Caravaggio fugge da Roma e si rifiugia a Napoli dopo aver ucciso in un duello Ranuccio Tomassoni. La flagellazione era tema diffuso nella tradizione pittorica italiana. Il dolore di Cristo come strumento di redenzione dal peccato. Caravaggio la realizza in un primo momento con Cristo legato ad una grande colonna antica e alla sua destra un carnefice che lo flagella, mentre in basso un altro uomo prepara con dei rami un altra frusta. Forse per sostituire la prima se si danneggia o addirittura ad aggiungersi contemporaneamente ai colpi dell'altra
Con le indagini radiografiche si è notato che inizialmente alla sinistra di Cristo c'era un personaggio inginocchiato, che non compare nella versione finale che oggi conosciamo. Quel personaggio si pensa potesse essere il committente. de Franchis, che in un secondo momento avrebbe chiesto al Caravaggio di nasconderlo.
Al suo posto vediamo un altro carnefice a sinistra, che copre la precedente raffigurazione del probabile magistrato. Si suppone che Caravaggio sia intervenuto in due momenti diversi sulla tela:
- in un primo momento con la figura del committente, poi lascia il quadro incompleto poichè parte per Malta. Qui realizza opere per i cavalieri di Malta, consentendogli di ottenere il perdono papale per il suo omicidio, e tornare a Roma
- ritorna a Napoli e nel secondo soggiorno napoletano 1609-1610 quasi certamente dipinge il secondo carnefice
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La composizione di quest'opera ruota tutta intorno alla colonna sulla quale Cristo è stato legato per essere flagellato. Il corpo di Gesù, vestito unicamente da un perizoma, già incoronato di spine e piegato dalla fatica, è circondato da tre carnefici.
Le anatomie, in particolare quelle del Messia, emergono dall'ombra grazie ad un fascio di luce che le colpisce, rendendo chiara e drammatica la narrazione dell'episodio sacro.
La colonna raffigurata allude ad una reliquia realmente esistente, conservata presso la Basilica romana di santa Prassede fin dal XIII secolo e che Caravaggio ebbe sicuramente modo di vedere e citare nei suoi quadri legati alla narrazione del supplizio subito da Cristo.
La realizzazione della tela monumentale viene collocata nel 1607, anno in cui sono registrati due pagamenti in favore di Caravaggio per un dipinto di soggetto non specificato da parte di Tommaso de' Franchis. A conclusione della realizzazione, il quadro doveva essere posizionato nella cappella del cortile della chiesa di san Domenico Maggiore e donata alla famiglia del nobile napoletano dal duca di Mantova Ferdinando Gonzaga.
L'opera fu collocata sull'altare maggiore, ma nel 1632 i de' Franchis acquistarono un altro spazio sacro, il primo a sinistra all'interno della chiesa, un tempo appartenuto agli Spinelli di Taviano. La nuova cappella vide importanti lavori di ristrutturazione successivi all'acquisizione, che si svolsero sicuramente fino al 1652. Il dipinto fu probabilmente collocato in modo temporaneo nel palazzo di famiglia e rimase dunque invisibile ai fedeli, tanto che il primo a citare la tela caravaggesca all'interno di san Domenico è Giovanni Pietro Bellori, nella sua biografia del pittore contenuta nelle Vite pubblicate nel 1672.








