Cicerone, Tuscolanae Disputationes: Libro 01; 01-90

Cicerone, Tuscolanae Disputationes: Libro 01; 01-90

Latino: dall'autore Cicerone, opera Tuscolanae Disputationes parte Libro 01; 01-90

[1] Cum defensionum laboribus senatoriisque muneribus aut omnino aut magna ex parte essem aliquando liberatus, rettuli me, Brute, te hortante maxime ad ea studia quae retenta animo, remissa temporibus, longo intervallo intermissa revocari, et cum omnium artium, quae ad rectam vivendi viam pertinerent, ratio et disciplina studio sapientiae quae philosophia dicitur contineretur, hoc mihi Latinis litteris inlustrandum putavi, non quia philosophia Graecis et litteris et doctoribus percipi non posset, sed meum semper iudicium fuit omnia nostros aut invenisse per se sapientius quam Graecos aut accepta ab illis fecisse meliora, quae quidem digna statuissent in quibus elaborarent [1] Trovandomi finalmente libero, se non completamente, almeno in gran parte, dagli obblighi del patronato giudiziario e dai doveri di senatore, sono ritornato, Bruto, soprattutto per tua esortazione, a quegli studi che, sempre presenti nel mio animo, ma rinviati a causa delle circostanze, ora ho ripreso, dopo averli trascurati per un lungo periodo; e poiché il metodo e linsegnamento di tutte le discipline che riguardano la corretta norma del vivere rientrano nello studio della sapienza, che viene denominata filosofia, ho ritenuto necessario affrontare questo argomento in latino, non certo perché io pensi che la filosofia non possa essere imparata in greco da maestri greci, ma sono sempre stato convinto che in ogni campo i Romani o hanno dimostrato una maggiore sapienza inventiva rispetto ai Greci o hanno saputo perfezionare ciò che avevano appreso da loro, naturalmente nei campi ai quali avessero ritenuto opportuno dedicare i loro sforzi
[2] Nam mores et instituta vitae resque domesticas ac familiaris nos profecto et melius tuemur et lautius, rem vero publicam nostri maiores certe melioribus temperaverunt et institutis et legibus

[3] Quid loquar de re militari

in qua cum virtute nostri multum valuerunt, tum plus etiam disciplina

[4] Iam illa quae natura, non litteris adsecuti sunt, neque cum Graecia neque ulla cum gente sunt conferenda

[5] Quae enim tanta gravitas, quae tanta constantia, magnitudo animi, probitas, fides, quae tam excellens in omni genere virtus in ullis fuit, ut sit cum maioribus nostris comparanda

[6] Doctrina Graecia nos et omni litterarum genere superabat; in quo erat facile vincere non repugnantes
[2] Dei costumi e delle istituzioni del vivere infatti, e della gestione della casa e della famiglia noi ci occupiamo certamente meglio di loro e con maggior decoro, mentre allo stato i nostri antenati hanno saputo provvedere con leggi e con istituzioni sicuramente migliori

[3] Che dire dellambito militare

In questo campo i nostri connazionali si sono sempre distinti sia per il valore sia, ancora di più, per la disciplina

[4] Per quanto riguarda poi i risultati ottenuti con le doti naturali e non con lo studio, né i Greci né altri popoli possono sostenere il confronto con noi

[5] In chi mai ci fu tanta gravità, tanta fermezza, grandezza danimo, onestà, lealtà, dove mai si vide una virtù così straordinaria in ogni ambito da poter essere paragonata con quella dei nostri antenati

[6] La cultura greca ci superava e in ogni genere letterario; in questo era facile sconfiggere noi che non ci difendevamo
[7] Nam cum apud Graecos antiquissimum e doctis genus sit poëtarum, siquidem Homerus fuit et Hesiodus ante Romam conditam, Archilochus regnante Romulo, serius poëticam nos accepimus

[8] Annis enim fere DX post Romam conditam Livius fabulam dedit Gaio Claudio, Caeci filio, Marco Tuditano consulibus anno ante natum Ennium [qui fuit maior natu quam Plautus et Naevius]

[9] Sero igitur a nostris poëtae vel cogniti vel recepti

[10] Quamquam est in Originibus solitos esse in epulis canere convivas ad tibicinem de clarorum hominum virtutibus; honorem tamen huic generi non fuisse declarat oratio Catonis, in qua obiecit ut probrum Marco Nobiliori, quod is in provinciam poëtas duxisset; duxerat autem consul ille in Aetoliam, ut scimus, Ennium
[7] Infatti, mentre presso i Greci la classe più antica degli uomini colti è quella dei poeti, poiché Omero ed Esiodo vissero prima della fondazione di Roma, Archiloco durante il regno di Romolo, noi abbiamo appreso più tardi larte poetica

[8] Infatti negli anni intorno al 510 dopo la fondazione di Roma, Livio fece rappresentare uno spettacolo, sotto il consolato di Gaio Claudio, figlio di Claudio Cieco, e di Marco Tuditano, un anno prima che nascesse Ennio [egli era più grande di età rispetto a Plauto e Nevio]

[9] Solo più tardi dunque, i poeti furono conosciuti o accolti da noi

[10] Pure dalle Origini risulta che i convitati durante i banchetti fossero soliti celebrare al suono del flauto le virtù degli uomini illustri; tuttavia dimostra che a questo genere non fosse attribuito alcun onore il discorso di Catone, nel quale rinfacciò a Marco Nobiliore, come se fosse un reato, il fatto di aver condotto i poeti nella sua provincia; egli infatti, come sappiamo, quando era console aveva condotto Ennio in Etolia
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Cicerone, Tuscolanae Disputationes: Libro 05; 31-40

Latino: dall'autore Cicerone, opera Tuscolanae Disputationes parte Libro 05; 31-40

[11] Quo minus igitur honoris erat poëtis, eo minora studia fuerunt, nec tamen si qui magnis ingeniis in eo genere extiterunt, non satis Graecorum gloriae responderunt

[12] An censemus, si Fabio, nobilissimo homini, laudi datum esset quod pingeret, non multos etiam apud nos futuros Polyclitos et Parrhasios fuisse

Honos alit artes, omnesque incenduntur ad studia gloria, iacentque ea semper quae apud quosque improbantur

[13] Summam eruditionem Graeci sitam censebant in nervorum vocumque cantibus; igitur et Epaminondas, princeps meo iudicio Graeciae, fidibus praeclare cecinisse dicitur, Themistoclesque aliquot ante annos cum in epulis recusasset lyram, est habitus indoctior

[14] Ergo in Graecia musici floruerunt, discebantque id omnes, nec qui nesciebat satis excultus doctrina putabatur
[11] Naturalmente allo scarso onore attribuito ai poeti corrispondeva un altrettanto scarso interesse; tuttavia quelli che si distinsero per il grande ingegno in quel genere, non furono incapaci di reggere il confronto con la gloria dei Greci

[12] Se a Fabio, un uomo nobilissimo, fossero stati attribuiti i meriti per ciò che dipingeva, non siamo convinti che anche presso di noi sarebbero fioriti numerosi i Policleti e i Parrasi

Il prestigio alimenta le arti, e tutti sono spinti dal desiderio di gloria a praticarle, e languono sempre quelle attività che non sono approvate dai popoli

[13] I Greci pensavano che il massimo livello di cultura consistesse nel saper suonare e cantare con uno strumento a corda; perciò tra i Greci si dice che Epaminonda, un uomo sommo, a mio giudizio, suonasse la cetra in maniera ammirevole, e che Temistocle alcuni anni prima fu ritenuto piuttosto incolto perché durante i banchetti aveva rifiutato di suonare la lira

[14] In Grecia perciò la musica si diffuse, e tutti la imparavano, e chi non la conosceva non era ritenuto abbastanza colto
[15] In summo apud illos honore geometria fuit, itaque nihil mathematicis inlustris; at nos metiendi ratiocinandique utilitate huius artis terminavimius modum

[16] At contra oratorem celeriter complexi sumus, nec eum primo eruditum, aptum tamen ad dicendum, post autem eruditum

[17] Nam Galbam, Africanum, Laelium doctos fuisse traditum est, studiosum autem eum qui his aetate anteibat, Catonem, post vero Lepidum, Carbonem, Gracchos, inde ita magnos nostram ad aetatem, ut non multum aut nihil omnino Graecis cederetur

[18] Philosophia iacuit usque ad hanc aetatem nec ullum habuit lumen litterarum Latinarum; quae inlustranda et excitanda nobis est, ut, si occupati profuimus aliquid civibus nostris, prosimus etiam si possumus otiosi
[15] Presso quelli era tenuta in grandissima considerazione la geometria, e perciò nulla ebbe più successo delle scienze matematiche; noi invece abbiamo assegnato a questarte solo la funzione utilitaristica della misura e del calcolo

[16] Al contrario apprezzammo ben presto loratoria, che inizialmente era per noi solo abilità nel parlare, non unarte colta, ma successivamente diventò unarte colta

[17] Si tramanda infatti che Galba, lAfricano, Lelio furono persone colte, mentre Catone, più anziano di loro, nutriva una grande passione per gli studi; poi ci furono Lepido, Carbone, i Gracchi; da allora fino ai giorni nostri, gli oratori romani raggiunsero livelli così elevati che linferiorità rispetto ai Greci si ridusse notevolmente o addirittura scomparve

[18] La filosofia è stata trascurata fino ai giorni nostri, né ha mai ricevuto alcuna illuminazione dalla letteratura latina; è compito nostro renderla illustre e darle notorietà, affinché, se dal nostro impegno politico deriva qualche vantaggio per i nostri concittadini, possiamo essere loro utili, se fosse possibile, anche ora che ci siamo ritirati a vita privata
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Cicerone, Tuscolanae Disputationes: Libro 01; 274-332

Latino: dall'autore Cicerone, opera Tuscolanae Disputationes parte Libro 01; 274-332

[19] In quo eo magis nobis est elaborandum, quod multi iam esse libri Latini dicuntur scripti inconsiderate ab optimis illis quidem viris, sed non satis eruditis

[20] Fieri autem potest, ut recte quis sentiat et id quod sentit polite eloqui non possit; sed mandare quemquam litteris cogitationes suas, qui eas nec disponere nec inlustrare possit nec delectatione aliqua allicere lectorem, hominis est intemperanter abutentis et otio et litteris

[21] Itaque suos libros ipsi legunt cum suis, nec quisquam attingit praeter eos qui eandem licentiam scribendi sibi permitti volunt

[22] Quare si aliquid oratoriae laudis nostra attulimus industria, multo studiosius philosophiae fontis aperiemus, e quibus etiam illa manabant
[19] E tanto più noi sentiamo il dovere di impegnarci in questo campo, perché si dice che ci sono già molti libri scritti in latino senza criterio da uomini certamente di animo nobile, ma non sufficientemente colti

[20] Indubbiamente può accadere che uno abbia opinioni giuste e non sappia esprimere elegantemente ciò che pensa; ma tramandare per iscritto le proprie meditazioni, che non si è capaci né di organizzare né di chiarire né di renderle piacevoli per attirare il lettore, è tipico di uomini che abusano in maniera scriteriata del loro tempo libero e delle lettere

[21] Perciò essi leggono i loro libri solo con i loro compagni; nessuno li tocca eccetto coloro che rivendicano per sé la stessa indisciplina nello scrivere

[22] Perciò se il nostro impegno ha contribuito, almeno un poco, al prestigio delloratoria, con impegno ancora maggiore renderò accessibili le fonti della filosofia, dalle quali derivava anche quella
[23] Sed ut Aristoteles, vir summo ingenio, scientia, copia, cum motus esset Isocratis rhetoris gloria, dicere docere etiam coepit adulescentes et prudentiam cum eloquentia iugere, sic nobis placet nec pristinum dicendi studium deponere et in hac maiore et uberiore arte versari

[24] Hanc enim perfectam philosophiam semper iudicavi, quae de maximis quaestionibus copiose posset ornateque dicere; in quam exercitationem ita nos studiose [operam] dedimus, ut iam etiam scholas Graecorum more habere auderemus

[25] Ut nuper tuum post discessum in Tusculano cum essent complures mecum familiares, temptavi quid in eo genere possem

[26] Ut enim antea declamitabam causas, quod nemo me diutius fecit, sic haec mihi nunc senilis est declamatio
[23] Ma come Aristotele, un uomo dotato di ingegno, di cultura e di eloquenza, essendo stato colpito dalla fama del retore Isocrate, iniziò anchegli a insegnare ai giovani larte del dire e ad accoppiare la saggezza con leloquenza, così anche a me piacerebbe, senza tralasciare la mia antica passione per leloquenza, dedicarmi anche a questarte più elevata e più ricca

[24] Infatti ho sempre ritenuto che la filosofia perfetta fosse quella capace di affrontare gli argomenti più complessi con un linguaggio ricco ed elegante; e mi sono dedicato a questa esercitazione con un tale impegno, che ho persino osato organizzare una scuola sul modello di quelle greche

[25] Così proprio recentemente, dopo la tua partenza, trovandosi con me molti amici nella mia villa di Tuscolo, ho voluto sperimentare di che cosa fossi capace in questo campo

[26] Infatti mentre precedentemente affrontavo declamazioni su argomenti giudiziari, e nessuno ha fatto ciò per più tempo di me, queste sono ora le declamazioni della mia vecchiaia
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[27] Ponere iubebam de quo quis audire vellet; ad id aut sedens aut ambulans disputabam

[28] Itaque dierum quinque scholas, ut Graeci appellant, in totidem libros contuli

[29] Fiebat autem ita, ut, cum is qui audire vellet dixisset quid sibi videretur, tum ego contra dicerem

[30] Haec est enim, ut scis, vetus et Socratica ratio contra alterius opinionem disserendi

[31] Nam ita facillime quid veri simillimum esset inveniri posse Socrates arbitrabatur

[32] Sed quo commodius disputationes nostrae explicentur, sic eas exponam, quasi agatur res, non quasi narretur

[33] Ergo ita nascetur exordium: Malum mihi videtur esse mors

[34] Iisne qui mortui sunt an iis quibus moriendum est

Utriusque

Est miserum igitur, quoniam malum

Certe

Ergo et iis quibus evenit iam ut morerentur, et ii quibus eventurum est miseri
[27] Invitavo a indicare ciò di cui si voleva sentir parlare; ne discutevo o stando seduto o passeggiando

[28] Le scholae, come le chiamano i Greci, tenute in cinque giorni, le ho poi raccolte in altrettanti libri

[29] Dunque accadeva così, che, quando colui che voleva sentire aveva espresso ciò che pensava, allora io esponevo la tesi contraria

[30] Infatti è questo, come sai, il metodo antico e socratico, consistente nel controbattere lopinione dellaltro

[31] Infatti Socrate riteneva che questo fosse il modo più semplice per poter individuare il più elevato grado di verosimiglianza

[32] Ma per riferire in maniera più adeguata le nostre discussioni, non le narrerò, le esporrò così come se fossero un dialogo

[33] Lesordio sarà dunque il seguente:A me sembra che la morte sia un male

[34] Per coloro che sono morti o per quelli che devono morire

Per entrambi

dunque uninfelicità, poiché è un male

Certamente

Perciò cè linfelicità sia per coloro che sono già morti, sia per quelli che stanno per morire
Mihi ita videtur

Nemo ergo non miser

Prorsus nemo

[35] Et quidem, si tibi constare vis, omnes quicumque nati sunt eruntue, non solum miseri, sed etiam semper miseri

[36] Nam si solos eos diceres miseros quibus moriendum esset, neminem tu quidem eorum qui viverent exciperes (moriendum est enim omnibus), esset tamen miseriae finis in morte

[37] Quoniam autem etiam mortui miseri sunt, in miseriam nascimur sempiternam

[38] Necesse est enim miseros esse eos, qui centum milibus annorum ante occiderunt, vel potius omnis quicumque nati sunt

[39] Ita prorsus existimo

Dic, quaeso: num te illa terrent, triceps apud inferos Cerberus, Cocyti fremitus, travectio Acherontis, mento summam aquam attingens enectus siti Tantalus

Tum illud, quod Sisyphus versat saxum sudans nitendo neque proficit hilum
A me sembra che sia così

Dunque non esiste nessuno che non sia infelice

Assolutamente nessuno

[35] E ancora, se vuoi essere coerente con te stesso, tutti coloro che sono nati e che nasceranno, sono non solo infelici, ma anche infelici per sempre

[36] Infatti se tu definissi infelici solo quelli che devono morire, certamente non potresti escludere nessuno di coloro che vivono (infatti tutti devono morire), tuttavia con la morte ci sarebbe la fine dellinfelicità

[37] Ma poiché anche i morti sono infelici, noi nasciamo in uninfelicità eterna

[38] Infatti è inevitabile che siano infelici coloro che morirono centomila anni fa, anzi tutti quelli che sono nati, senza alcuna distinzione

[39] proprio ciò che penso

Dimmi, allora: forse ti spaventano quelle leggende sullinfernale Cerbero dalle tre teste, sul fragore del Cocito, sulla traversata dellAcheronte, su Tantalo che con il mento sfiora la sommità dellacqua, stremato dalla sete

Oppure quella leggenda in base alla quale Sisifo sudando spinge con forza un sasso che non si sposta neppure di un dito
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[40] Fortasse etiam inexorabiles iudices, Minos et Rhadamanthus

Apud quos nec te Lucius Crassus defendet nec Marcus Antonius nec, quoniam apud Graecos iudices res agetur, poteris adhibere Demosthenem: tibi ipsi pro te erit maxima corona causa dicenda

[41] Haec fortasse metuis et idcirco mortem censes esse sempiternum malum

[42] Adeone me delirare censes, ut ista esse credam

An tu haec non credis

Minime vero

Male hercule narras

Cur

Quaeso

Quia disertus esse possem, si contra ista dicerem

[43] Quis enim non in eius modi causa

Aut quid negoti est haec poëtarum et pictorum portenta convincere

Atqui pleni libri sunt contra ista ipsa disserentium philosophorum

Inepte sane

Quis enim est tam excors quem ista moveant

Si ergo apud inferos miseri non sunt, ne sunt quidem apud inferos ulli
[40] O forse ti spaventano anche gli inesorabili giudici Minosse e Radamanto

Davanti a loro, né Lucio Crasso né Marco Antonio ti difenderanno, e neppure, poiché la causa si discuterà davanti a giudici greci, potrai ricorrere a Demostene: sarai tu, di fronte ad un grande pubblico, a difendere te stesso

[41] Forse temi queste cose e perciò pensi che la morte sia un male eterno

[42] Pensi che io deliri a tal punto, da credere a queste cose

Allora non ci credi

No davvero

Porti una brutta notizia, per Ercole

Perché

Scusa

Perché se avessi confutato tali leggende, avrei potuto sfoggiare la mia eloquenza

[43] Infatti chi non saprebbe fare altrettanto in una causa di tal genere

O che difficoltà cè nel confutare queste fantastiche invenzioni dei poeti e dei pittori

Eppure ci sono libri pieni di dissertazioni di filosofi contro queste leggende

Lavoro davvero inutile

Infatti chi è così dissennato che lo turbano simili fantasie

Se dunque negli inferi non esistono gli infelici, negli inferi certamente non esiste nessuno
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