Seneca, De Constantia Sapientis: 16; 01-04

Seneca, De Constantia Sapientis: 16; 01-04

Cultura. Lunedi, 09 Ottobre 2017. visite: giorni 5 Classifica 1.6 %

Latino: dall'autore Seneca, opera De Constantia Sapientis parte 16; 01-04

[1] Quodsi Epicurus quoque, qui corpori plurimum indulsit, aduersus iniurias exsurgit, quid apud nos incredibile videri potest aut supra humanae naturae mensuram [1] Se anche Epicuro, tanto indulgente verso il corpo, sa opporsi allingiuria, che cosa può sembrare incredibile, o valicante i limiti della natura umana, nella nostra dottrina
Ille ait iniurias tolerabiles esse sapienti, nos iniurias non esse Egli dice che le ingiurie possono esser sopportate dal saggio, noi, che non esistono
[2] Nec enim est quod dicas hoc naturae repugnare: non negamus rem incommodam esse uerberari et inpelli et aliquo membro carere, sed omnia ista negamus iniurias esse; non sensum illis doloris detrahimus, sed nomen iniuriae, quod non potest recipi virtute salva [2] Non si può nemmeno dire che questo ripugni alla natura: noi non diciamo che non sia spiacevole subire percosse e spintoni ed essere mutilati di qualche membro; diciamo però che queste non sono ingiurie; non neghiamo il dolore che comportano, ma la loro qualifica di ingiuria, che non si può ammettere, compatibilmente con la virtù
Vter verius dicat videbimus: ad contemptum quidem iniuriae uterque consentit Vediamo quale dei due discorsi è più vicino al vero: tutti e due, infatti, concordano nel disprezzo dellingiuria
Quaeris quid inter duos intersit Vuoi sapere che differenza cè tra essi
Quod inter gladiatores fortissimos, quorum alter premit uulnus et stat in gradu, alter respiciens ad clamantem populum significat nihil esse et intercedi non patitur La stessa che cè tra due gladiatori molto forti, uno dei quali si comprime la ferita e resta sul posto, laltro, volgendosi al popolo che grida, fa segno che non è nulla e rifiuta la sospensione del combattimento
[3] Non est quod putes magnum quo dissidemus: illud quo de agitur, quod unum ad uos pertinet, utraque exempla hortantur, contemnere iniurias et, quas iniuriarum umbras ac suspiciones dixerim, contumelias, ad quas despiciendas non sapiente opus est viro, sed tantum consipiente, qui sibi possit dicere: 'utrum merito mihi ista accidunt an inmerito [3] Non credere che sia grande il nostro dissidio: il vero punto in esame, il solo che ci riguarda, è raccomandato concordemente dalle due scuole, ed è il disprezzo delle ingiurie e di quelle che vorrei chiamare le ombre ed i sospetti di ingiurie, le offese, per disdegnare le quali, non è necessario che un uomo abbia la saggezza, ma quel poco di autocontrollo che gli basta per dire: Questi fatti che maccadono, li merito, o no
Si merito, non est contumelia, iudicium est; si inmerito, illi qui iniusta facit erubescendum est Se li merito, non si tratta di offesa, ma di giustizia; sennò, deve vergognarsene chi mi sta facendo ingiustizie
[4] Et quid est illud quod contumelia dicitur [4] Poi, in che cosa consiste ciò che viene chiamato offesa
In capitis mei levitatem iocatus est et in oculorum valetudinem et in crurum gracilitatem et in staturam: quae contumelia est quod apparet audire Uno ha scherzato sulla mia testa liscia, sulla mia vista debole, sulle mie gambe stecchite o sulla mia bassa statura: ma che offesa è udire quello che tutti vedono

Adesso mi sento...