 02 - L’OMBRA DI ETTORE

Latino: dall'autore Virgilio, opera Eneide parte Libro 02 - L’OMBRA DI ETTORE

Tempus erat quo prima quies mortalibus aegris incipit et dono divum gratissima serpit Era il tempo in cui per gli stanchi mortali il primo sonno comincia e serpeggia graditissimo per dono degli dei
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in somnis, ecce, ante oculos maestissimus Hector visus adesse mihi largosque effundere fletus, raptatus bigis ut quondam, aterque cruento pulvere perque pedes traiectus lora tumentis Nei sogni, ecco, davanti agli occhi mi sembrò presentarsi Ettore mestissimo e versare larghi pianti , come quando strappato dalle bighe e nero di cruenta polvere e trafitto nei piedi gonfi per le cinghie
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ei mihi, qualis erat, quantum mutatus ab illo Hectore qui redit exuvias indutus Achilli vel Danaum Phrygios iaculatus puppibus ignis Ahimè, qual era, quanto mutato da quell'Ettore che ritorna rivestito delle spoglie d'Achille o dopo aver gettato fuochi frigi sulle poppe dei Danai
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squalentem barbam et concretos sanguine crinis vulneraque illa gerens, quae circum plurima muros accepit patrios portando una barba incolta e capelli uinzuppati di sangue e quelle ferite, che numerosissime ricevette attorno alle mura patrie
ultro flens ipse videbar compellare virum et maestas expromere voces: 'o lux Dardaniae, spes o fidissima Teucrum, quae tantae tenuere morae Inoltre mi sembrava che io piangendo chiamassi l'eroe ed esprimessi angosciose frasi: O luce dei Dardania, o sicurissima speranza dei Teucri, quali sì lunghi indugi ti trattennero
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quibus Hector ab oris exspectate venis Da quali spiagge vieni, o aspettato Ettore
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ut te post multa tuorum funera, post varios hominumque urbisque labores defessi aspicimus come ti vediamo dopo molte mortidei tuoi, dopo vari affanni di uomini e della città,noi stanchi
quae causa indigna serenos foedavit vultus Quale indegna causa macchiòle fattezze serene
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aut cur haec vulnera cerno o percchè scorgo queste ferite
' ille nihil, nec me quaerentem vana moratur, sed graviter gemitus imo de pectore ducens, 'heu fuge, nate dea, teque his' ait 'eripe flammis Egli nulla, nè aspetta me che chiedo cose vane, ma traendo dolorosamente dal profondo del cuore i gemiti: Ah fuggi, figlio di dea, dice, e togliti da queste fiamme
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