Nell'autunno 2017 il premier libanese è uno dei tanti dignitari stranieri invitati al Riad, insieme ad importanti investitori da tutto il mondo, a un maxi-evento in cui Mohammed Bin Salman pubblicizza i piani avveniristici per la modernizzazione del regno.
In quell'occasione a Saad Hariri viene rivolto un invito aggiuntivo. Il principe saudita vorrebbe rivederlo tu per tu, in un'occasione più intima, di lì a poco: il 4 novembre. Gli viene spiegato che si tratterà di un incontro rilassato, una gita nel deserto, per conoscersi meglio e approfondire i rapporti tra le due nazioni. Alla data prefissata Hariri vola nuovamente da Beirut a Riad. Niente giacca e cravatta, in vista dell'escursione che gli è stata promessa il premier libanese si presenta alla residenza di Mohammed Bin Salman in jeans e scarpe da ginnastica. Su quello che accade da quel momento in poi esistono versioni contrastanti. La più accreditata, secondo Hubbard e altre fonti, è degna di un thriller.
Il capo del governo libanese e le sue guardie del corpo vengono perquisiti, disarmati, privati dei loro cellulari, passati attraverso metal detector. Hariri viene separato dalla scorta, rinchiuso in una stanza dove è sottoposto a un interrogatorio, minacce e pressione psicologica ai limiti della tortura. Riappare nel pomeriggio, ripreso dalle telecamere (sempre a Riad): è stato vestito con giacca e cravatta, è seduto dietro una scrivania, con una bandiera libanese alle spalle.
Legge un discorso scritto su un foglio. E' l'annuncio delle sue dimissioni, arricchito di una serie di accuse contro l'Iran " seminatore di distruzione di rovina ". Agli Hezbollah - con cui in precedenza aveva raggiunto un accordo - il premier libanese manda a dire che " il mondo arabo mozzerà le mani protese verso il male ". Finito di leggere l'annuncio in TV, Hariri viene trasferito, sempre sotto custodia saudita, nel famoso hotel Ritz-Carlton di Riad.
Le reazioni a Beirut dopo quel messaggio sono tra lo sconcerto, l'angoscia, l'indignazione. I familiari di Hariri si dicono perplessi e scettici. Il presidente del Libano, Michelle Aoun, dichiara che è tutto molto strano, e aggiunge che crederà a quelle dimissioni sono se il premier gliele porta di persona. Il capo della sicurezza libanese, il generale Abbas Ibrahim, lancia subito la pista che si dimostrerà più attendibile: " abbiamo buone ragioni per ritenere che il nostro primo ministro sia stato rapito e preso in ostaggio dall'Arabia Saudita ".
Lo stesso generale Ibrahim nelle ore successive presenta a diversi ambasciatori stranieri a Beirut le prove della sua incredibile accusa. Il quotidiano libanese" Al Akhbar" esce con una grande foto di Hariri in prima pagina e un titolo a caratteri cubitali: L'ostaggio. La versione del rapimento in seguito viene fatta propria anche dal Presidente Aoun, e da molti governi stranieri (in prima fila ovviamente c'è quello iraniano, convinto che a Riad sia stato costretto con la violenza ad abbandonare l'accordo con Hezbollah).
Nei giorni seguenti, per respingere le accuse sul sequestro di persona di un capo di governo straniero, Mohammed Bin Salman "libera" Hariri consentendogli un viaggio fuori dai confini del regno, ma nella capitale di uno Stato che considera un fedele alleato: Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti). Eppure lo sceicco emiratino Mohammed Bin Zayed, benché molto legato a Mohamed Bin Salman, fa trapelare i primi dettagli sul sequestro intimidatorio. Bin Zayed lascia intendere che secondo lui il principe saudita ha esagerato.
Una volta rientrato a Beirut e al sicuro, Hariri ritira le dimissioni, a riprova che non erano sincere. Ma lui personalmente non divulgherà mai quel che è accaduto nelle ore in cui è stato ostaggio.









