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Seneca, Naturales Quaestiones: Libro 07; 01-05

Seneca, Naturales Quaestiones: Libro 07; 01-05

Latino: dall'autore Seneca, opera Naturales Quaestiones parte Libro 07; 01-05

[1,1] Nemo usque eo tardus et hebes et demissus in terram est ut ad divina non erigatur ac tota mente consurgat, utique ubi novum aliquod e caelo miraculum fulsit [1,1] Nessuno è così lento e ottuso e piegato verso terra al punto da non raddrizzarsi e alzarsi con tutto il suo spirito verso le cose divine, soprattutto quando dal cielo ha brillato qualche nuovo fenomeno meraviglioso
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Nam quamdiu solita decurrunt, magnitudinem rerum consuetudo subducit: ita enim compositi sumus ut nos cotidiana, etiamsi admiratione digna sunt, transeant, contra minimarum quoque rerum, si insolitae prodierunt, spectaculum dulce fiat Infatti, fino a quando le cose seguono il loro corso abituale, labitudine le priva della loro grandezza: infatti abbiamo una struttura in modo tale che gli spettacoli di ogni giorno, anche se sono degno di ammirazione, ci passano davanti inosservati, ,entre lo spettacolo anche delle cose più piccole diventa piacevole, se non sono consuete
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[1,2] Hic itaque coetus astrorum, quibus immensi corporis pulchritudo distinguitur, populum non convocat: at cum aliquid ex more mutatum est, omnium vultus in caelo est [1,2] Quindi, questa schiera di astri che punteggiano e abbelliscono lo sterminato firmamento non attira lattenzione della folla: ma quando accade qualche cambiamento dellordine delluniverso, il vico di ognuno si alza verso il cielo
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Sol spectatorem, nisi deficit, non habet; nemo observat lunam nisi laborantem: tunc urbes conclamant, tunc pro se quisque superstitione vana strepit Il sole non possiede spettatori, se non quando si eclissa; nessuno osserva la luna, se non quando si eclissa: allora le città alzano le grida, allora ciascuno fa rumore, preso da una inutile superstizione
[1,3] At quanto illa maiora sunt, quod sol totidem, ut ita dicam, gradus quot dies habet et annum circuitu suo claudit, quod a solstitio ad minuendos dies vertitur, quod ab aequinoctio statim inclinat et dat noctibus spatium, quod sidera abscondit, quod terras, cum tanto maior sit illis, non urit sed calorem suum intensionibus ac remissionibus temperando fovet, quod lunam numquam implet nisi adversam sibi nec obscurat [1,3] Ma quanto più importanti sono i fenomeni abituali: che il sole, per così dire, fa tanti passi quanti sono i suoi giorni e cinge lanno nel cerchio della sua rivoluzione, che partendo dallequinozio autunnale si abbassa sullorizzonte e dà spazio alle notti, che nasconde le stelle e che, anche essendo molto più grande della terra, non la arde, ma la riscalda ora aumentando ora diminuendo il proprio calore, che non illumina mai del tutto la luna, se non quando si trova opposto e non la copre dombra se non quando vi si trova congiunto
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[1,4] Haec tamen non adnotamus, quamdiu ordo servatur; si quid turbatum est aut praeter consuetudinem emicuit, spectamus interrogamus ostendimus: adeo naturale est magis nova quam magna mirari [1,4] Tuttavia, noi non notiamo tali fenomeni, finché seguono lordine stabilito; se invece cè qualche cambiamento o appare qualcosa di insolito, osserviamo, interroghiamo, attiriamo lattenzione di altri: tanto è naturale ammirare le cose nuove più di quelle grandi
[1,5] Idem in cometis fit: si rarus et insolitae figurae ignis apparuit, nemo non scire quid sit cupit et, oblitus aliorum, de adventicio quaerit, ignarus utrum debeat mirari an timere [1,5] La stessa cosa accade per ciò che riguarda le comete: se appare un fuoco singolare e di forma strana, ognuno vuole sapere che cosa sia, dimenticandosi degli altri, si informa sul nuovo arrivato, non sapendo se debba ammirarlo o averne paura
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Non enim desunt qui terreant, qui significationes eius graves praedicent Infatti, non mancano coloro che seminano terrore e annunciano i prodigi funesti portati da esso
Sciscitantur itaque et cognoscere volunt prodigium sit an sidus E così tutti interrogano e desiderano sapere se è un prodigio o un astro
[1,6] At mehercules non aliud quis aut magnificentius quaesierit aut didicerit utilius quam de stellarum siderumque natura, utrum flamma contracta, quod et visus noster aflirmat et ipsum ab illis fluens lumen et calor inde descendens, an non sint flammei orbes, sed solida quaedam terrenaque corpora, quae per igneos tractus labentia inde splendorem trahant caloremque, non de suo clara [1,6] Ma, per Ercole, non si può ricercare nulla di più magnifico o imparare nulla di più utile di ciò che concerne la natura delle stelle e degli astri: se essi siano una fiamma concentrata, come affermano sia la nostra vista sia la luce che essi emanano e il calore che ci mandano, o non siano globi di fuoco, ma una specie di corpi solidi e terrosi che, passando attraverso le regioni del fuoco, prendano da lì la loro luminosità e il loro calore e splendano di luce non propria
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