Riassunto del Bellum Iugurthinum di Sallustio

Riassunto del Bellum Iugurthinum di Sallustio

è un’opera formata di 114 capitoli con una struttura narrativa ben più marcata e solida rispetto al Bellum Catilinae

Il Bellum Iugurthinum  è un’opera formata di 114 capitoli con una struttura narrativa ben più marcata e solida rispetto al Bellum Catilinae.
Tra i due ci sono alcune differenze:
a.    Catilina è una monografia di politica interna. Mal gestione della res publica, silenzio dei consoli e del senato, inagibilità contro di lui. Riflessioni che preparano l’avvenot di Cesare (salvatore della patria?)
b.    Il Bellum Iugurthinum è una monografia, ma nella quale la politica estera interagisce fortemente negli interessi, politico-economici della politica interna. C’è il ritratto di una Roma che sa (non sa, non vuole) interagire con l’esterno
c.    Nella II monografia sallustiana emerge il problema della corruzione come cardine e anello centrale della riflessione: attraverso quello (che darà il via ad un’attenta riflessione sul mos maiorum) si aprirà una riflessione sull’eticità della vita politica e della vita statale
d.    C’è maggior dettaglio dell’interiorità del personaggio (drammaturgia e definizione della “psicologia” teatrale)
e.    Ritorna un sapiente gusto epico nella narrazione delle vicende belliche.
Nella seconda monografia sallustiana emergono analoghe riflessioni, anche se oggetto dell’indagine è la guerra combattuta da Roma contro Giugurta, l’ambizioso e feroce usurpatore della Numidia (111-105 a.C.).
La vicenda è relativamente semplice.
-    Nel 118 a.C. muore il re cliente di Numidia, Micipsa, e lascia il regno ai due figli, Aderbale e Iempsale ed al nipote Giugurta. Quest’ultimo fa assassinare Iempsale e fa fuggire Aderbale, che, invocando il ruolo patriarcale che Roma rivestiva verso la Numidia, chiede a quest’ultima aiuto per sconfiggere Giugurta.
-    Gli ambasciatori mandati al re Giugurta furono facilmente corrotti col denaro, denaro che, in buona parte, finì nelle tasche del senato romano.
-    La vicenda diventa così uno scandalo sfruttato dai populares per mettere sotto accusa la nobilitas romama, rimproverandole di subordinare l’interesse collettivo a quello privato e di non essere più legittimata a governare.
-    In quel frangente Quinto Cecilio Metello riceve l’ordine di comandare l’esercito che avrebbe combattuto contro il re di Numidia; Metello affida questo compito al suo luogotenente Caio Mario che conclude la guerra nel 104 a.C. riportando a Roma Giugurta incatenato, tradito da Bocco, re di Mauritania.
Stando alla vicenda in sé Sallustio descrive
-    La nobilitas romana (aristocrazia) è il bersaglio della penna di Sallustio
-    Giugurta come il re sfrontato, che non vuole sottomettersi al potere di Roma, feroce e nello stesso tempo implacabile nella sua forza, di tratto sempre grande, dal punto di vista umano; il suo ritratto è precedente al racconto della guerra (tanto quanto quello di Catilina è precedente a quello della congiura). Giugurta si muove alla corte di Micipisa, suo zio, e si distingue per la forza fisica e l’abilità nella caccia; sa tenere in pugno le armi e le doti e la popolarità del nipote fanno “tremare” il re perché i suoi due figli sono ancora bambini. Il ritratto è nobile, anche perché Sallustio non trascura, per contrasto, di illustrare anche le doti d’ingegno, d’intelletto e di moralità, caratteristiche tutte quante che non fanno prevedere il futuro. È in seguito che il giovane Giugurta, montandosi la testa, fa emergere tutta la sua ferocia, l’ambizione smisurata, l’astuzia senza scrupoli che avrebbero vinto se lui stesso non fosse stato vinto da un subdolo inganno. Sallustio adopera un climax ascendente nella negatività: Giugurta è un eccesso continuo di crudeltà, audacia bellica, attivismo indomito.

 

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