Petronio, Satyricon: 31-45, pag 3

Petronio, Satyricon: 31-45

Latino: dall'autore Petronio, opera Satyricon parte 31-45

Modo, modo me appellavit

Videor mihi cum illo loqui

Heu, eheu

Utres inflati ambulamus

Minoris quam muscae sumus

Illae tamen aliquam virtutem habent; nos non pluris sumus quam bullae

Et quid si non abstinax fuisset

Quinque dies aquam in os suum non coniecit, non micam panis

Tamen abiit ad plures

Medici illum perdiderunt, immo magis malus fatus; medicus enim nihil aliud est quam animi consolatio

Tamen bene elatus est, vitali lecto, stragulis bonis

Planctus est optime -- manu misit aliquot -- etiam si maligne illum ploravit uxor

Quid si non illam optime accepisset

Sed mulier quae mulier milvinum genus

Neminem nihil boni facere oportet; aeque est enim ac si in puteum conicias

Sed antiquus amor cancer est'
mi aveva fatto chiamare un attimo prima

Mi sembra ancora di averlo qui davanti che parliamo

Mah

Siamo otri gonfiati che camminano

Siamo meno delle mosche

quelle almeno un po' di vitalità ce l'hanno, mentre noi non siamo altro che bolle

E se non avesse fatto la dieta terribile che sappiamo

andato avanti cinque giorni senza inghiottire una goccia d'acqua o una briciola di pane

Eppure è finito nel mondo dei più

La sua morte ce l'hanno sulla coscienza i medici, o piuttosto un destino stramaledetto; a cosa servono poi i medici se non a tirare su il morale

Però gli hanno fatto un funerale coi fiocchi, disteso sul suo letto pieno di addobbi di lusso

In più l'hanno pianto di cuore per tutti quegli schiavi che aveva affrancato, mentre la sola che fingesse di essere straziata era la moglie

E che diamine avrebbe fatto, se lui non l'avesse sempre trattata come una regina

Le donne, che sanguisughe, le donne

Non si dovrebbe mai fargli del bene, perché è come buttarlo in un pozzo

L'amore col tempo è come averci il cancro
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[XLIII] Molestus fuit, Philerosque proclamavit: 'Vivorum meminerimus

Ille habet, quod sibi debebatur: honeste vixit, honeste obiit

Quid habet quod queratur

Ab asse crevit et paratus fuit quadrantem de stercore mordicus tollere

Itaque crevit, quicquid crevit, tanquam favus

Puto mehercules illum reliquisse solida centum, et omnia in nummis habuit

De re tamen ego verum dicam, qui linguam caninam comedi: durae buccae fuit, linguosus, discordia, non homo

Frater eius fortis fuit, amicus amico, manu plena, uncta mensa

Et inter initia malam parram pilavit, sed recorrexit costas illius prima vindemia: vendidit enim vinum quantum ipse voluit

Et quod illius mentum sustulit, hereditatem accepit, ex qua plus involavit quam illi relictum est

Et ille stips, dum fratri suo irascitur, nescio cui terrae filio patrimonium elegavit
43 Il tipo cominciava a seccare, tanto che Filerote salta su e dice: E i vivi dove li mettiamo

Quel tale ha avuto ciò che si meritava: ha vissuto bene e bene è morto

Che ha da lagnarsi

venuto su dal nulla ed era pronto a raccattare coi denti una moneta nel pieno della merda

E così è cresciuto come è cresciuto, che sembrava un favo

E santiddio mi sa che ha lasciato centomila sesterzi tranquilli, e tutti sull'unghia

Ve lo dico io che non ho peli sulla lingua: era un cafone, una mala lingua, un rissoso di natura, mica un uomo

Suo fratello, lui sì che c'aveva le palle, un vero amico con gli amici, generoso e con la tavola sempre imbandita

All'inizio non gli andò per il verso giusto, poi si rimise in sesto con la prima vendemmia, perché riuscì a vendere il vino a quanto voleva lui

Ma quello che lo rimise del tutto in carreggiata fu un'eredità dalla quale sgraffignò più di quanto gli toccasse

Ma da deficiente qual era andò poi a litigare col fratello, lasciando tutta la sua fortuna a non so quale figlio di nessuno
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Longe fugit, quisquis suos fugit

Habuit autem oracularios servos, qui illum pessum dederunt

Nunquam autem recte faciet, qui cito credit, utique homo negotians

Tamen verum quod frunitus est, quam diu vixit

Datum est cui datum est, non cui destinatum

Plane Fortunae filius

In manu illius plumbum aurum fiebat

Facile est autem, ubi omnia quadrata currunt

Et quot putas illum annos secum tulisse

Septuaginta et supra

Sed corneolus fuit, aetatem bene ferebat, niger tanquam corvus

Noveram hominem olim oliorum, et adhuc salax erat

Non mehercules illum puto domo canem reliquisse

Immo etiam puellarius erat, omnis Minervae homo

Nec improbo, hoc solum enim secum tulit'

[XLIV] Haec Phileros dixit, illa Ganymedes: 'Narrat is quod nec ad terram pertinet, cum interim nemo curat quid annona mordet
Chi pianta in asso la sua gente finisce a rotoli

Aveva dei servi che considerava oracoli, e quelli lo aiutarono a finire sul lastrico

Chi fa in fretta a fidarsi del prossimo, finisce che non combina niente di buono, specie se è nel ramo degli affari

Ma una cosa è certa: finché visse, se la spassò alla grande

chi ha avuto, e non chi avrebbe dovuto avere

Era davvero nato con la camicia

In mano sua il piombo diventava oro

che poi è uno scherzo, se tutto gira alla perfezione)

E quanti anni credete che avesse

Settanta e rotti

Ma era fatto di ferro, e se li portava bene gli anni, nero come un corvo

Io lo conoscevo dalla notte dei tempi, ma era ancora attivo sessualmente

E mi sa che in casa sua non risparmiasse nemmeno la cagna

E andava anche coi ragazzini, non si tirava mai indietro

Non gli do mica torto: in fondo questa è la sola cosa che si sia portato dietro con sé

44 Dopo la tirata di Filerote, interviene Ganimede: Questa è roba che non sta né in cielo né in terra, e nel mentre nessuno ci pensa ai morsi della carestia
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Non mehercules hodie buccam panis invenire potui

Et quomodo siccitas perseverat

Iam annum esuritio fuit

Aediles male eveniat, qui cum pistoribus colludunt: 'Serva me, servabo te'

Itaque populus minutus laborat; nam isti maiores maxillae semper Saturnalia agunt

O si haberemus illos leones, quos ego hic inveni, cum primum ex Asia veni

Illud erat vivere

Si mila Siciliae si inferior esset larvas sic istos percolopabant, ut illis Iuppiter iratus esset

Sed memini Safinium; tunc habitabat ad arcum veterem, me puero: piper, non homo

Is quacunque ibat, terram adurebat

Sed rectus, sed certus, amicus amico, cum quo audacter posses in tenebris micare

In curia autem quomodo singulos pilabat

Nec schemas loquebatur sed directum

Cum ageret porro in foro, sic illius vox crescebat tanquam tuba
Oggi, maledetta miseria, non sono riuscito a trovare un tozzo di pane

E la siccità non vuole mica finirla

E intanto è da un anno che c'è la fame

Gli venisse un colpo agli edili, che fanno le combines coi fornai: 'Aiuta me che aiuto te' dicono

mentre la povera gente tira la cinghia e per quelle canaglie è sempre carnevale

Ah, se ci fossero ancora quei duri che ho trovato qui la prima volta che son venuto dall'Asia

Quello sì che era vivere

Se il grano della Sicilia non valeva un fico secco, a 'sti pezzi di galera quelli là gliene davano un sacco e una sporta, che sembrava venisse giù il cielo

Me ne ricordo uno, Safinio: quand'ero ancora un ragazzino, lui stava dalle parti dell'Arco Vecchio; era un demonio, non un uomo

Dove passava lui, faceva terra bruciata

Ma era onesto, leale, amico con gli amici, potevi giocarci alla morra anche al buio

E in Senato poi, come se li rigirava tutti, dal primo all'ultimo

e come parlava chiaro, senza fare tanti giri di parole

Nel foro, poi, quando aveva la parola lui, era come sentire una tromba
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Nec sudavit unquam nec expuit; puto enim nescio quid Asiadis habuisse

Et quam benignus resalutare, nomina omnium reddere, tanquam unus de nobis

Itaque illo tempore annona pro luto erat

Asse panem quem emisses, non potuisses cum altero devorare

Nunc oculum bublum vidi maiorem

Heu heu, quotidie peius

Haec colonia retroversus crescit tanquam coda vituli

Sed quare nos habemus aedilem trium cauniarum, qui sibi mavult assem quam vitam nostram

Itaque domi gaudet, plus in die nummorum accipit quam alter patrimonium habet

Iam scio unde acceperit denarios mille aureos

Sed si nos coleos haberemus, non tantum sibi placeret

Nunc populus est domi leones, foras vulpes

Quod ad me attinet, iam pannos meos comedi, et si perseverat haec annona, casulas meas vendam
E mai una goccia di sudore o uno sputo: aveva un non so che di asiatico

E con che gentilezza ti salutava, ricordandosi il nome di tutti, come se fosse uno di noi

Così a quei tempi la roba costava una miseria

Comprando un soldo di pane, non si riusciva mica a finirlo in due

Adesso ti danno dei panini che un occhio di bue è più grosso

Poveri noi, ogni giorno che passa è sempre peggio

Questo paese cresce in senso contrario, come la coda di un vitello

Ma come volete che vada se abbiamo un edile che non vale un fico secco, e che darebbe la nostra vita in cambio di una lira

A casa sua se la spassa, e guadagna più lui in un giorno che il resto della gente in tutta la vita

Io lo so benissimo come ha fatto ad arraffare mille denari d'oro

Se solo noi avessimo le palle, quello lì non se la spasserebbe tanto

Il fatto è che a casa siamo tutti leoni, mentre fuori diventiamo pecore

Per quel che mi riguarda, ho già venduto gli stracci che avevo e, se continua la carestia, finisce che mi dò via anche la baracca
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Quid enim futurum est, si nec dii nec homines eius coloniae miserentur

Ita meos fruniscar, ut ego puto omnia illa a diibus fieri

Nemo enim caelum caelum putat, nemo ieiunium servat, nemo Iovem pili facit, sed omnes opertis oculis bona sua computant

Antea stolatae ibant nudis pedibus in clivum, passis capillis, mentibus puris, et Iovem aquam exrabant

Itaque statim urceatim plovebat: aut tunc aut nunquam, et omnes ridebant udi tanquam mures

Itaque dii pedes lanatos habent, quia nos religiosi non sumus

Agri iacent

[XLV] -- Oro te, inquit Echion centonarius, melius loquere

'Modo sic, modo sic', inquit rusticus: varium porcum perdiderat

Quod hodie non est, cras erit: sic vita truditur

Non mehercules patria melior dici potest, si homines haberet

Sed laborat hoc tempore, nec haec sola
Come volete che vada a finire, se gli dèi e gli uomini continuano a fregarsene di questo paese

Mi scommetterei i figli che tutto questo ce lo mandano gli dèi

Nessuno più crede che il cielo sia il cielo, nessuno più rispetta il digiuno, tutti se ne infischiano del padreterno, e sanno solo sgranare gli occhi per contare la roba che hanno

Una volta le signore bene salivano scalze in Campidoglio, coi capelli sciolti e il cuore puro, e imploravano Giove che facesse piovere

Subito veniva giù a catinelle: ora o mai, e tutti ridevano, fradici come sorci

Oggi invece gli dèi sono imbestialiti perché non c'è più religione

E intanto i campi se ne vanno in malora

45 Ma per piacere lo interrompe Echione, il rigattiere, non hai niente di più allegro da raccontarci

'Un po' su e un po' giù', disse il contadino, dopo aver perso il maiale pezzato

Quello che non è oggi, sarà domani: così va la vita

Se solo ci fossero degli uomini con gli attributi, santiddìo, questo sì che sarebbe il migliore dei paesi

Ma adesso è piena crisi, e mica solo qui da noi
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Non debemus delicati esse; ubique medius caelus est

Tu si aliubi fueris, dices hic porcos coctos ambulare

Et ecce habituri sumus munus excellente in triduo die festa; familia non lanisticia, sed plurimi liberti

Et Titus noster magnum animum habet, et est caldicerebrius

Aut hoc aut illud erit, quid utique

Nam illi domesticus sum, non est miscix

Ferrum optimum daturus est, sine fuga, carnarium in medio, ut amphitheater videat

Et habet unde

Relictum est illi sestertium tricenties: decessit illius pater male

Ut quadringenta impendat, non sentiet patrimonium illius, et sempiterno nominabitur

Iam Manios aliquot habet et mulierem essedariam et dispensatorem Glyconis, qui deprehensus est cum dominam suam delectaretur
Non dobbiamo fare tanto i difficili: tutto il mondo è paese

Se tu abitassi da un'altra parte, diresti che qui dalle nostre parti i maiali vanno in giro per le strade già belli e cotti

E poi abbiamo la prospettiva di goderci tre giorni di magnifico spettacolo: al posto dei gladiatori di professione un bel grappolo di liberti

Il nostro Tito ha un cuore grosso così ed è pieno di iniziative

Comunque, o questo o quello, alla fin fine qualcosa succederà

Non è tipo da fare le cose a metà, credete a me che con lui sono culo e camicia

Farà gareggiare i più grossi campioni in duelli all'ultimo sangue, col gran massacro finale al centro, che possano vedere tutti gli spettatori

I mezzi per farlo ce li ha

Quando suo padre buonanima è morto, lui si è beccato trenta milioni di sesterzi

Se anche ne spende quattrocentomila, il suo gruzzolo certo non ne risente, e lui verrà ricordato in eterno

Ha già per le mani qualche bel pezzo di galera, più una tizia che combatte sul carro e il tesoriere di Glicone, quello che l'hanno beccato mentre se la faceva con la padrona
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Videbis populi rixam inter zelot et amasiunculos

Glyco autem, sestertiarius homo, dispensatorem ad bestias dedit

Hoc est se ipsum traducere

Quid servus peccavit, qui coactus est facere

Magis illa matella digna fuit quam taurus iactaret

Sed qui asinum non potest, stratum caedit

Quid autem Glyco putabat Hermogenis filicem unquam bonum exitum facturam

Ille miluo volanti poterat ungues resecare; colubra restem non parit

Glyco, Glyco dedit suas; itaque quamdiu vixerit, habebit stigmam, nec illam nisi Orcus delebit

Sed sibi quisque peccat

Sed subolfacio quia nobis epulum daturus est Mammaea, binos denarios mihi et meis

Quod si hoc fecerit, eripiat Norbano totum favorem

Scias oportet plenis velis hunc vinciturum
E in mezzo al pubblico vedrai che risse tra i mariti gelosi e i seduttori di professione

E quel pezzente di Glicone, che ha fatto buttare il tesoriere tra le belve

Questo sì che è svergognarsi agli occhi di tutti

Che colpa aveva il servo, se era la padrona che lo costringeva a farlo

Lei piuttosto, quella troiona, meriterebbe che se la sbattesse un toro

Ma è proprio vero che chi non può bastonare l'asino, se la prende col basto

E poi Glicone che cosa si credeva, che dalla gramigna di Ermogene venisse fuori qualcosa di buono

Avrebbe anche potuto tagliare le unghie a un nibbio in volo, tanto da un serpente non nasce mica una corda

E Glicone, Glicone ha avuto quello che si meritava: le corna se le porta dietro finché campa, e non gliele toglie nemmeno il diavolo in persona

Chi rompe paga, e i cocci son tutti suoi

Io sento già il profumo del banchetto che ci offrirà Mammea, e le due monete d'oro che ci scapperanno per me e per i miei

Se lo farà davvero, porterà via a Norbano tutto il favore della gente

Puoi scommetterci che per lui sarà un trionfo
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Et revera, quid ille nobis boni fecit

Dedit gladiatores sestertiarios iam decrepitos, quos si sufflasses, cecidissent; iam meliores bestiarios vidi

Occidit de lucerna equites; putares eos gallos gallinaceos: alter burdubasta, alter loripes, tertiarius mortuus pro mortuo, qui haberet nervia praecisa

Unus licuius flaturae fuit Thraex, qui et ipse ad dictata pugnavit

Ad summam, omnes postea secti sunt; adeo de magna turba 'Adhibete' acceperant: plane fugae merae

'Munus tamen, inquit, tibi dedi -- et ego tibi plodo'

Computa, et tibi plus do quam accepi

Manus manum lavat

Ma, a conti fatti, da quello lì che cosa ci abbiamo ricavato

Ha fatto gareggiare dei gladiatori da due lire, con un piede nella bara, che li sbattevi a terra con un soffio; in passato ho visto dei condannati che di fronte alle bestie erano molto meglio di loro

Ha fatto ammazzare dei cavalieri da lampade, che sembravano dei galli da pollaio; uo era da caricarlo sul mulo, l'altro aveva i piedi piatti e il terzo, che doveva sostituire un morto, era già morto pure lui con i tendini tagliati

L'unico con un po' di fiato da spendere era un Trace, ma pure lui combatteva come se fosse in palestra

Alla fine li dovettero frustare, tanto la folla gridava 'Dàgli, dàgli': dei veri campioni dell'arte della fuga

'Io comunque uno spettacolo te l'ho offerto', dice lui e io ti rispondo: 'Ti ho battuto le mani

Tu fatti i tuoi bravi conti, e vedrai che ti ho dato più di quello che ho ricevuto

Una mano lava l'altra'

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