Properzio, Elegie: Libro IV, Elegia III

Properzio, Elegie: Libro IV, Elegia III

Cultura. Lunedi, 09 Ottobre 2017. visite: giorni 26 Classifica 8.2 %

Latino: dall'autore Properzio, opera Elegie parte Libro IV, Elegia III

haec Arethusa suo mittit mandata Lycotae, cum totiens absis, si potes esse meus Questo messaggio manda Aretusa al suo Licota, essendo tu tante volte assente,se puoi essere mio
si qua tamen tibi lecturo pars oblita derit, haec erit e lacrimis facta litura meis: aut si qua incerto fallet te littera tractu,[5] signa meae dextrae iam morientis erunt Se tuttavia nel leggere ti mancherà qualche parte dimenticata, questa cancellatura sarà stata fatta dalle mie lacrime: o se qualche lettera per l'incerto tratto ti sfuggirà, [5] saranno i segni della mia mano ormai morente
te modo viderunt iteratos Bactra per ortus, te modo munito Neuricus hostis equo, hibernique Getae, pictoque Britannia curru, ustus et Eoa decolor Indus aqua Ti videro poco fa Battra lungo le vie orientali, te poco fa il Neurico ostile sul cavallo corazzato, e gli inverni di Geta, e la Britannia dal carro dipinto, e l'indiano bruciato e scuro nell'acqua dell'oriente
[10] haecne marita fides et pactae in savia noctes, cum rudis urgenti bracchia victa dedi [10] Questa la fedeltà del marito e le notti promesse fra i baci, quando inesperta aprii, vinta, le braccia all'impeto
quae mihi deductae fax omen praetulit, illa traxit ab everso lumina nigra rogo; et Stygio sum sparsa lacu, nec recta capillis[15] vitta data est: nupsi non comitante deo La fiaccola che come augurio precedette me portata in corteo, quella trascinò da un rogo distrutto scuri bagliori; e fui cosparsa con l'acqua dello Stige, né sui capelli [15] la benda fu posta dritta: nessun dio compagno alle nozze
omnibus heu portis pendent mea noxia vota: texitur haec castris quarta lacerna tuis Ahimè, da tutte le porte le mie inutili offerte: è tessuto questo quarto mantello per le tue campagne militari
occidat, immerita qui carpsit ab arbore vallum et struxit querulas rauca per ossa tubas,[20] dignior obliquo funem qui torqueat Ocno, aeternusque tuam pascat, aselle, famem Perisca,chi prese da un albero innocente uno steccato e costruì trombe lamentose attraverso duri noccioli, [20] Più degno chi attorciglia la fune nell' obliquo Ocno e di continuo placa, o asinello , la tua fame
dic mihi, num teneros urit lorica lacertos Dimmi, forse la corazza ferisce le braccia delicate
num gravis imbellis atterit hasta manus Forse l'asta pesante scortica la mano incapace
haec noceant potius, quam dentibus ulla puella[25] det mihi plorandas per tua colla notas Piuttosto queste cose che nuocciono, che qualche fanciulla con i denti[25] lasci sul tuo collo segni per cui io dovrei piangere

Adesso mi sento...