Alcuni studi sugli animali hanno dimostrato che una lesione dell'amigdala può ridurre o annullare le reazioni di paura di fronte a situazioni pericolose: un chiaro segnale del suo ruolo chiave nella sopravvivenza.
Ma che cosa accade quando la lesione avviene nell'essere umano? Non si tratta certo di un evento frequente: l'amigdala è una piccola formazione di nuclei nervosi ben protetta nel lobo temporale, e difficilmente è interessata in modo selettivo da un danno o da una malattia del cervello. Esiste però una rara patologia genetica chiamata sindrome di Urbach-Wiethe, che colpisce in prevalenza la pelle ma, misteriosamente, può provocare un accumulo di calcio nella regione dei lobi temporali di entrambi gli emisferi che porta alla progressiva distruzione dell'amigdala.
Un caso straordinario di Urbach-Wiethe è quello della paziente S.M., conosciuta come «la donna senza paura».
Nonostante un'intelligenza nella norma, S.M. mostra fin da giovane comportamenti sociali atipici, spesso disinibiti e inappropriati al contesto, e una marcata difficoltà nel riconoscere le emozioni negative negli altri, in particolare la paura. Per indagare questa difficoltà, S.M. viene sottoposta a test neuropsicologici: di fronte a fotografie di espressioni facciali corrispondenti alle emozioni di base (gioia, sorpresa, paura, rabbia, disgusto e tristezza), S.M. mostra proprio una specifica incapacità nell'identificare la paura.
Anni dopo, per approfondire questa risposta emotiva anomala, i ricercatori sottopongono S.M. a una serie di esperimenti paurosi: viene esposta a serpenti e ragni, portata in una casa infestata, messa davanti a film horror, tutto senza mai manifestare segni di paura. Nel negozio di animali del primo esperimento, chiede addirittura con curiosità e divertimento di poter maneggiare una tarantola!
Eppure, la sua vita era tutt'altro che priva di esperienze traumatiche: era stata vittima di minacce e violenze documentate. La sua incapacità di riconoscere la paura, ma anche quella di provarla, di farne esperienza, non erano il frutto di una vita tranquilla, ma di una lesione nel suo cervello.
Anche nel caso di un'altra emozione primaria, il disgusto, abbiamo a disposizione evidenze importanti, fornite dalla neuropsicologia, che ci indicano che una lesione cerebrale localizzata è in grado di ridurre o abolire questa fondamentale risposta emotiva.
La storia di questa scoperta è un ottimo esempio di come le neuroscienze avanzino attraverso l'integrazione di numerose fonti di informazione, spesso ottenute con metodi differenti.
Un gruppo di ricercatori interessati allo studio di una grave malattia neurologica ereditaria, la Corea di Huntington, era venuto a conoscenza del caso della paziente S.M. Dato che nella Corea di Huntington l'amigdala è coinvolta, insieme ad altre strutture cerebrali, dal processo neurodegenerativo, gli studiosi decisero di somministrare a un piccolo gruppo di pazienti affetti dalla malattia test analoghi a quelli che erano stati usati per S.M. I risultati indicarono che questi pazienti presentavano una difficoltà a distinguere la rabbia dalla paura, ma più di tutto non riuscivano a riconoscere l'espressione di disgusto