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Lucrezio, De rerum natura: Libro 03 Parte 04

Lucrezio, De rerum natura: Libro 03 Parte 04

Latino: dall'autore Lucrezio, opera De rerum natura parte Libro 03 Parte 04

non poteris factis florentibus esse tuisque praesidium

misero misere' aiunt 'omnia ademit una dies infesta tibi tot praemia vitae

' illud in his rebus non addunt 'nec tibi earum iam desiderium rerum super insidet una

' quod bene si videant animo dictisque sequantur, dissoluant animi magno se angore metuque

'tu quidem ut es leto sopitus, sic eris aevi quod super est cunctis privatus doloribus aegris; at nos horrifico cinefactum te prope busto insatiabiliter deflevimus, aeternumque nulla dies nobis maerorem e pectore demet

' illud ab hoc igitur quaerendum est, quid sit amari tanto opere, ad somnum si res redit atque quietem, cur quisquam aeterno possit tabescere luctu

Hoc etiam faciunt ubi discubuere tenentque pocula saepe homines et inumbrant ora coronis, ex animo ut dicant: 'brevis hic est fructus homullis; iam fuerit neque post umquam revocare licebit
Non potrai essere uomo di prospere imprese, né sostegno ai tuoi

A te misero miseramente dicono un solo giorno avverso tutti ha tolti i molti doni della vita

Ma questo, a tale proposito, non aggiungono: né più il rimpianto di quelle cose ti accompagna e resta in te

Se ciò vedessero chiaro con la mente e vi s'attenessero con le parole, si scioglierebbero da grande angoscia e timore dell'animo

Tu certamente, come ti sei assopito nella morte, così sarai per tutto il tempo che resta, esente da tutti i dolori penosi

Ma noi insaziabilmente abbiamo pianto te ridotto in cenere sull'orribile rogo lì vicino, e nessun giorno ci leverà dal petto l'eterna tristezza

Anche ciò gli uomini fanno quando si son messi a tavola e tengono in mano le coppe e velano la fronte con le corone: dicono, dal profondo dell'animo: Breve è questo godere per i poveri uomini; presto sarà passato, né dopo sarà mai possibile farlo tornare
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' tam quam in morte mali cum primis hoc sit eorum, quod sitis exurat miseros atque arida torrat, aut aliae cuius desiderium insideat rei

nec sibi enim quisquam tum se vitamque requiret, cum pariter mens et corpus sopita quiescunt; nam licet aeternum per nos sic esse soporem, nec desiderium nostri nos adficit ullum, et tamen haud quaquam nostros tunc illa per artus longe ab sensiferis primordia motibus errant, cum correptus homo ex somno se colligit ipse

multo igitur mortem minus ad nos esse putandumst, si minus esse potest quam quod nihil esse videmus; maior enim turbae disiectus materiai consequitur leto nec quisquam expergitus extat, frigida quem semel est vitai pausa secuta

Denique si vocem rerum natura repente
Come se nella morte questo dovesse essere il peggiore dei loro mali: essere arsi e disseccati, gli infelici, da un'arida sete o essere oppressi dal rimpianto di qualche altra cosa

In realtà nessuno sente la mancanza di sé stesso e della vita quando la mente e il corpo riposano insieme assopiti Per quanto riguarda noi, infatti, quel sonno può durare in perpetuo, né alcun rimpianto di noi stessi ci affligge E tuttavia, attraverso le nostre membra quei primi principi non vagano affatto lontano dai moti sensiferi quando un uomo, strappatosi al sonno, raccoglie sé stesso

Molto meno, dunque, si deve credere che sia per noi la morte, se può esserci meno rispetto a ciò che vediamo esser nulla; giacché maggiore dispersione della materia perturbata segue alla morte, né alcuno si risveglia e si leva, una volta che l'abbia colto la fredda pausa della vita

Ancora, se la natura d'un tratto parlasse e a qualcuno
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mittat et hoc alicui nostrum sic increpet ipsa: 'quid tibi tanto operest, mortalis, quod nimis aegris luctibus indulges

quid mortem congemis ac fles

nam [si] grata fuit tibi vita ante acta priorque et non omnia pertusum congesta quasi in vas commoda perfluxere atque ingrata interiere; cur non ut plenus vitae conviva recedis aequo animoque capis securam, stulte, quietem

sin ea quae fructus cumque es periere profusa vitaque in offensost, cur amplius addere quaeris, rursum quod pereat male et ingratum occidat omne, non potius vitae finem facis atque laboris

nam tibi praeterea quod machiner inveniamque, quod placeat, nihil est; eadem sunt omnia semper
di noi così facesse, in persona, questo rimprovero: Che cosa, o mortale, ti preme tanto che indulgi oltremisura a penosi lamenti

Perché per la morte ti affliggi e piangi

Infatti, se ti è stata gradita la vita che hai trascorsa prima, né tutti i suoi beni, come accumulati in un vaso bucato, sono fluiti via e si sono dileguati senza che ne godessi, perché non ti ritiri, come un convitato sazio della vita, e non prendi, o stolto, di buon animo, un riposo sicuro

Ma se tutti i godimenti che ti sono stati offerti, sono stati dissipati e perduti, e la vita ti è in odio, perché cerchi di aggiungere ancora quello che di nuovo andrà malamente perduto e tutto svanirà senza profitto Perché non poni piuttosto fine alla vita e al travaglio

Infatti non c'è più nulla che io possa escogitare e scoprire per te, che ti piaccia: tutte le cose sono sempre uguali
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si tibi non annis corpus iam marcet et artus confecti languent, eadem tamen omnia restant, omnia si perges vivendo vincere saecla, atque etiam potius, si numquam sis moriturus', quid respondemus, nisi iustam intendere litem naturam et veram verbis exponere causam

grandior hic vero si iam seniorque queratur atque obitum lamentetur miser amplius aequo, non merito inclamet magis et voce increpet acri: 'aufer abhinc lacrimas, baratre, et compesce querellas

omnia perfunctus vitai praemia marces; sed quia semper aves quod abest, praesentia temnis, inperfecta tibi elapsast ingrataque vita, et nec opinanti mors ad caput adstitit ante quam satur ac plenus possis discedere rerum

nunc aliena tua tamen aetate omnia mitte aequo animoque, age dum, magnis concede necessis
Se il tuo corpo non è ancora sfatto dagli anni, né le membra stremate languiscono, tuttavia tutte le cose restano uguali, anche se tu dovessi vincere, continuando a vivere, tutte le età, anzi perfino se tu non dovessi morire mai; - che cosa risponderemmo, se non che la natura intenta un giusto processo e con le sue parole espone una causa vera

E se ora un vecchio cadente si lagnasse e lamentasse l'incombere della morte rattristandosi più del giusto, non avrebbe essa ragione d'alzare la voce e rimbrottarlo con voce aspra Via di qui con le tue lacrime, o uomo da baratro, e rattieni i lamenti

Tutti i doni della vita hai già goduti e sei marcio Ma, perché sempre aneli a ciò che è lontano e disprezzi quanto è presente, incompiuta ti è scivolata via, e senza profitto, la vita, e inaspettatamente la morte sta dritta accosto al tuo capo prima che tu possa andartene sazio e contento d'ogni cosa

Ora, comunque, lascia tutte queste cose che non si confanno più alla tua età e di buon animo, suvvia, cedi il posto ad altri : è necessario
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' iure, ut opinor, agat, iure increpet inciletque; cedit enim rerum novitate extrusa vetustas semper, et ex aliis aliud reparare necessest

Nec quisquam in baratrum nec Tartara deditur atra; materies opus est, ut crescant postera saecla; quae tamen omnia te vita perfuncta sequentur; nec minus ergo ante haec quam tu cecidere cadentque

sic alid ex alio numquam desistet oriri vitaque mancipio nulli datur, omnibus usu

respice item quam nil ad nos ante acta vetustas temporis aeterni fuerit, quam nascimur ante

hoc igitur speculum nobis natura futuri temporis exponit post mortem denique nostram

numquid ibi horribile apparet, num triste videtur quicquam, non omni somno securius exstat

Atque ea ni mirum quae cumque Acherunte profundo prodita sunt esse, in vita sunt omnia nobis
Giusta, penso, sarebbe l'accusa, giusti i rimbrotti e gl'improperi Sempre infatti, scacciate dalle cose nuove, cedono il posto le vecchie, ed è necessario che una cosa da altre si rinnovi

né alcuno nel baratro del tenebroso Tartaro sprofonda Di materia c'è bisogno perché crescano le generazioni future; che tutte, tuttavia, compiuta la loro vita, ti seguiranno; e dunque non meno di te le generazioni son cadute prima, e cadranno

Così le cose non cesseranno mai di nascere le une dalle altre, e la vita a nessuno è data in proprietà, a tutti in usufrutto

Volgiti a considerare parimenti come nulla siano state per noi le età dell'eterno tempo trascorse prima che noi nascessimo

Questo è dunque lo specchio in cui la natura ci presenta il tempo che alfine seguirà la nostra morte

Forse in esso appare qualcosa di orribile, forse si vede qualcosa di triste Non è uno stato più tranquillo di ogni sonno

E senza dubbio tutte quelle cose che secondo la tradizione sono nell'Acheronte profondo, sono tutte nella nostra vita
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nec miser inpendens magnum timet aëre saxum Tantalus, ut famast, cassa formidine torpens; sed magis in vita divom metus urget inanis mortalis casumque timent quem cuique ferat fors

nec Tityon volucres ineunt Acherunte iacentem nec quod sub magno scrutentur pectore quicquam perpetuam aetatem possunt reperire profecto

quam libet immani proiectu corporis exstet, qui non sola novem dispessis iugera membris optineat, sed qui terrai totius orbem, non tamen aeternum poterit perferre dolorem nec praebere cibum proprio de corpore semper

sed Tityos nobis hic est, in amore iacentem quem volucres lacerant atque exest anxius angor aut alia quavis scindunt cuppedine curae

Sisyphus in vita quoque nobis ante oculos est, qui petere a populo fasces saevasque secures imbibit et semper victus tristisque recedit
Né Tantalo misero teme il gran masso che nell'aria sovrasta, da vana paura, come è fama, paralizzato; ma piuttosto nella vita un fallace timore degli dèi opprime i mortali, e temono il colpo che a ognuno può menare la sorte

Né gli uccelli si cacciano dentro Tizio giacente nell'Acheronte, né dentro l'ampio petto possono certo trovare qualcosa in cui frugare in perpetuo

Si stenda pure con una massa di corpo quanto si voglia immane, che copra con le membra dispiegate, non solo nove iugeri, ma tutto l'orbe della terra: non potrà tuttavia continuare a sopportare un eterno dolore, né fornire cibo dal proprio corpo per sempre

Ma Tizio è per noi qui: è colui che giacente nell'amore uccelli straziano, cioè lo divora un'ansiosa angoscia o per qualsiasi altra passione lo dilaniano affanni

Anche Sisifo è nella vita nostra, alla vista di tutti: è colui che aspira ad ottenere dal popolo i fasci e le crudeli scuri, e sempre vinto e triste si ritira
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nam petere imperium, quod inanest nec datur umquam, atque in eo semper durum sufferre laborem, hoc est adverso nixantem trudere monte saxum, quod tamen [e] summo iam vertice rusum volvitur et plani raptim petit aequora campi

deinde animi ingratam naturam pascere semper atque explere bonis rebus satiareque numquam, quod faciunt nobis annorum tempora, circum cum redeunt fetusque ferunt variosque lepores, nec tamen explemur vitai fructibus umquam, hoc, ut opinor, id est, aevo florente puellas quod memorant laticem pertusum congerere in vas, quod tamen expleri nulla ratione potestur

Cerberus et Furiae iam vero et lucis egestas, Tartarus horriferos eructans faucibus aestus
Giacché cercare un potere che è vano, né vien dato mai, e in quella ricerca sostenere sempre un duro travaglio, questo è sospingere con grande sforzo su per l'erta d'un monte un masso, che tuttavia dalla somma vetta sùbito rotola di nuovo giù, e ratto corre verso la distesa della piana campagna

Ancora: pascer sempre l'insaziabile natura dell'animo e tuttavia non colmarla mai di beni, né mai saziarla, come a noi fanno le stagioni dell'anno, quando, in giro volgendosi, ritornano e ci recano i frutti e le varie delizie, senza che tuttavia noi siamo mai paghi delle gioie della vita, questa, io penso, è la favola delle fanciulle nel fiore dell'età, le quali raccolgono l'acqua in un vaso perforato, che tuttavia non si può in alcun modo riempire

Cerbero e le Furie, per soprappiù, e la mancanza di luce, il Tartaro eruttante dalle fauci vampe orribili, che non esistono in alcun luogo, né invero possono esistere
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qui neque sunt usquam nec possunt esse profecto; sed metus in vita poenarum pro male factis est insignibus insignis scelerisque luela, carcer et horribilis de saxo iactus deorsum, verbera carnifices robur pix lammina taedae; quae tamen etsi absunt, at mens sibi conscia factis praemetuens adhibet stimulos torretque flagellis, nec videt interea qui terminus esse malorum possit nec quae sit poenarum denique finis, atque eadem metuit magis haec ne in morte gravescant

hic Acherusia fit stultorum denique vita

Hoc etiam tibi tute interdum dicere possis

'lumina sis oculis etiam bonus Ancus reliquit, qui melior multis quam tu fuit, improbe, rebus

inde alii multi reges rerumque potentes occiderunt, magnis qui gentibus imperitarunt
Ma c'è nella vita il timore delle pene, grave per i crimini gravi, e l'espiazione della colpa, il carcere e l'orribile precipitare giù dalla rupe, staffilate, carnefici, cavalletto, pece, lamine, fiaccole; e anche se son lontani, pure la mente, conscia dei propri misfatti, in ansia infligge assilli a sé stessa e si brucia con staffili, né vede intanto quale possa essere il termine dei mali, né quale sia alfine la fine delle pene, e anzi teme che queste stesse afflizioni nella morte diventino più gravi

Alfine, è qui che la vita degli stolti diventa un inferno

Anche questo talora tu potresti dire a te stesso

Chiuse i suoi occhi alla luce anche il buon Anco, che in molte cose fu migliore di te, o briccone

Caddero poi molti altri re e dominatori del mondo, che su grandi nazioni esercitarono il comando
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ille quoque ipse, viam qui quondam per mare magnum stravit iterque dedit legionibus ire per altum ac pedibus salsas docuit super ire lucunas et contempsit equis insultans murmura ponti, lumine adempto animam moribundo corpore fudit

Scipiadas, belli fulmen, Carthaginis horror, ossa dedit terrae proinde ac famul infimus esset

adde repertores doctrinarum atque leporum, adde Heliconiadum comites; quorum unus Homerus sceptra potitus eadem aliis sopitus quietest

denique Democritum post quam matura vetustas admonuit memores motus languescere mentis, sponte sua leto caput obvius optulit ipse

ipse Epicurus obit decurso lumine vitae, qui genus humanum ingenio superavit et omnis restinxit stellas exortus ut aetherius sol

tu vero dubitabis et indignabere obire
Quegli stesso che un giorno aprì una via per il grande mare e offerse alle legioni un cammino perché andassero sopra le profondità marine, e insegnò a varcare a piedi i salati abissi, e disprezzò i fragori dei flutti calpestandoli coi cavalli, anch'egli fu privato della luce ed esalò l'anima dal corpo morente

Scipione, fulmine di guerra, terrore di Cartagine, rese le ossa alla terra come se fosse un infimo schiavo

Aggiungi gli scopritori delle scienze e delle arti, aggiungi i compagni delle Muse, tra i quali Omero, l'unico, dopo aver conquistato lo scettro, s'addormentò dello stesso sonno degli altri

E ancora: dopoché matura vecchiezza fece sentire a Democrito che i memori movimenti della mente languivano, spontaneamente alla morte andò incontro e offrì il proprio capo

Lo stesso Epicuro morì, dopo aver percorso il luminoso tratto della vita, egli che per ingegno superò il genere umano, e tutti offuscò, come il sole sorto nell'etere offusca le stelle

E tu esiterai e t'indignerai di morire
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mortua cui vita est prope iam vivo atque videnti, qui somno partem maiorem conteris aevi, et viligans stertis nec somnia cernere cessas sollicitamque geris cassa formidine mentem nec reperire potes tibi quid sit saepe mali, cum ebrius urgeris multis miser undique curis atque animo incerto fluitans errore vagaris

' Si possent homines, proinde ac sentire videntur pondus inesse animo, quod se gravitate fatiget, e quibus id fiat causis quoque noscere et unde tanta mali tam quam moles in pectore constet

haut ita vitam agerent, ut nunc plerumque videmus quid sibi quisque velit nescire et quaerere semper, commutare locum, quasi onus deponere possit

exit saepe foras magnis ex aedibus ille, esse domi quem pertaesumst, subitoque revertit, quippe foris nihilo melius qui sentiat esse
Tu cui la vita è quasi morta, mentre sei ancora vivo e vedi; tu che nel sonno consumi la parte maggiore del tempo e sveglio russi, né cessi di vedere sogni ed hai la mente assillata da vana paura, e spesso non sei capace di scoprire che male tu abbia, mentre ebbro sei oppresso da molti affanni, infelice, da ogni parte, e vaghi ondeggiando in preda al confuso errore dell'animo

Se gli uomini, come si vede che sentono di avere in fondo all'animo un peso che con la sua gravezza li affatica, potessero anche conoscere da che cause ciò provenga e perché una sì grande mole, per così dire, di male nel petto persista

non così passerebbero la vita, come ora per lo più li vediamo: ognuno non sa quel che si voglia e cerca sempre di mutar luogo, quasi potesse deporre il suo peso

Esce spesso fuori del grande palazzo colui che lo stare in casa ha tediato, e sùbito ritorna , giacché sente che fuori non si sta per niente meglio
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