Cicerone, Tuscolanae Disputationes: Libro 05; 31-40

Cicerone, Tuscolanae Disputationes: Libro 05; 31-40

Latino: dall'autore Cicerone, opera Tuscolanae Disputationes parte Libro 05; 31-40

[31] Nunc et haec loqui, quae sunt magni cuiusdam et alti viri, et eadem, quae vulgus, in malis et bonis numerare concedi nullo modo potest

Qua gloria commotus Epicurus exoritur; cui etiam, si dis placet, videtur semper sapiens beatus

Hic dignitate huius sententiae capitur, sed numquam id diceret, si ipse se audiret

Quid est enim quod minus conveniat, quam ut is, qui vel summum vel solum malum dolorem esse dicat, idem censeat 'quam hoc suave est

' tum, cum dolore crucietur, dicturum esse sapientem

Non igitur ex singulis vocibus philosophi spectandi sunt, sed ex perpetuitate atque constantia

[XI] [32] -Adducis me, ut tibi adsentiar

Sed tua quoque vide ne desideretur constantia

Quonam modo
[31] Ora non si può per nessun motivo accettare di dire queste cose che sono proprie di un uomo importante e di notevole ingegno e annoverare fra i beni e i mali le stesse cose che (crede) il popolo

Spinto da questa gloria, viene fuori Epicuro, a cui sembra, se piace agli dei, che il sapiente sia sempre felice

Costui è preso dalla dignità di questa frase ma non la direbbe mai se lui stesso si ascoltasse

Che cosa cè che sta meno bene del fatto che colui che dice che il dolore è il principale o il solo male

Pensi, proprio lui, che il sapiente, straziato dal dolore, dirà: Quanto è bello questo

Dunque i filosofi non devono essere rispettati dalle singole opinioni, ma dalla coerenza e dalla costanza nel tempo

[XI] [32] Mi spingi a convenire con te

Ma stai attento a che non si desideri anche la tua coerenza -

Come
- Quia legi tuum nuper quartum de finibus; in eo mihi videbare contra Catonem disserens hoc velle ostenderequod mihi quidem probaturinter Zenonem et Peripateticos nihil praeter verborum novitatem interesse

Quod si ita est, quid est causae quin, si Zenonis rationi consentaneum sit satis magnam vim in virtute esse ad beate vivendum, liceat idem Peripateticis dicere

Rem enim opinor spectari oportere, non verba

[33] Tu quidem tabellis obsignatis agis mecum et testificaris, quid dixerim aliquando aut scripserim

Cum aliis isto modo, qui legibus impositis disputant: nos in diem vivimus; quodcumque nostros animos probabilitate percussit, id dicimus, itaque soli sumus liberi
- Perché ho letto or ora il quarto libro Sui confini; e mi sembrava che in quello, tu, disquisendo contro Catone, volessi dimostrare (cosa che certo è approvata da me) che non ci sia alcuna differenza fra Zenone e i Peripatetici se non per la novità delle parole

E se le cose stanno così quale è il motivo per cui, se sia coerente con il ragionamento di Zenone che nella virtù ci sia un grande ausilio per vivere meglio, non sia lecito dire la stessa cosa ai peripatetici

Credo che bisogni che siano osservati i fatti, non le parole

[33] Ma tu, mostrati gli scritti, interagisci con me e dimostri che cosa io abbia detto o scritto una volta

In questo modo va bene con gli altri, che parlano per direttive preimposte: Noi viviamo alla giornata, diciamo qualunque cosa abbia percosso i nostri animi per lapprovabilità e così noi solo siamo liberi
Verum tamen, quoniam de constantia paulo ante diximus, non ego hoc loco id quaerendum puto, verumne sit, quod Zenoni placuerit quodque eius auditori Aristoni, bonum esse solum, quod honestum esset, sed si ita esset, tum , ut totum hoc beate vivere in una virtute poneret

[34] Quare demus hoc sane Bruto, ut sit beatus semper sapiensquam sibi conveniat, ipse viderit; gloria quidem huius sententiae quis est illo viro dignior

-, nos tamen teneamus, ut sit idem beatissimus

[XII] Et si Zeno Citieus, advena quidam et ignobilis verborum opifex, insinuasse se in antiquam philosophiam videtur, huius sententiae gravitas a Platonis auctoritate repetatur, apud quem saepe haec oratio usurpata est, ut nihil praeter virtutem diceretur bonum
Tuttavia in vero, poichè parlammo poco prima di costanza, io non ritengo che bisogna discutere in questo luogo se è vero ciò che piacque a Zenone e al suo discepolo Aristone, cioè che è buono solo ciò che sia onesto, ma se fosse così, se sarebbe allora logico che il vivere felicemente si collochi tutto nella sola virtù

[34] Perciò certo vada bene questo per Bruto, che il saggio è sempre felice (quanto sia adatta a lui, lui stesso lo sa; chi è infatti più degno della gloria di questa opinione di quelluomo

), noi tuttavia teniamo per valido che lui stesso sia totalmente felice

[XII] E se sembra che Zenone di Cizio, straniero e creatoe ignobile di parole si sia insinuato nella filosofia antica, si ripeta la serietà di questa opinione proveniente dallautorità di Platone, presso cui spesso fu citato questo discorso, cioè che nulla al di là della virtù sia definito buono
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Latino: dall'autore Cicerone, opera Tuscolanae Disputationes parte Libro 05; 61-70

[35] Velut in Gorgia Socrates, cum esset ex eo quaesitum, Archelaum Perdiccae filium, qui tum fortunatissimus haberetur, nonne beatum putaret, 'Haud scio' inquit; 'numquam enim cum eo conlocutus sum

Ain tu

an aliter id scire non potes

Nullo modo

Tu igitur ne de Persarum quidem rege magno potes dicere, beatusne sit

An ego possim, cum ignorem, quam sit doctus, quam vir bonus

Quid

tu in eo sitam vitam beatam putas

Ita prorsus existimo, bonos beatos, improbos miseros

Miser ergo Archelaus

Certe, si iniustus

' [36] Videturne omnem hic beatam vitam in una virtute ponere

Quid vero

in Epitaphio quo modo idem
[35] Come nel Gorgia Socrate, essendogli stato chiesto se non ritenesse felice Archelao figlio di Perdicca che allora era considerato fortunatissimo, rispose Non lo so, non ho mai parlato con lui

Lo dici tu

E non puoi saperlo in altro modo

- In nessun modo

_ Dunque non puoi dirmi neppure riguardo al grande re dei Persiani, se sia felice

- Potrei forse, ignorando quanto sia colto, quanto sia virtuoso

-Perchè

Tu credi che la vita felice sia situata in questa cosa

- La penso esattamente così, che i buoni sono felici e i cattivi sono sventurati

-Dunque Archelao è sventurato

- Certo, se è ingiusto

[36] Ti sembra che riponga nella sola virtù tutta la vita felice

E che in realtà

Non disse la stessa cosa nellEpitaffio
'Nam cui viro' inquit 'ex se ipso apta sunt omnia, quae ad beate vivendum ferunt, nec suspensa aliorum aut bono casu aut contrario pendere ex alterius eventis et errare coguntur, huic optume vivendi ratio comparata est

Hic est ille moderatus, hic fortis, hic sapiens, hic et nascentibus et cadentibus cum reliquis commodis, tum maxime liberis parebit et oboediet praecepto illi veteri; neque enim laetabitur umquam nec maerebit nimis, quod semper in se ipso omnem spem reponet sui

' Ex hoc igitur Platonis quasi quodam sancto augustoque fonte nostra omnis manabit oratio

[XIII] [37] Unde igitur ordiri rectius possumus quam a communi parente natura
Disse: La razionalità del vivere fu preparata nella maniera migliore per quelluomo a cui infatti tutte le cose che portano al vivere felicemente sono state approntate e non sono costrette a dipendere dalle casualità di una altra cosa e ad errare, legate alla buona o alla cattiva sorte degli altri

Questo è davvero moderato, questo è forte, questo è sapiente, questo, sia che nascano sia che muoiano tanto gli antichi agi quanto ancor più i figli, adempirà e obbedirà a quel vecchio precetto; e non si rallegrerà mai né sarà troppo triste poiché riporrà sempre in se stesso ogni speranza di sé

Dunque ogni nostro discorso emanerà da questo come, per così dire, dalla santa e autorevole fonte di Platone

[XIII] [37] E da dove dunque possiamo essere orientati più giustamente che dalla natura, madre comune
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quae, quicquid genuit, non modo animal, sed etiam quod ita ortum esset e terra, ut stirpibus suis niteretur, in suo quidque genere perfectum esse voluit

Itaque et arbores et vites et ea, quae sunt humiliora neque se tollere a terra altius possunt, alia semper virent, alia hieme nudata verno tempore tepefacta frondescunt, neque est ullum quod non ita vigeat interiore quodam motu et suis in quoque seminibus inclusis, ut aut flores aut fruges fundat aut bacas, omniaque in omnibus, quantum in ipsis sit, nulla vi impediente perfecta sint

[38] Facilius vero etiam in bestiis, quod is sensus a natura est datus, vis ipsius naturae perspici potest
E lei volle che fosse perfetto ciascuno nel proprio genere tutto ciò che generò, non solo lanimale, ma anche ciò che nacque dalla terra così da appoggiarsi alle proprie radici

Così sia gli alberi sia le viti sia quelle piante che sono più umili e non possono innalzarsi di più dalla terra, alcune sono sempre verdi, altre, spogliate dallinverno, riscaldate al tepore primaverile rifioriscono e non cè niente che non stia in forze per un certo movimento interiore e per i semi inclusi in sé, così che faccia sbocciare fiori o frutti o bacche e tutte le cose siano perfette in tutto, per quanto stia in loro, se nessuna forza esterna lo impedisce

[38] Ancor più facilmente si può percepire la forza della natura stessa anche nelle bestie, poichè limpulso fu dato loro dalla natura
Namque alias bestias nantis aquarum incolas esse voluit, alias volucres caelo frui libero, serpentis quasdam, quasdam esse gradientis, earum ipsarum partim solivagas, partim congregatas, inmanis alias, quasdam autem cicures, non nullas abditas terraque tectas

Atque earum quaeque suum tenens munus, cum in disparis animantis vitam transire non possit, manet in lege naturae

Et ut bestiis aliud alii praecipui a natura datum est, quod suum quaeque retinet nec discedit ab eo, sic homini multo quiddam praestantius; etsi praestantia debent ea dici, quae habent aliquam comparationem, humanus autem animus decerptus ex mente divina cum alio nullo nisi cum ipso deo, si hoc fas est dictu, comparari potest
Infatti volle che alcune bestie, nuotanti, fossero abitanti delle acque, che altri godessero come uccelli del libero cielo, e che alcuni fossero serpenti ed altri con le zampe, e che fra quelle stesse in parte fossero solitarie, in parte radunate, alcune feroci, altre domestiche, qualcuna nascosta e coperta dalla terra

E tenendo ciascuna di queste il proprio dono, non potendo traslarsi nella vita di un animale diverso, permane nella legge di natura

E come alle bestie fu dato dalla naturaa ciascuna un punto di forza, di cui ciascuna trattiene il proprio e non si discosta da quello, così fu dato agli uomini qualcosa di superiore; anche se devono essere definite superiori le cose che hanno un confronto, lanimo umano, uscito dalla mente divina non può essere confrontato con nientaltro se non con il dio stesso, se ciò e lecito a dirsi
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[39] Hic igitur si est excultus et si eius acies ita curata est, ut ne caecaretur erroribus, fit perfecta mens, id est absoluta ratio, quod est idem virtus

Et si omne beatum est, cui nihil deest, et quod in suo genere expletum atque cumulatum est, idque virtutis est proprium, certe omnes virtutis compotes beati sunt

Et hoc quidem mihi cum Bruto convenit, id est cum Aristotele Xenocrate Speusippo Polemone

[40] Sed mihi videntur etiam beatissimi

Quid enim deest ad beate vivendum ei, qui confidit suis bonis

aut, qui diffidit, beatus esse qui potest

At diffidat necesse est, qui bona dividit tripertito

[XIV] Qui enim poterit aut corporis firmitate aut fortunae stabilitate confidere

Atqui nisi stabili et fixo et permanente bono beatus esse nemo potest
[39] Questo dunque, se fu coltivato e se la sua struttura fu cos curata da non essere accecata dagli errori, diventa la mente perfetta, cioè la razionalità assoluta, che è la virtù stessa

E se è felice ogni cosa a cui non manca nulla e se è proprio della virtù ciò che fu preparato e cumulato nel suo genere, certamente tutti coloro che hanno la virtù sono felici

E in questo sono daccordo con bruto, cioè con Aristotele, Senocrate, Speusippo, Polemone

[40] Ma a me sembrano anche felicissimi

Infatti che cosa manca per vivere bene a chi confida sui propri beni

O, chi può essere felice, se ne diffida

Ma bisogna che diffidi quello che divide in tre parti i beni

[XIV] Chi infatti potrà confidare nella salute del corpo o nella stabilità della sorte

E nessuno può essere felice se non con un bene sicuro e fisso e permanente
Quid ergo eius modi istorum est

ut mihi Laconis illud dictum in hos cadere videatur, qui glorianti cuidam mercatori, quod multas navis in omnem oram maritimam dimisisset, 'Non sane optabilis quidem ista' inquit 'rudentibus apta fortuna

' An dubium est quin nihil sit habendum in eo genere, quo vita beata compleatur, si id possit amitti

Nihil enim interarescere, nihil extingui, nihil cadere debet eorum, in quibus vita beata consistit

Nam qui timebit ne quid ex is deperdat, beatus esse non poterit
E fra queste cose, quale è dunque di tal genere

Così mi sembra che si riferisca a questi quel detto di Lacone che, ad un mercante che si vantava poichè aveva mandato molte navi in ogni spiaggia marittima, disse certo non è desiderabile questa sorte adatta alle gomene

O è forse in dubbio il fatto che non bisogna considerare nulla in quella tipologia con cui si identifica una vita felice, se ciò può essere perso

Infatti non deve sopraggiungere niente, niente essere stolto, non deve perdersi nessuna delle cose in cui consiste la vita felice

Infatti chi avrà timore di perdere una fra quelle cose, non potrà essere felice
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