Tra le anime che il poeta incontra, quella più desiderosa di parlare con lui e Piccarda Donati, figlia di Simone Donati, cucina della moglie Gemma e sorella dell'amico Forese, incontrato in precedenza nel canton XXIV del Purgatorio .
La giovane donna è dunque legata a Dante da un vincolo di parentela: egli ne conosce bene la trista vicenda umana. Rapita con forza dal convento di santa Chiara, fra il 1283 e il 1293 e costretta dal fratello Corso, capo dei guelfi Neri, a sposare per ragioni politiche il nobile Rossellino della Tosa. Una leggenda narra che Piccarda sia riuscita a conservare la verginità, preferendo lasciarsi morire prima delle nozze. Dante non accoglie tuttavia questa versione, e fa della donna e della sua dolorosa esperienza terrena un paradigma del bisogno dell'essere umano di sottomettersi alla volontà Divina, rinunciando alla propria, così da raggiungere la beatitudine eterna.
Pia e religiosissima, Piccarda entra nel convento di Santa Chiara a Firenze per farsi monaca ma il fratello Corso, come detto, la vuole far sposare. A tale scopo la far rapire da un gruppo di facinorosi dal monastero dove vive con le consorelle.
Dante ne fa la protagonista del III canto del Paradiso. La sua condizione di Beata e preannunciata nel XXIV canto del Purgatorio dal fratello Forese, incontrato dal poeta fra i golosi della VI cornice: alla domanda se sappia quale sia il destino ultraterreno della sorella, questi risponde che Piccarda, buona e bella durante la vita mortale, "trionfa lieta / nell'alto Olimpo già di sua corona; ".
La vicenda di Piccarda e del suo tragico rapimento è rappresentata d Sorbi in questa tela commissionata da Vittorio Emanuele II nel 1863 e portata a compimento solo tre anni dopo. Il malvagio Corso è ritratto mentre irrompe nel convento con spada nella mano, e osserva i suoi uomini sottrarre con violenza la sorella dalle braccia della madre superiora. Questa lo ammonisce e gli indica il crocifisso alle sue spalle, quasi a prefigurare la punizione cui è destinato per aver compiuto tale atto sacrilego.
L'uso sapiente delle fonti di luce dona risalto sia alla zona centrale della composizione, dove si consuma il dramma di Piccarda, con le monache in fuga che contribuiscono a enfatizzarne i gesti e le espressioni.






