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Orlando Furioso, canto 23: analisi del testo

Orlando Furioso, canto 23: analisi del testo

“In mezzo il petto afflitto stringersi il cor sentia con fredda mano”

Così dal petto si leva l’inguaribile dolore amoroso dell’Orlando di Ariosto. Un dolore lancinante di una gelosia appena mossasi nella mente dell’innamorato. Una gelosia incontenibile che ancora fatica a realizzarsi, tanto il rifiuto all’idea della sua amata con Medoro, il misterioso amante di Angelica. Una gelosia che “punge e fiede”, che non cenna a diminuire (“io mai sento che ‘l mio petto men la sua pena esali”). Una gelosia così vivida nella mente di Orlando da portarlo alla pazzia, l’oggetto su cui Ariosto comporrà il XXIII canto del Furioso. Il verso d’apertura presenta Orlando in sella al suo cavallo che smarrito e disorientato va per “lo strano corso” che lo porta imprevedibilmente ad “un rivo che parea cristallo”, tanta la meraviglia del loco ameno in cui è giunto. Un prato rigoglioso di erba e cespugli, che attinge purezza dal rivolo a cui si affaccia, su cui spira il gradevole “orezzo” che delizia sia il cavaliere con l’armatura che il contadino svestito. Ma è proprio in questo idillio naturale che Orlando scorge su gli “arboscelli” la testimonianza delle scappatelle tra la sua “donna ingratissima” e il fantomatico Medoro, un uomo dalla sconosciuta identità e dalla dubbia esistenza. Scritte esigenti nella lettura e nella comprensione, non tanto per la durezza del linguaggio, bensì per la durezza dell’argomento. L’attonimento prima lo intontisce: legge e rilegge i versi tentando di dissipare i sospetti (“tre volte e quattro e sei lesse lo scritto), rincorre improbabili ipotesi di incomprensione (“forse ch’a me questo cognome mette”), azzarda l’inattendibilità delle infami scritte. Ipotesi che ben sapeva fossero solo consolazione alla prossima delusione (“che si seppe a se stesso ir procacciando”).
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Erotto il “malcontento di Orlando” da ogni vana speranza, giunge infine all’inevitabile resa all’evidenza: “caduto gli era sopra il petto il mento”. Segue nessuna violenta reazione, nessuno scoppio d’ira, nessuna collera, ma solamente una passiva rassegnazione: tanto il “duol l’occupò” che non “poté aver alle querele voce, o umore al pianto”. Si immedesima con la roccia che si trova di fronte (“con gli occhi e con la mente fissi nel sasso, al sasso indifferente”) ed è come morto dentro per mano della sua amata (“è morto et è sottoterra; la sua donna ingratissima l’ha ucciso”). Così, affranto, vaga per tutta la notte per il bosco (“errò tutta la notte il conte”) finché non sopraggiunse la “diurna fiamma” che portò l’”ingiuria scritta” a infiammare lo stesso Orlando, che ancora preso nei suoi viziosi pensieri, si riempie di “odio, rabbia, ira e furore”, tanto che afferra dal fodero “il brando fuore”.


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