Seneca, De Constantia Sapientis: 11; 01-03

Seneca, De Constantia Sapientis: 11; 01-03

Latino: dall'autore Seneca, opera De Constantia Sapientis parte 11; 01-03

[1] Praeterea cum magnam partem contumeliarum superbi insolentesque faciant et male felicitatem ferentes, habet quo istum adfectum inflatum respuat, pulcherrimam uirtutem omnium [animi], magnanimitatem: illa quidquid eiusmodi est transcurrit ut vanas species somniorum visusque nocturnos nihil habentis solidi atque veri [1] Inoltre, dato che le offese, per lo più, le fanno i superbi, gli insolenti, gli insofferenti del proprio benessere, il saggio dispone, per respingere questo contegno presuntuoso, della più bella tra tutte le virtù: la magnanimità: essa sa passar sopra a tutti i fatti di quella levatura, come fossero vane immagini di sogno, visioni notturne, prive di consistenza e di verità
[2] Simul illud cogitat, omnes inferiores esse quam ut illis audacia sit tanto excelsiora despicere [2] Contemporaneamente, pensa a questo: tutti costoro sono troppo in basso, per avere il coraggio di disprezzare esseri tanto superiori
Contumelia a contemptu dicta est, quia nemo nisi quem contempsit tali iniuria notat; nemo autem maiorem melioremque contemnit, etiam si facit aliquid quod contemnentes solent La parola contumelia, ossia offesa, deriva da contemptus, ossia disprezzo, perché nessuno bolla con ingiuria di quel genere altra persona, se non quella che disprezza
Nam et pueri os parentium feriunt et crines matris turbavit laceravitque infans et sputo adspersit aut nudavit in conspectu suorum tegenda et verbis obscenioribus non pepercit, et nihil horum contumeliam dicimus E nessuno disprezza chi è più grande o migliore di lui, anche quando gli fa quelle azioni che fanno abitualmente gli spregiatori, di fatto, anche i fanciulli colpiscono i genitori sul volto, ed il pargolo tante volte spettina la mamma e le strappa i capelli o le sputa addosso, oppure scopre le sue vergogne davanti alle persone di casa e dice senza riguardo parole oscene: eppure non chiamiamo offesa nessuno di questi atti
Quare Perché
Quia qui facit contemnere non potest Perché chi li fa non è in grado di metterci disprezzo
[3] Eadem causa est cur nos mancipiorum nostrorum urbanitas in dominos contumeliosa delectet, quorum audacia ita demum sibi in conuiuas ius facit, si coepit a domino; et ut quisque contemptissimus [et ut ludibrium] est, ita solutissimae linguae est [3] Per il medesimo motivo, ci diletta la parlantina dei nostri schiavi, oltraggiosa verso i padroni, linsolenza dei quali, dopo aver cominciato dal padrone, sarroga il diritto di colpire anche gli ospiti, anzi, quanto più uno schiavo è spregiato e canzonato, tanto più libera ha la lingua
Pueros quidam in hoc mercantur procaces et illorum inpudentiam acuunt ac sub magistro habent, qui probra meditate effundant, nec has contumelias vocamus sed argutias: quanta autem dementia est isdem modo delectari, modo offendi, et rem ab amico dictam maledictum vocare, a servulo ioculare conuicium Sono in vendita fanciulli procaci, la cui impudenza viene perfezionata ed aggiornata da un maestro, che sanno vomitare offese studiate: eppure non le chiamiamo offese, ma arguzie: che incoerenza sia, le stesse cose ora ci dilettano, ora ci offendono; quella detta dallamico, si chiama maldicenza, quella detta dallo schiavo, è una battuta di spirito

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