Plinio il Vecchio, Naturalis Historia: Libro 29, Paragrafi 16-60

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia: Libro 29, Paragrafi 16-60

Latino: dall'autore Plinio il Vecchio, opera Naturalis Historia parte Libro 29, Paragrafi 16-60

[16] non rem antiqui damnabant, sed artem, maxime vero quaestum esse manipretio vitae recusabant

ideo templum Aesculapii, etiam cum reciperetur is deus, extra urbem fecisse iterumque in insula tradunt et, cum Graecos Italia pellerent, diu etiam post Catonem, excepisse medicos

[17] augebo providentiam illorum

solam hanc artium Graecarum nondum exercet Romana gravitas, in tanto fructu paucissimi Quiritum attigere, et ipsi statim ad Graecos transfugae, immo vero auctoritas aliter quam Graece eam tractantibus etiam apud inperitos expertesque linguae non est, ac minus credunt quae ad salutem suam pertinent, si intellegant

itaque, Hercules, in hac artium sola evenit, ut cuicumque medicum se professo statim credatur, cum sit periculum in nullo mendacio maius
[16] Gli antichi non condannavano l'attività, ma la pratica, soprattutto poi rifiutavano che si ricavasse guadagno a prezzo della vita

Perciò tramandano aver costruito il tempio di Esculapio, anche quando questo era considerato una divinità, fuori della città e nuovamente in un'isola e che, quando cacciavano i Greci dall'Italia, anche molto dopo Catone, aver oltraggiato i medici

[17] Aumenterò la loro prudenza

La serietà romana non ancora esercita questa sola delle arti greche, pochissimi dei Quiriti attinsero a tanto vantaggio, e gli stessi subito fuggiaschi verso i Greci, anzi il prestigio per chi la pratica non c'è altrimenti che con la lingua greca anche presso gli ignoranti e gli inesperti della lingua, e accettano meno quelle cose che riguardano la propria salute, se capiscono

Pertanto, per Ercole, in questa sola delle arti accade, che si creda subito a ciascuno che si è dichiarato medico, pur non essendoci un pericolo maggiore in nessuna menzogna
[18] non tamen illud intuemur; adeo blanda est sperandi pro se cuique dulcedo

nulla praeterea lex, quae puniat inscitiam capitalem, nullum exemplum vindictae

discunt periculis nostris et experimenta per mortes agunt, medicoque tantum hominem occidisse inpunitas summa est

quin immo transit convitium et inteperantia culpatur, ultroque qui periere arguuntur

sed decuriae pro more censuris principum examinantur, inquisitio per parietes agitur, et qui de nummo iudicet a Gadibus columnisque Herculis arcessitur, de exilio vero non nisi XLV electis viris datur tabella: [19] at de iudice ipso quales in consilium eunt statim occisuri

merito, dum nemini nostrum libet scire, quid saluti suae opus sit
[18] Tuttavia non temiamo ciò; tanto è piacevole per ognuno la dolcezza dello sperare riguardo a sé

Inoltre nessuna legge, che punisca un'incapacità mortale, nessun esempio di condanna

Imparano con i nostri rischi e fanno le esperienze attraverso le morti, e solo per il medico c'è la massima impunità per aver ucciso un uomo

Anzi il biasimo trapassa ed è incolpata l'intemperanza, e inoltre sono incolpati quelli che sono morti

Ma secondo l'usanza le decurie sono esaminate dai giudizi dei principi, l'inquisizione è fatta attraverso le case, ed è convocato fin da Cadice e dalle colonne d'Ercole chi si esprime su compenso, invece non è emesso un documento circa l'esilio se non con 45 uomini scelti: [19] ma circa lo stesso giudice quali persone vanno in consiglio per ucciderlo subito

Giustamente, poiché a nessuno di noi piace sapere, cosa sia necessario per la sua salute
alienis pedibus ambulamus, alienis oculis agnoscimus, aliena memoria salutamus, aliena et vivimus opera, perieruntque rerum naturae pretia et vitae argumenta

nihil aliud pro nostro habemus quam delicias

[20] non deseram Catonem tam ambitiosae artis invidiae a me obiectum aut senatum illum, qui ita censebat, idque non criminibus artis arreptis, ut aliquis exspectaverit

quid enim venenorum fertilius aut unde plures testamentorum insidiae

iam vero et adulteria etiam in principum domibus, ut Eudemi in Livia Drusi Caesaris, item Valentis in qua dictum est regina

[21] non sint artis ista, sed hominum: non magis haec urbi timuit Cato, ut equidem credo, quam reginas
Camminiamo con i piedi altrui, conosciamo con gli occhi altrui, salutiamo col ricordo altrui, viviamo anche per opera altrui, e i pregi della natura e i motivi di vita sono scomparsi

Non consideriamo nient'altro a nostro vantaggio che i piaceri

[20] Non tralascerò Catone esposto da me all'odio di un'attività tanto ambiziosa o quel senato, che così decretava, e ciò non adducendo i crimini dell'attività, come qualcuno s'era aspettato

Infatti che cosa più produttiva di veleni o da dove più insidie di eredità

Ormai certo anche gli adulteri nelle case dei principi, come di Eudemo con Livia figlia dell'imperatore Druso, anche di Valente con l'imperatrice di cui si è detto

[21] Queste non siano cause dell'attività, ma degli uomini: Catone per la città le ha temute non più, come certo credo, che le imperatrici
ne avaritiam quidem arguam rapacesque nundinas pendentibus fatis et dolorum indicaturam ac mortis arram aut arcana praecepti, squamam in oculis emovendam potius quam extrahendam

per quae effectum est, ut nihil magis pro re videretur quam multitudo grassantium; neque enim pudor, sed aemuli pretia summittunt

[22] notum est ab eodem Charmide unum aegrum e provincialibus HS CC reconductum, Alconti vulnerum medico HS | C| damnato ademisse Claudium principem, eidemque in Gallia exulanti et deinde restituto adquisitum non minus intra paucos annos

[23] et haec personis inputentur
Non tratterò nemmeno l'avidità e le contrattazioni rapaci per i fati che incombono e il prezzo dei dolori e il costo della morte o i segreti della prescrizione, la cataratta da ridurre negli occhi piuttosto che da togliere

Attraverso queste cose è risultato, che nulla sembra più a vantaggio della cosa che la moltitudine dei ladri; infatti non la vergogna, ma i prezzi del concorrente riducono (il prezzo)

[22] E' noto che fra i provinciali uno malato era stato curato dallo stesso Carmide per 200000 sesterzi, che l'imperatore Claudio tolse ad Alconte medico delle ferite condannato 10000000 di sesterzi, e per lo stesso esiliato in Gallia e poi riammesso un guadagno non minore entro pochi anni

[23] Anche queste cose siano attribuite alle persone
ne faecem quidem aut inscitiam eius turpem arguamus: ipsorum procerum intemperantium inmodicis aquarum calidarum deverticulis, imperiosa inedia et ab isdem deficientibus cibo saepius die ingesto, mille praeterea paenitentiae modis, culinarum etiam praeceptis et unguentorum mixturis, quando nullas omisere vitae inlecebras

[24] invehi peregrinas merces conciliarique externa pretia displicuisse maioribus crediderim equidem, non tamen hoc Catonem providisse, cum damnaret artem

theriace vocatur excogitata compositio; luxuria finxit rebus sexcentis, cum tot remedia dederit natura, quae singula sufficerent

Mithridatium antidotum ex rebus LIIII componitur, inter nullas pondere aequali, et quarundam rerum sexagesima denarii unius imperatur, quo deorum, per Fidem, ista monstrante
Affinchè non accusiamo neppure la feccia o la sua turpe ignoranza: con gli eccessivi strani metodi dei luminari stessi di bagni caldi, i digiuni imposti e con il cibo dato più volte al giorno dopo che gli stessi s'indeboliscono, inoltre con i mille modi di terapia, anche con le prescrizioni delle diete e le misture degli unguenti, poiché non tralasciano nessun allettamento della vita

[24] Certo penserei che agli antenati dispiacesse che fossero importate merci estere e che fossero stabiliti prezzi stranieri, tuttavia che Catone non aveva previsto questo, quando condannava la professione

E' detto teriace un preparato inventato; l'abbondanza lo compose con seicento elementi, mentre la natura ha offerto tanti rimedi, che bastavano da soli

L'antidoto mitridatico è composto da 54 sostanze, fra nessuna di uguale quantità, e di alcune sostanze si ordina la sessantesima parte di un denario, dimostrando quale degli dei, in fede, queste cose
[25] hominum enim subtilitas tanta esse non potuit; ostentatio artis et portentosa scientiae venditatio manifesta est

ac ne ipsi quidem illa novere, conperique volgo pro cinnabari Indica in medicamenta minium addi inscitia nominis, quod esse venenum docebimus inter pigmenta
[25] Infatti non potè essere tanta la sottigliezza degli uomini; l'ostentazione della professione e il portentoso vanto della scienza è manifesto

E neppure gli stessi riconoscono quelle sostanze, ed essere comunemente risaputo che nei medicinali per ignoranza del nome al posto del cinabro indiano viene aggiunto il minio, che indicheremo fra i coloranti essere un veleno
[26] verum haec ad singulorum salutem pertinent; illa autem, quae timuit Cato atque providit, innocentiora multo et parva opinatu, quae proceres artis eius de semet ipsi fateantur, illa perdidere imperii mores, illa, quae sani patimur, luctatus, ceromata ceu valitudinis causa instituta, balineae ardentes, quibus persuasere in corporibus cibos coqui, ut nemo non minus validus exiret, oboedientissimi vero efferrentur, potus deinde ieiunorum ac vomitiones et rursus perpotationes ac pilorum evirato instituta resinis eorum, itemque pectines in feminis quidem publicati

[27] ita est profecto: lues morum, nec aliunde maior quam e medicina, vatem prorsus cottidie facit Catonem et oraculum: satis esse ingenia Graecorum inspicere, non perdiscere
[26] Certo queste cose riguardano la salute dei singoli; quelle invece, che Catone temette e previde, di molto più innocue e piccole a considerare, che gli stessi luminari di questa professione ammettono di se stessi, quelle distrussero le abitudini dell'impero, quelle, che da sani sopportiamo, la lotta, gli unguenti inventati come a motivo della salute, i bagni bollenti, con cui persuadono che i cibi siano assimilati nel corpi, cosicché nessuno non esca meno debole, i più ligi sono uccisi addirittura, poi le bevande dei digiuni e i vomiti ed ancora le bevute smodate e l'estirpazione dei peli stabilita con le loro resine, ed anche gli intrecci mostrati pure sulle donne

[27] Certo così è: la corruzione dei costumi, non maggiore da un'altra parte che dalla medicina, rende ancora oggi Catone profeta e oracolo: che basta conoscere gli ingegni dei Greci, non approfondirli
[28] Haec fuerint dicenda pro senatu illo sescentisque p R annis adversus artem, in qua condicione insidiosissima auctoritatem pessimis boni faciunt, simul contra attonitas quorundam persuasiones, qui prodesse nisi pretiosa non putant

neque enim dubitaverim aliquis fastidio futura quae dicentur animalia, at non Vergilio fuit nominare formicas nulla necessitate et curculiones ac lucifugis congesta cubilia blattis, non Homero inter proelia deorum inprobitatem muscae describere, non naturae gignere ista, cum gignat hominem

proinde causas quisque et effectus, non res aestimet

[29] Ordiemur autem confessis, hoc est lanis ovisque, ob id ut rebus praecipuis honos in primis perhibeatur

quaedam etiam sic alienis locis, tamen obiter, dici necesse erit
[28] Queste cose sarebbero state da dire a favore di quel senato e dei seicento anni del popolo romano contro un'arte, nella cui condizione molto pericolosa i buoni danno prestigio ai peggiori, anche contro le stupite convinzioni di alcuni, che pensano non giovare se non le cose costose

Infatti non dubiterei che gli animali che verranno nominati saranno di fastidio ad alcuni, ma non lo fu per Virgilio nominare senza alcuna necessità le formiche e i punteruoli e i giacigli pieni di blatte che fuggono la luce, né per Omero descrivere fra le battaglie degli dei l'insistenza di una mosca, non per la natura generare tali cose, generando l'uomo

Perciò ciascuno valuti le cause e gli effetti, non le cose

[29] Cominceremo quindi con quelli ammessi, cioè lane e uova, affinchè sia reso onore per questo innanzitutto alle cose importanti

Sarà necessario che siano citati, tuttavia incidentalmente, alcuni anche se in altri luoghi
nec deerat materia pompae, si quicquam aliud intueri liberet quam fidem operis, quippe inter prima proditis etiam ex cinere phoenicis nidoque medicinis, ceu vero id certum esset atque non fabulosum

inridere est vitam remedia post millensimum annum reditura monstrare

[30] Lanis auctoritatem veteres Romani etiam religiosam habuere, postes a nubentibus attingi iubentes; praeterque cultum et tutelam contra frigora sucidae plurima praestant remedia ex oleo vinoque aut aceto, prout quaeque mulceri morderive opus sit et adstringi laxarive, luxatis membris dolentibusque nervis inpositae et crebro suffusae

quidam et salem admiscent luxatis; alii cum lana rutam tritam adipemque inponunt, item contusis tumentibusque

[31] halitus quoque oris gratiores facere traditur confricatis dentibus atque gingivis admixto melle
Né mancava argomento di magnificenza, se si gradisse evidenziare qualche altra cosa che la credibilità dell'opera, infatti fra quelli citati fra le prime cose anche medicamenti con la cenere e il nido della fenice, come poi ciò fosse certo e non leggendario

E' deridere la vita mostrare rimedi che torneranno dopo il millesimo anno

[30] Gli antichi Romani attribuivano alle lane un pregio anche sacro, consigliando che fossero adornati gli stipiti da quelle che si sposavano; oltre all'abbigliamento e alla difesa contro il freddo quelle grasse offrono diversi rimedi con olio e vino o aceto, secondo come sia necessario che ogni parte sia addolcita o sfregata e sia ristretta o allargata, per le membra lussate e i nervi dolenti applicate sopra e bagnate spesso

Alcuni mescolano anche il sale per le lussazioni; altri mettono con la lana la ruta tritata e il grasso, anche per le contusioni e i gonfiori

[31] Si dice rendere più graditi gli aliti della bocca con denti e gengive frizionati con miele mescolato
prodest et phreneticis suffitu

sanguinem in naribus sistit cum oleo rosaceo indita et alio modo auribus opturatis spissius

quin et ulceribus vetustis inponitur cum melle

vulnera ex vino vel aceto vel aqua frigida et oleo expressa sanat

[32] arietis vellera luta frigida ex oleo madefacta in muliebribus malis inflammationes vulvae sedant et, si procidat, suffitu reprimunt

sucida lana inposita subditaque mortuos partus evocat; sistit etiam profluvia earum

et canis rabiosi morsibus inculcata post diem septimum solvitur

reduvias sanat ex aqua frigida

eadem nitro, sulpure, oleo, aceto, pice liquida ferventibus tincta quam calidissima inposita bis die lumborum dolores sedat

sistit et sanguinem ex ariete sucida articulos extremitatium praeligans

[33] laudatissima omnis e collo, natione vero Galatica, Tarentina, Attica, Milesia
Giova anche ai deliranti in suffumigio

Inserita nelle narici con olio di rosa ferma il sangue e in altro modo con le orecchie otturate più pesantemente

Anzi è applicata anche col miele per le ulcere vecchie

Cura le ferite spremuta con vino o aceto o acqua fredda e olio

[32] Le lane di montone lavate in acqua fredda bagnate con olio calmano le infiammazioni dell'organo femminile nei mali femminili e, se prolassa, bloccano col suffumigio

La lana grassa poggiata ed applicata estrae i feti morti; ferma anche le loro emorragie

Premuta anche per i morsi del cane rabbioso è tolta dopo il settimo giorno

Con l'acqua fredda cura i paterecci

La stessa intrisa con salnitro, zolfo, olio, aceto, pece liquida bollenti messa caldissima quanto più due volte al giorno calma i dolori dei lombi

La grassa di montone ferma anche il sangue legando le articolazioni delle estremità

[33] Tutta pregiatissima quella del collo, certamente nel territorio galatico, tarantino, attico, di Mileto