Una Venere callipigia (dal greco: dalle belle natiche)

Una Venere callipigia (dal greco: dalle belle natiche)

Il soggetto mitologico della relazione adulterina tra Venere e Marte è trattata in vario modo, in pittura, ma mai nella versione che ne dà Lavinia Fontana. Un unicum iconografico. La tormentata storia d'amore fra le due divinità nelle metamorfosi di Ovidio. E' un classico triangolo fra uno sposo tradito Efesto/Vulcano, una moglie infedele Afrodite/Venere e un amante focoso Ares/Marte

C'è da dire che il matrimonio fra la dea dell'amore della bellezza e il brutto e storpio forgiatore delle armi degli dei era stato estorto da quest'ultimo col ricatto. Figlio di Era, Vulcano era stato ripudiato ed escluso dall'Olimpo per la sua deformità. Un giorno - apprese a meraviglia le arti della fusione dei metalli - decise di vendicarsi della madre legandola inestricabilmente al suo trono con un invisibile laccio metallico. La liberò soltanto quando Zeus acconsentì a dargli in sposa una recalcitrante Venere. Inutile dire che non fu una moglie fedele.

Una storia di passione, che sottintende un insegnamento morale: chi manca al patto di fedeltà sarà soggetto al biasimo della comunità, ma anche un messaggio di pace: solo l'amore può far deporre le armi.

Lavinia Fontana - Marte e Venere (1595 circa) Lavinia Fontana - Marte e Venere (1595 circa)

LA SCELTA DI LAVINIA FONTANA

molti artisti hanno semplicemente colto il momento chiave della coppia intenta ai giochi d'amorE in un alcova. nessuno però, l'ha raccontato come Lavinia, artista di fama Attiva A Bologna Nella seconda metà del cinquecento.

Un'alcova coperta da pesanti tendaggi, gli amanti seminudi, cupido che dorme, calzature tolte, solo gioielli su Venere, Marte di spalle con una gamba sul letto e un piede sul pavimento; Venere si è tolta la camicia, l'ha appoggiata su uno sgabello e ci si è seduta sopra. Il gesto di Marte, che allunga la mano a toccare la natica sinistra della Venere callipigia (dal greco: dalle belle natiche), è il centro della scena, intenzionalmente.

Non è un gesto accennato, è voluto, a mano aperta e totalmente appoggiata al gluteo, senza esercitare eccessiva pressione. Una manovra spudorata, decisa, ne carezza né invito. Lui guarda lei con intenzione. Lei guarda noi che guardiamo entrambi e porge un narciso. Ci rivolge un'occhiata enigmatica, né ammiccante né indifferente. Tutto attorno, simbologie facilmente decifrabili: data la situazione, insistere sul rimarcare un contesto erotico era forse pleonastico. Eppure abbiamo:

  • le pianelle scalzate, divaricate fra loro, simbolo di disponibilità sessuale
  • la punta metallica che si erge dallo scudo di Marte si indirizza al sedere della dea
  • lo stesso fa la spada abbandonata sul pavimento
  • le curvature della brocca al centro replicano quelle delle natiche di Venere

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La scena è quella di un assalto amoroso fra le due divinità, i cui contorni lasciano ben poco spazio all'immaginazione. Siamo in un alcova, le cui cortine rossastre sono scostate con effetto teatrale a rivelare la preziosa morbidezza del letto. Non mancano palesi simboli sessuali: lo scudo a punta e la spada, entrambe rivolti verso la donna, l'anfora che ne viene visivamente attraversata, le ciabatte abbandonate a terra.

Venere è completamente nuda ma ingioiellata, con i capelli acconciati e il bel letto sul volto. E' seduta sulla propria camicia, che sembra essersi frettolosamente levata di dosso. Dietro di lei Marte, seminudo a sua volta ma con l'elmo in capo. La sua mano è pesantemente appoggiata sulla natica di lei, in un gesto che la pittrice enfatizza collocandolo al centro della composizione trasformandolo in un perno intorno a cui far ruotare gli altri elementi. Un gesto che qualifica l'uomo come un soldataccio da taverna più che come il Dio della guerra. Quella figura maschile con la pelle scurita dal Sole, una barba da satiro e lo sguardo quasi allucinato, fisso sull'oggetto delle sue voglie.

Nel seguire quello sguardo si incontra quello di lei, al contrario sensuale, raffinata e bellissima nella sua carnagione lattea. Cupido dorme appoggiato al suo arco e dunque la freccia non è partita. Distaccata, vagamente annoiata dal suo amante, nel quale sembra accorgersi a malapena, Venere si volge invece verso L'osservatore con una leggiadra torsione del busto e gli porge un fiore, come per invitarlo a fare il suo ingresso nella scena.

A dispetto di tutte le apparenze, la dea non pare davvero subire l'assalto di Marte, ma anzi è la sola figura padrona di sé, profondamente consapevole di essere lei in realtà a condurre il gioco. L'autrice lo chiarisce in modo inequivocabile e si ha l'impressione che, nel sollecitare le fantasie del suo ignoto committente, abbia voluto rimarcare sotto traccia la superiorità della grazia femminile sui bassi istinti del maschio. Istinti dei quali, dopo aver partorito 11 volte in 15 anni, non è un azzardo supporre che lei stessa dovesse essere stanca.

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