Il primo a offrire la sua versione di chi era stato san Francesco e delle tappe attraverso cui si era sviluppata la sua esperienza spirituale era stato, poco prima di morire, lui stesso. Francesco d'Assisi scrisse molto, soprattutto nei suoi ultimi anni di vita.
I due biglietti di mano di Francesco che si conservano religiosamente ad Assisi e a Spoleto dimostrano, secondo Attilio Bartoli Langeli, che il santo era a mala pena alfabetizzato: capace sì di scrivere, ma con una grafia faticosa ed elementare, e in un latino piuttosto sgrammaticato.
LA MISSIONE DI TOMMASO DA CELANO
Ma il Testamento contiene soltanto alcune informazioni isolate; e invece l'urgenza di conoscere tutte le tappe della vita di Francesco, e di ricordare ogni particolare del suo insegnamento, ossessionava i francescani fin da quando, morto (nella notte fra il 3 e il 4 ottobre 1226) e fulmineamente canonizzato il loro fondatore, per farsi un'idea della sua figura era diventato necessario interrogare coloro che l'avevano conosciuto da vivo. Papa Gregorio IX incaricò dunque un francescano della vecchia guardia, Tommaso da Celano, di scrivere la vita del fondatore, e già il 25 febbraio 1229 approvò ufficialmente il suo lavoro. È quella che si è chiamata a lungo Vita prima e che oggi si chiama più correttamente Vita del beato Francesco, che conobbe una larga diffusione e venne copiata, riassunta, versificata in tutta Europa.
Nel decennio successivo lo stesso Tommaso, su richiesta del ministro generale frate Elia da Cortona, produsse una versione abbreviata della Vita, ad uso interno dell'Ordine, perché, annotò non senza irritazione, c'era gente a cui i testi troppo lunghi davano fastidio.
Nella prima redazione della Vita, Tommaso da Celano aveva elencato 7 miracoli compiuti personalmente da Francesco in vita e 39 verificatisi dopo la sua morte, che possono sembrare molti, ma invece all'epoca parevano troppo pochi.
La scelta, in effetti, venne criticata e Tommaso fu costretto ad aggiungere molti miracoli già nella Vita breve: diciamo costretto perché lui stesso dichiara nel prologo di essersi rimesso interamente ai consigli di frate Elia, ma quando poi ne inizia la rassegna la introduce con un'espressione sibillina e davvero poco calorosa, a conferma della sua diffidenza per il proliferare di queste notizie.
Evidentemente non bastava: e così nel 1244 il nuovo ministro generale Crescenzio da Jesi pubblicò una circolare invitando i frati che avevano conosciuto Francesco a comunicare le notizie in loro possesso sui miracoli del santo. In seguito a questa iniziativa frate Rufino, uno dei primi compagni, e altri francescani della prima ora, frate Leone e frate Angelo, inviarono al ministro generale i loro ricordi, accompagnati da una lettera datata da Greccio l'11 agosto 1246. Anch'essi, però, pensavano con Tommaso, e lo ripeterono alla lettera, che i miracoli manifestano la santità ma non la fanno; perciò decisero autonomamente di non includere soltanto gli episodi miracolosi, ma più in generale i suoi detti e fatti esemplari. Si delinea a questo punto abbastanza chiaramente l'impressione di una frattura fra i vecchi compagni di Francesco, che desideravano rievocare l'uomo e la sua vita, e un mondo attorno a loro che era ansioso innanzitutto di saperne i miracoli.
della Vita di Tommaso da Celano accumularono ulteriori informazioni sulla biografia di Francesco, completando, correggendo e contraddicendo quella prima versione ufficiale.
Ma la dirigenza dell'Ordine continuava a desiderare di possedere un testo definitivo, che incorporasse in modo ordinato tutto ciò che si doveva sapere sulla biografia del fondatore. Di fronte all'emergere di tante nuove informazioni, il ministro generale Crescenzio da Jesi ordinò dunque a Tommaso da Celano di raccoglierle in una nuova opera a integrazione della prima Vita e della sua versione abbreviata, considerate ormai insufficienti.
Il risultato fu quella che per molto tempo si è chiamata la Vita secunda e che oggi si preferisce chiamare con il termine presente nei tre codici che la tramandano, Memoriale; giacché si tratta di una vasta collezione di episodi ordinati tematicamente, e non di una biografia organica e completa.
Tommaso studiò i materiali pervenuti, ma fece anche di più, giacché contattò i testimoni ancora in vita, e ne chiese la collaborazione: sono loro che si rivolgono al ministro nel prologo e nella conclusione, scusandosi per la propria semplicità e ignoranza, e pregando per Tommaso che ha messo per iscritto i loro ricordi.
Ma non finì lì, perché Giovanni da Parma, subentrato nel 1247 a Crescenzio da Jesi, trovò che la nuova opera, benché amplissima, era ancora un po' debole quanto a miracoli. Tommaso, ormai molto di malavoglia, si rimise al lavoro per l'ennesima volta, e rimaneggiò il Memoriale. Innanzitutto ridimensionò le accuse ai frati di essersi allontanati dagli ideali originari, che non avevano lesinato in nessuna delle opere precedenti: non è detto che gliel'avesse chiesto Giovanni da Parma, ma evidentemente le pressioni in questo senso erano forti. Ma soprattutto aggiunse al Memoriale una robusta appendice, che chiamiamo per convenzione Trattato dei miracoli, così da soddisfare definitivamente le richieste di chi voleva conoscere soprattutto l'attività taumaturgica del santo.
Stavolta, però, Tommaso fece trapelare apertamente il suo malumore. Dichiarò di aver scritto soltanto per la pressione di tante richieste importune e perché doveva obbedire agli ordini, e si lagnò delle insistenti richieste di introdurre dei cambiamenti; irritato ed esausto, nella conclusione scrisse: "non possiamo inventare ogni giorno qualcosa di nuovo, e trasformare il quadro in tondo".
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Tommaso da Celano era ancora vivo nel 1260, e dunque deve aver saputo dell'ingratitudine con cui l'Ordine ricompensò la sua dura fatica: perché in quell'anno il capitolo generale riunito a Narbona decretò che di tutte le Legende esistenti su san Francesco "se ne compili una buona", implicitamente squalificando quelle già disponibili, o comunque criticandone la polifonia. Ministro generale era diventato nel 1257, dopo le dimissioni di Giovanni da Parma, Bonaventura da Bagnoregio: san Bonaventura, anche se diversamente da Francesco fu canonizzato solo due secoli dopo la morte. E Bonaventura fra le sue molte incombenze decise che spettava a lui mettere ordine fra le tante e contraddittorie e talvolta addirittura inquietanti notizie che ormai si erano accumulate sul conto del fondatore.
Bonaventura si mise all'opera e scrisse quella che doveva essere la versione "buona" della vita di san Francesco, che infatti venne subito conosciuta come la Legenda maior. L'operazione di ripulitura dell'immagine di Francesco fu condotta con estrema attenzione: Bonaventura cassò qualsiasi episodio in cui il santo potesse apparire troppo umano, contraddittorio, iracondo, infelice; accentuò la dimensione miracolosa della sua vita e l'assimilazione di Francesco a Cristo; e giustificò la contrapposizione tra la vita di estrema penitenza condotta da Francesco e dai primi frati e quella più organizzata e istituzionale ormai affermatasi nell'Ordine, suggerendo che soltanto un uomo eccezionale come lui poteva vivere in quel modo: la sua povertà e le sue privazioni dovevano essere ammirate, ma non imitate.
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Ma è quello che accadde dopo la conclusione del lavoro che rende stupefacente l'intera vicenda. Perché nel 1266 il capitolo generale, riunito a Parigi sotto la presidenza di Bonaventura, decretò sotto il vincolo dell'obbedienza che tutte le Legende di san Francesco scritte in passato siano distrutte, e che quando potranno trovarne al di fuori dell'Ordine, i frati si sforzino di rimuoverle; perché la Legenda che è stata scritta dal ministro generale contiene ciò che ha udito dalla bocca di coloro che furono quasi sempre con san Francesco, e che sapevano tutto con certezza, e ogni cosa verificata è stata fedelmente trascritta.
Il testo non lascia dubbi su quello che il capitolo stava ordinando: i frati dovevano andare nelle biblioteche dei loro conventi, tirar fuori tutte le biografie di Francesco precedenti alla Legenda maior e distruggerle; e siccome manoscritti di quelle biografie si trovavano certamente anche nelle biblioteche di altri ordini religiosi, ai quali non si poteva mandare una circolare del genere, perché l'avrebbero cestinata, i frati dovevano cercare quei manoscritti e farli sparire.
L'operazione, in realtà, non venne condotta così radicalmente da cancellare davvero tutta la letteratura precedente; e il tentativo di censura imposto da Bonaventura non fu apprezzato da tutti, come dimostra il fatto che dopo la sua morte il capitolo generale riunito a Padova nel 1276 emanò "un vero e proprio controdine", ordinando di raccogliere e conservare tutte le testimonianze possibili su san Francesco.
Sotto la spinta del movimento degli Spirituali che polemizzavano contro la degenerazione dell'Ordine, diversi autori, o copisti, anonimi produssero copie parziali di questi materiali, senza dubbio nella consapevolezza di recuperare testimonianze che erano state volutamente tralasciate da Bonaventura. La più importante di queste copie è la cosiddetta Compilazione di Assisi, costituita soprattutto dai ricordi di frate Leone, segretario di Francesco nei suoi ultimi anni di vita e destinatario dei due famosi biglietti. Qui si ritrova un gran numero di episodi e detti di san Francesco che non solo Bonaventura, ma neppure Tommaso da Celano aveva voluto utilizzare; ne esce un'immagine ricchissima ma contraddittoria, piena di episodi a volte ripetitivi, a volte ispirati a clichés agiografici, a volte invece di sorprendente immediatezza e autenticità.











