Suo nipote fermò l'auto pochi metri dopo, così che Liebeck potesse aprire il coperchio di plastica sul caffè e aggiungere latte e zucchero, cream-and-sugar. Liebeck bloccò il bicchiere tra le gambe per liberarsi le mani e tentando di rimuovere il tappo di plastica fece inclinare il bicchiere. Il coperchio si sollevò ma non del tutto e il caffè le si rovesciò addosso. In ospedale le furono diagnosticate ustioni di terzo grado sul 6 per cento del corpo, e altre di minore entità sul 16 per cento; restò ricoverata per otto giorni, perdendo il 20 per cento del proprio peso. La convalescenza durò altre tre settimane, le cicatrici restarono visibili e per due anni Liebeck fu considerata parzialmente disabile dallo Stato. La donna chiese a McDonald's un risarcimento da ventimila dollari, McDonald's rifiutò, lei gli fece causa.
Il processo accertò che il caffè della signora Liebeck aveva una temperatura di circa novanta gradi, come tutto il caffè servito all'epoca da McDonald's negli Stati Uniti. Un dato piuttosto clamoroso che finì oscurato da una sentenza ancora più clamorosa: il tribunale condannò McDonald's a pagare a Liebeck un risarcimento pari alla cifra guadagnata dall'azienda intera in due giorni dalla vendita di caffè, cioè circa tre milioni di dollari. Se ne parlò in mezzo mondo. Un successivo ricorso di McDonald's fu accolto e alla fine Liebeck ricevette poco meno di mezzo milione.
È per via del caso Liebeck che oggi i coperchi di plastica del caffè da asporto riportano la scritta CAUTION: CONTENTS HOT. A quella storia seguì una lunga fase di cause legali più o meno temerarie presentate da singoli cittadini contro grandi aziende, molte delle quali finirono in un buco nell'acqua dopo aver fatto un giro su tutti i giornali. Nei mesi del caso Liebeck, l'opinione pubblica statunitense si schierò prevalentemente dalla parte di McDonald's.
L'altra più nota catena statunitense di fast food, Burger King, è finita sui giornali per una class action nell'agosto del 2023, quando un magistrato ha giudicato ammissibile il ricorso di un gruppo di consumatori statunitensi secondo cui i panini mostrati dagli spot televisivi sono almeno un terzo più grandi di quelli realmente in vendita. Pochi mesi prima un uomo aveva comprato delle «ali di pollo senza ossa» in un ristorante Buffalo Wild Wings di Mount Prospect, in Illinois; poi aveva deciso di fare causa all'azienda, aprendo anche lui una class action per pubblicità ingannevole. Nel testo della sua denuncia si legge che l'uomo pensava erroneamente che le «ali di pollo senza ossa» fossero effettivamente delle ali di pollo da cui erano state rimosse le ossa. Non lo sono.