Quando eravamo una blastocisti di tre-cinque giorni, eravamo composti interamente di cellule staminali (circa 150, per la precisione). Una volta diventati adulti, non ce ne restano molte, e quelle poche sono per lo più generate nel midollo osseo.
Quando, nel 1998, si imparò a ricavare questi materiali magici da embrioni umani e trasformarli in laboratorio in qualsiasi altra cellula, all'improvviso sembrò a portata di mano la possibilità di usarli per riparare o creare ex novo qualunque parte del corpo, invece di ricorrere ai vecchi metodi: sostituirli con metallo o plastica, o con un organo altrui che richiede la soppressione del sistema immunitario. Presto le cellule staminali avrebbero ringiovanito organi vecchi, danneggiati o malati, come il fegato, le articolazioni, il cuore, i reni, gli occhi e qualsiasi altra cosa si possa desiderare.
Tra polemiche (non tutti apprezzavano l'idea di usare tessuto fetale come base per le cure mediche) e nuove speranze (si scoprì che era possibile usare altre cellule nel corpo adulto per scopi simili!), i media ne parlavano in continuazione. Le cellule staminali avrebbero curato i disturbi neurologici. O il mal di schiena. Anzi, avrebbero curato qualsiasi cosa. Erano miracoli biologici.
Nonostante trent'anni di titoli altisonanti, però, la maggior parte di questi obiettivi è ancora irraggiungibile.
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Dopo tutti questi anni non c'è alcuna lesione, malattia o problema medico in cui la terapia con le cellule staminali sia migliore di quelle preesistenti
Stephen Badylak, che dirige il McGowan Institute for Regenerative Medicine a Pittsburgh.
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