D'Annunzio, oltre a avere trasformato e rilanciato nel mondo la cultura italiana, aveva sferrato formidabili colpi alla politica, perduta nei meandri di un trasformismo interminabile, e aveva cambiato le abitudini della borghesia e della società ottocentesca, scossa dal terremoto delle sue intuizioni e dalla rivoluzione scatenata dalle sue parole, dal suo comportamento, dal suo gusto.
Già nel 1897 il ventenne Marinetti si era spinto fino in Abruzzo - un viaggio tutt'altro che semplice - per seguire la campagna elettorale di d'Annunzio, candidato al Parlamento. Voleva, affermò, soddisfare la propria «curiosità di letterato e di psicologo». È più probabile che volesse cogliere il segreto della capacità dannunziana di sedurre e trascinare, ascoltare la sua confutazione del socialismo.
Marinetti definì d'Annunzio «un Montecarlo di tutte le letterature», ricevendo in cambio un insulto più futurista e fulminante, «cretino fosforescente».
Nato il futurismo, Marinetti non poté che mettere il nuovo Vate in testa alla lista dei nemici da combattere. Scrisse in Noi rinneghiamo i nostri maestri simbolisti ultimi amanti della luna, del 1910:
«Bisogna ad ogni costo combattere Gabriele D'Annunzio, perché egli ha raffinato, con tutto il suo ingegno, i quattro veleni intellettuali che noi vogliamo assolutamente abolire:
1° la poesia morbosa e nostalgica della distanza e del ricordo;
2° il sentimentalismo romantico grondante di chiaro di luna, che si eleva verso la Donna-Bellezza ideale e fatale;
3° l'ossessione della lussuria, col triangolo dell'adulterio, il pepe dell'incesto e il condimento del peccato cristiano;
4° la passione professorale del passato e la mania delle antichità e delle collezioni.»