Gli stessi combattimenti di gladiatori, quando non avevano mero scopo di divertimento, si possono forse considerare quali sostitutivi d'antichi sacrifici umani, come quando erano ordinati dagli imperatori, prima d'andare alla guerra, più per impetrare il favore della dea Nemesi, che per abituare i soldati alla vista del sangue, cosa del tutto superflua in quei tempi.
Ma l'epoca imperiale fornisce esempi non soltanto simbolici. Dione narra che nel trionfo celebrato da Cesare nel 46 d. C. non mancarono sacrifici umani.
Sotto Traiano (nel dicembre del 107 d. C.), per far cessare la carestia, la peste e i terremoti imperversanti nell'impero, gli oracoli sibillini consigliarono, come già altre volte, di seppellire vivi nel foro boario due Greci e due Galli, maschi e femmine; ciò che i Romani si affrettarono a fare, mentre i loro scrittori declamavano contro la barbarie dei Galli e dei Britanni, che usavano placare le loro divinità con sangue umano.
nell'Impero, la condanna ad essere sbranato dalle bestie (damnatio ad bestias)
... nell'arena era una punizione comune per i criminali, così come per i cristiani durante le persecuzioni. Qui è raffigurato in un mosaico del terz...
Adriano (117 d. C.), avendo appreso dalle arti magiche che per prolungare la vita occorreva il sangue di un uomo, accettò il sacrificio del suo prediletto Antinoo, che venne immolato. L'imperatore poi lo deificò e fondò sul Nilo una città assegnandole il nome di quello sventurato ragazzo. Nondimeno Adriano vietò agli altri i sacrifici umani; ma in Africa, e in Roma stessa, essi continuarono malgrado il divieto.
Marco Aurelio (176 d. C.), l'imperatore filosofo, avuta dalla moglie la confessione d'essere perdutamente innamorata di un gladiatore, sì da sentirsi malata, si consultò con i caldei, i quali consigliarono di uccidere il gladiatore e di far lavare l'imperatrice nel sangue dell'ucciso. Con questa ricetta la donna guarì, e poco dopo partorì Commodo, che ebbe veramente la spregevole anima d'un gladiatore.
Nel 193 d. C. l'effimero imperatore Didio Giuliano, abbandonato dai pretoriani e minacciato da presso dall'esercito di Severo, fece scannare molti fanciulli, credendo così, per magia, di poter conoscere il suo destino.
L'imperatore Settimio Severo (197 d. C.) immolò una fanciulla per cercare nelle viscere di essa la predizione dell'esito della guerra mossa dagli Albino.
L'imperatore Eliogabalo, che propagò in Roma il culto fenicio del dio Sole (Baal-Moloc), praticò largamente i sacrifici umani, ed è memoria che nel 220 d. C. facesse scannare molti nobili giovani scelti da tutta l'Italia, per esplorare l'avvenire nelle loro viscere.¹⁸ E ciò, nel tempo in cui il giureconsulto Giulio Paolo scriveva:
«Qui hominem immolaverint exve eius sanguine litaverint, fanum templumve polluerint, bestiis obiciuntur, vel, si honestiores sint, capite puniuntur».
Aureliano (270 d. C.), sconfitto dai barbari a Piacenza e vedendoli appressarsi a Roma, fece consultare i libri sibillini, e si lagnò in Senato perché si trascuravano i riti religiosi: «E che - diceva questo imperatore - siete forse radunati in una chiesa cristiana, e non più nel tempio di tutti gli dèi? Esaminate, e qualunque spesa, qualunque animale o uomo vi ordinino i sacri libri, io li fornirò».
Gli scrittori hanno tramandato che l'imperatore Massenzio (311 d. C.), il quale si applicava alle arti magiche, soleva indagare l'avvenire nelle viscere di donne e di fanciulli.









