Virgilio, Eneide: Libro 02 - IL GRECO SINONE

Virgilio, Eneide: Libro 02 - IL GRECO SINONE

Latino: dall'autore Virgilio, opera Eneide parte Libro 02 - IL GRECO SINONE

Ecce, manus iuvenem interea post terga revinctum pastores magno ad regem clamore trahebant Dardanidae, qui se ignotum venientibus ultro, hoc ipsum ut strueret Troiamque aperiret Achivis, obtulerat, fidens animi atque in utrumque paratus, seu versare dolos seu certae occumbere morti

undique visendi studio Troiana iuventus circumfusa ruit certantque inludere capto

accipe nunc Danaum insidias et crimine ab uno disce omnis

namque ut conspectu in medio turbatus, inermis constitit atque oculis Phrygia agmina circumspexit, spondaico'heu, quae nunc tellus,' inquit, 'quae me aequora possunt accipere

aut quid iam misero mihi denique restat, cui neque apud Danaos usquam locus, et super ipsi Dardanidae infensi poenas cum sanguine poscunt

' quo gemitu conversi animi compressus et omnis impetus

hortamur fari quo sanguine cretus, quidve ferat; memoret quae sit fiducia capto
Ecco frattanto i pastori dardanidi trascinavano, legato le mani alla schiena, un giovane davanti al re con gran chiasso, che s'era offerto sconosciuto volontariamente a loro che passavano, per ordir proprio questo e aprir Troia agli Achei, sicuro di spirito e preparato ad entrambi i casi,sia a tentare gli imbrogli sia ad affrontare morte sicura

Da ogni parte per la voglia di vedere la gioventù troiana sparsa attorno corre e gareggiano a schernire il catturato

Senti ora le insideie dei Danai e da un misfatto solo conoscili tutti

Infatti come si fermò in mezzo alle occhiate turbato, inerme e con gli occhi vide attorno le schiere frige,Ahi, disse, che terra ora, quali mari possonoaccettarmi

o cosa mai resta più a me misero,cui mai neppurun posto presso i Danai, ed in più gli stessi Dardanidi ostili chiedono castighi col sangue

A quel gemito gli animi mutarono ed ogni attaccosi bloccò

Esortiamo a dire da quale sangue nato,o che porti; ricordi che fiducia abbia il catturato
'Cuncta equidem tibi, rex, fuerit quodcumque, fatebor vera,' inquit; 'neque me Argolica de gente negabo

hoc primum; nec, si miserum Fortuna Sinonem finxit, vanum etiam mendacemque improba finget

fando aliquod si forte tuas pervenit ad auris Belidae nomen Palamedis et incluta fama gloria, quem falsa sub proditione Pelasgi insontem infando indicio, quia bella vetabat, demisere neci, nunc cassum lumine lugent: illi me comitem et consanguinitate propinquum pauper in arma pater primis huc misit ab annis

dum stabat regno incolumis regumque vigebat conciliis, et nos aliquod nomenque decusque gessimus

invidia postquam pellacis Ulixi haud ignota loquor superis concessit ab oris, adflictus vitam in tenebris luctuque trahebam et casum insontis mecum indignabar amici
Tutto davvero, o re, qualunque sia stato, confesseròil vero, disse, nè dirò che non sono di razza argolica

Questo anzitutto; nè se la Fortuna ha reso Misero Sinone, la malvagia non lo renderà falso e bugiardo

Se per caso parlando giunse alle tue orecchie qualche notizia del belide Palamede e l'illustre gloria per fama, che i Pelasgi sotto falsa accusa con processo sacrilego mandarono a morte innocente, perchè ostacolava le guerre, ora lo piangono, privato della luce: per lui il padre povero mandò me, come compagno ed affine per parentela in armi qui dai primi anni

Finchè stava al potere incolume ed aveva prestigio nelle sedute dei re, anche noi godemmo sia qualche fama che onore

Dopo che per l'invidia dell'astuto Ulisse, non dico cose sconosciute, sparì dalle spiagge terrene,afflitto trascinavo la vita nelle ombre e nel piantoe tra me sdegnavo la morte dell'amico innocente
nec tacui demens et me, fors si qua tulisset, si patrios umquam remeassem victor ad Argos, promisi ultorem et verbis odia aspera movi

hinc mihi prima mali labes, hinc semper Ulixes criminibus terrere novis, hinc spargere voces in vulgum ambiguas et quaerere conscius arma

nec requievit enim, donec Calchante ministro - sed quid ego haec autem nequiquam ingrata revolvo, quidve moror

si omnis uno ordine habetis Achivos, idque audire sat est, iamdudum sumite poenas: hoc Ithacus velit et magno mercentur Atridae

' Tum vero ardemus scitari et quaerere causas, ignari scelerum tantorum artisque Pelasgae

prosequitur pavitans et ficto pectore fatur: 'Saepe fugam Danai Troia cupiere relicta moliri et longo fessi discedere bello; fecissentque utinam

saepe illos aspera ponti interclusit hiems et terruit Auster euntis
Nè tacqui, pazzo, e mi garantii, se una sorte avesse permesso, se mai vincitore fossi tornato alla patria Argo, vendicatore e con le parole smossi duri rancori

Di qui per me il primo passo del male, di qui sempre Ulisse ad atterrirmi con nuove accuse, di qui a spargere frasi ambigue tra il volgo e cercare, consapevole, le armi

E difatti non riposò, finchè, intermediario Calcante Ma perchè io mai rimugino invano cose spiacevoli, o perchè indugio

se considerate gli Achivi tutti allo stesso modo, anche sentir ciò basta, suvvia fate vendetta: questo vorrebbe l'Itaco e caro lo pagherebbero gli Atridi

Allora proprio vogliamo sapere e chiedere i motivi, ignari di sì grandi misfatti e dell'arte pelasga

Prosegue tremando e dice con cuore falso:Spesso i Danai desiderarono tentare la fuga, lasciata Troia, e stanchi ritirarsi dalla lunga guerra;magari l'avessero fatto

Spesso li ostacolò l'aspra burrasca del mare ed Austro atterrì i partenti
praecipue cum iam hic trabibus contextus acernis staret equus, toto sonuerunt aethere nimbi

suspensi Eurypylum scitatum oracula Phoebi mittimus, isque adytis haec tristia dicta reportat: sanguine placastis ventos et virgine caesa, cum primum Iliacas, Danai, venistis ad oras; sanguine quaerendi reditus animaque litandum Argolica

vulgi quae uox ut venit ad auris, obstipuere animi gelidusque per ima cucurrit ossa tremor, cui fata parent, quem poscat Apollo

hic Ithacus vatem magno Calchanta tumultu protrahit in medios; quae sint ea numina divum flagitat

et mihi iam multi crudele canebant artificis scelus, et taciti ventura videbant

bis quinos silet ille dies tectusque recusat prodere voce sua quemquam aut opponere morti

vix tandem, magnis Ithaci clamoribus actus, composito rumpit vocem et me destinat arae
Soprattutto quando questo cavallo composto di travi d'acero s'ergeva, per tutto l'etere i nembi risuonarono

Perplessi inviamo Euripilo ad interrogare gli oracoli di Febo, ed egli riporta dai luoghi segreti queste tristi parole:Col sangue placaste i venti e con una ragazza sacrificata, quando all'inizio,o Danai, giungeste alle spiagge iliache; occorre cercare i ritorni col sangue e sacrificare con una vita argolica

Come quella frase venne alle orecchie del volgo, i cuori stupirono ed un gelido tremore corse nel fondo delle ossa, a chi accennino i fati, chi richieda Apollo

Allora l'Itaco trascina in mezzo il vate Calcantecon grande tumulto; richiede quali siano quelle volontà degli dei

E molti ormai mi predicevan il crudele misfatto del furfante, e taciti prevedevan i fatti venturi

Egli tace per ben dieci giorni e nascosto rifiuta di tradire qualcuno con la sua voce o esporlo alla morte

Finalmente a stento, spinto dalle grandi grida dell'Itaco, secondo l'accordo, tronca gli indugi e mi destina all'altare
adsensere omnes et, quae sibi quisque timebat, unius in miseri exitium conversa tulere

iamque dies infanda aderat; mihi sacra parari et salsae fruges et circum tempora vittae

eripui, fateor, leto me et vincula rupi, limosoque lacu per noctem obscurus in ulva delitui dum vela darent, si forte dedissent

nec mihi iam patriam antiquam spes ulla videndi nec dulcis natos exoptatumque parentem, quos illi fors et poenas ob nostra reposcent effugia, et culpam hanc miserorum morte piabunt

quod te per superos et conscia numina veri, per si qua est quae restet adhuc mortalibus usquam intemerata fides, oro, miserere laborum tantorum, miserere animi non digna ferentis

' His lacrimis vitam damus et miserescimus ultro
Concordarono tutti e quel che ciascuno temeva, ridotto alla morte di uno solo, lo sopportarono

Ed ormai si presentava il giorno esecrando; mi si preparavano i riti sacri ed i frutti salati e le bende attorno alle tempia

Mi sottrassi, confeso, alla morte e ruppi le catene,e nascosto nel limaggioso stagno tra l'erbam'appiattai, finchè partissero, se mai fossero partiti

Nè per me più alcuna speranza di veder l'antica patria nè i dolci figli ed il bramato padre,ad essi forse essi chiederanno vendette per le nostre fughe ed espieranno questa colpa colla morte dei miseri

Perciò ti prego per i celesti e le divinità conoscitori del vero, per se mai esiste, che resista ancora per i mortali, la intemerata fede, abbi pietà di sì grandi affanni, abbi pietà d'un cuore che sopporta cose non degne

Per queste lacrime concediamo la vita ed inoltre commiseriamo
ipse viro primus manicas atque arta levari vincla iubet Priamus dictisque ita fatur amicis: 'quisquis es, amissos hinc iam obliviscere Graios noster eris mihique haec edissere vera roganti: quo molem hanc immanis equi statuere

quis auctor

quidve petunt

quae religio

aut quae machina belli

' dixerat

ille dolis instructus et arte Pelasga sustulit exutas vinclis ad sidera palmas: 'vos, aeterni ignes, et non violabile vestrum testor numen,' ait, 'vos arae ensesque nefandi, quos fugi, vittaeque deum, quas hostia gessi: fas mihi Graiorum sacrata resolvere iura, fas odisse viros atque omnia ferre sub auras, si qua tegunt, teneor patriae nec legibus ullis

tu modo promissis maneas servataque serves Troia fidem, si vera feram, si magna rependam

omnis spes Danaum et coepti fiducia belli Palladis auxiliis semper stetit
Lo stesso Priamo per primo ordina che si levino le manettee le strette catene e così parla con parole amiche:Chiunque sia, dimentica ormai da ora i Grai perduti,sarai nostro ed a me che chiedo questo, racconta il vero: perchè costruirono questa mole di immenso cavallo

chi l'autore

o cosa chiedono

quale voto

o quale macchina di guerra

Aveva detto

Lui, istruito dalle frodi e dall'arte pelasga alzò al cielo le palme liberate dalle catene:Voi, fuochi eterni, e la vostra non violabile maestà chiamo a testimonio,disse, voi altari e spade nefande, che rifuggii, e bende degli dei, che portai come vittima: mi è lecito sciogliere i sacri giuramenti dei Grai, lecito odiare gli uomini e portare tutto alla luce, se copron qualcosa, non son tenuto da alcuna legge di patria

Tu però mantienti alle promesse e tu, Troia salvata, salvami la lealtà, se riferisco il vero, se ricompenso alla grande

Ogni speranza dei Danai e la fiducia della guerra intrapresa stette sempre negli aiuti di Pallade
impius ex quo Tydides sed enim scelerumque inventor Ulixes, fatale adgressi sacrato avellere templo Palladium caesis summae custodibus arcis, corripuere sacram effigiem manibusque cruentis virgineas ausi divae contingere vittas, ex illo fluere ac retro sublapsa referri spes Danaum, fractae vires, aversa deae mens

nec dubiis ea signa dedit Tritonia monstris

vix positum castris simulacrum: arsere coruscae luminibus flammae arrectis, salsusque per artus sudor iit, terque ipsa solo mirabile dictu emicuit parmamque ferens hastamque trementem

extemplo temptanda fuga canit aequora Calchas, nec posse Argolicis exscindi Pergama telis omina ni repetant Argis numenque reducant quod pelago et curvis secum avexere carinis
Ma da quando l'empioTidide infatti e l'inventore di delitti Ulisse, avvicinatisi,osarono strappare dal tempio consacrato il fatale Palladio, uccise le guardie dell'altissima rocca, rubarono la sacra effigie e con mani cruente (osaron) toccare le bende virginee della dea,da allora svaniva e scaduta si ritirava indietro la speranza dei Danai, spezzate le forze, distolta la mente della dea

Nè la Tritonia diede quei segnali con dubbiosi prodigi

Appena posato il simulacro nel campo: arsero lampeggianti fiamme, sbarrati gli occhi, e corse per le membra salato sudore, e tre volte essa balzò dal suolo, straordinario a dirsi,e reggendo lo scudo e la lancia tremante

Subito Calcante profetizza che occorre prender il mar con la fuga, nè può Pergamo esser distrutta dalle armi argoliche se non riprendano da Argo gli auspici e riconducano la divinità che per mare e conle curve carene han portato con sè
et nunc quod patrias vento petiere Mycenas, arma deosque parant comites pelagoque remenso improvisi aderunt; ita digerit omina Calchas

hanc pro Palladio moniti, pro numine laeso effigiem statuere, nefas quae triste piaret

hanc tamen immensam Calchas attollere molem roboribus textis caeloque educere iussit, ne recipi portis aut duci in moenia posset, neu populum antiqua sub religione tueri

nam si vestra manus violasset dona Minervae, tum magnum exitium quod di prius omen in ipsum convertant

Priami imperio Phrygibusque futurum; sin manibus vestris vestram ascendisset in urbem, poliptultro Asiam magno Pelopea ad moenia bello venturam, et nostros ea fata manere nepotes'

Ed ora poichè col vento si diressero alla patria Micene, e preparano armi e gli deicome compagni e si presenteranno improvvisi,ripassato il mare; così Calcante interpreta i prodigi

Ammoniti, costruirono questa effige al posto del Palladio, al posto della maesta lesa, che espiasse il triste sacrilegio

Calcante tuttavia ordinò di innalzare questa immensa mole, e di alzarla fino al cielo, collegate le travi, che non potesse esser accolta dalle porte e condotta dentro le mura, nè proteggere il popolo sotto l'antica protezione

Infatti se la vostra mano avesse violato i doni a Minerva, allora una grande rovina, che gli dei prima rivolgano contro lo stesso presagio

sarebbe accaduta per il potere di Priamo ed i Frigi se invece con le vostre mani fosse salita nella vostra città, l'Asia inoltre sarebbe giunta alle mura pelopee con gran guerra e quei destini proteggerebbero i nostri nipoti

Now I feel...