Quando il Mossad sfiorò la cattura di Mengele nel 1962

Quando il Mossad sfiorò la cattura di Mengele nel 1962

Nello stesso anno in cui Eichmann fu giustiziato in Israele, agenti del Mossad tornarono in Sud America determinati a catturare Mengele. Il suo peggior incubo si era avverato: gli ebrei erano sulle sue tracce, e questa volta con alcuni indizi concreti. Una squadra partì da Israele per perlustrare la zona di Hohenau, in Paraguay

Mengele era cittadino paraguaiano e quella regione era un nascondiglio plausibile, vista la grande colonia tedesca presente nella zona. La premessa era valida, ma gli agenti arrivarono troppo tardi. Mengele aveva lasciato quella regione già da due anni. Un'altra squadra si diresse in Brasile seguendo due piste: una a Foz do Iguaçu e un'altra nello Stato di San Paolo. La prima si rivelò subito falsa. La seconda, invece, era assolutamente corretta. 

Gli agenti percorrevano in auto le strade sterrate delle campagne di San Paolo, fingendosi intenzionati ad acquistare proprietà, per raccogliere informazioni. Il Mossad non lo sapeva, ma in quel periodo Mengele viveva in Serra Negra con la famiglia Stammer. Tuttavia, faceva spesso visite alla fazenda di Wolfgang, quindi poteva trovarsi proprio lì in quel momento.

La squadra trascorse circa dieci giorni a perlustrare la zona, fino a quando, all'improvviso, si trovarono faccia a faccia con Mengele dentro un'auto. Il medico nazista più ricercato al mondo era in compagnia di altre persone, senza alcuna protezione. Se avessero voluto, lo avrebbero potuto uccidere sul posto. Ma preferirono scattargli una fotografia, per avere la prova fisica di aver trovato l'uomo giusto. Trovare Mengele, però, non significava poterlo catturare immediatamente. Dopo aver localizzato l'obiettivo, il Mossad aveva un suo modus operandi, con una serie di passaggi ben definiti. Per prima cosa bisognava raccogliere ogni tipo di informazioni sulla persona in questione. Poi elaborare un piano in base a tali dati, stabilendo la posizione esatta di ogni agente e un modo per trasportare il bersaglio in Israele. La terza tappa erano i preparativi logistici dell'operazione. E l'ultima fase era eseguire la missione, ovverosia catturarlo. 

Proprio mentre gli agenti si trovavano nella fase iniziale della missione, arrivò un ordine di rientro immediato. Il 22 luglio 1962, i giornali dell'Egitto - all'epoca il più grande nemico di Israele - divulgarono una bomba: il Paese aveva testato con successo quattro missili in grado di colpire qualsiasi punto a sud di Beirut. In altre parole, l'intero territorio israeliano era in pericolo. Alcune settimane dopo, si venne a sapere pubblicamente che degli scienziati tedeschi avevano aiutato l'Egitto a sviluppare quei missili. Questo risvegliò memorie e paure dolorose tra gli ebrei. Il progetto era guidato da due ex nazisti che avevano lavorato alla costruzione delle bombe V1 e V2, le antenate dei missili a lungo raggio. Tutto era avvenuto sotto il naso del Mossad, che fu colto di sorpresa. 

Furono messi in allerta tutti gli agenti. Il primo ministro perse il sostegno all'interno del suo partito e lasciò l'incarico. Il nuovo governo decise che i servizi di intelligence avrebbero dovuto avere altre priorità, anziché dare la caccia ai nazisti. L'opinione condivisa dalle autorità era che non si dovesse più cercare vendetta perché non esisteva una punizione adeguata per chi aveva ucciso dei bambini piccoli. Il processo di Eichmann era stato sufficiente. Il nuovo capo del Mossad, Meir Amit, che aveva guidato l'intelligence militare, ordinò agli agenti: «Lasciate stare Mengele, ho un altro lavoro per voi».

Era la fine della caccia a Mengele da parte del Mossad. Per il momento.

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