Personaggi di Umanesimo e Rinascimento

Personaggi di Umanesimo e Rinascimento

Il nome d’Umanesimo deriva da “studia humanitatis”

... espressione con cui Cicerone definisce gli studi delle lettere che promuovono la formazione culturale e spirituale dell’uomo. Esso designa quel periodo (corrispondente al secolo XV) in cui il rinnovato culto dell’antichità classica si accompagna ad un rinnovato fervore di vita spirituale e morale.
L’Umanesimo dà vita ad un’imitazione dei modelli classici, così esclusiva che, nella prima metà del 400, si rinuncia persino a scrivere in volgare per adottare il latino.
Si noti che lo studio dell’antichità classica comprende non solo l’antichità latina, ma pure l’antichità greca, in conseguenza anche della caduta di Costantinopoli (1453), che richiamò parecchi ecclesiastici e dotti greci in Italia.
Altro carattere fondamentale dell’Umanesimo è il naturalismo che si esprime in una visione più concreta della vita che porta a realizzare un tipo d’umanità più libera e spregiudicata, al di fuori d’ogni trascendenza medievale.

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E’ da tenere presente che, in questo periodo, si diffuse il fenomeno del mecenatismo, sia presso i principi, che presso i pontefici.
Una notevole importanza assunsero poi le Accademie, risorte nel periodo umanistico, secondo il costume greco e platonico:
-    Accademia fiorentina: filosofia platonica
-    Accademia romana: archeologia
-    Accademia pontaniana: studi letterari.  
Luigi Pulci (Firenze 1432 - Padova 1484).
Luigi Pulci nacque in un'antica e nobile famiglia che, malgrado le difficili condizioni economiche, aveva un profondo culto per le lettere. Intorno ai diciassette anni andò a fare lo scrivano per un signore, e poi combatté le angustie finanziarie attraverso incarichi e commissioni da parte di Lorenzo de’Medici che lo proteggeva, e che tra il 1467 e il 1472 lo mandò in missione a Camerino e a Roma. Passato al servizio di Roberto Sanseverino, svolse per lui incarichi di fiducia a Bologna, Milano, Venezia.

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L'opera per la quale il suo nome occupa un posto preminente nella letteratura comica del primo Rinascimento è il Morgante, poema in ottave. Cominciò a comporlo intorno al 1460, avendo in mente di nobilitare la materia di un rozzo cantare dell'inizio del Quattrocento, l'Orlando; ma nel corso della lunga elaborazione scaturì l'estro bizzarro, caricaturale e vivo dell'autore, trasformando la favola del paladino e la folla dei personaggi e delle situazioni in un universo popolato da esseri scaltri e vagabondi, pronti ai mille espedienti, e che egli rappresentò con un misto d’ironia e simpatia, in un linguaggio che si rifà alla tradizione comica e popolare toscana e che abbonda d’inventive espressioni inusuali. Morì improvvisamente e fu sepolto senza funerale religioso, a causa dell'atteggiamento scettico e scanzonato che aveva sempre avuto nei confronti della religione.

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Matteo Maria Boiardo (Scandiano, Reggio Emilia 1441-1494). Matteo Maria Boiardo trascorse la fanciullezza a Ferrara e, dopo aver perso sia il padre sia il nonno con cui aveva vissuto, assunse il titolo feudale legato alla contea familiare di Scandiano, di cui iniziò a disporre assieme al cugino Giovanni. Entrò così in rapporti con il principe Ercole, governatore di Modena, e iniziò a frequentare la corte estense che aveva il suo centro a Ferrara. Per conto del principe si occupò di testi classici, ed elaborò poesie latine ad imitazione di Virgilio, ma ben presto si dedicò alla poesia volgare con il canzoniere Amorum libri tres, composto e rielaborato dal 1469 al 1476, scritto in onore della nobildonna Antonia Caprara. Intanto svolse attività diplomatica a Roma e a Napoli, ed ebbe incarichi amministrativi (come capitano di Modena) tra il 1480 e il 1483.

Boiardo maturò in questo periodo l'intenzione di scrivere un poema di genere cavalleresco che risultasse anche un omaggio encomiastico alla stirpe estense. L'idea, favorita dall'interesse che il nobile pubblico di Ferrara tributava alla tradizione cavalleresca, in particolare arturiana, si concretizzò nel 1483 con l'Orlando innamorato. Si tratta di un poema cavalleresco che mescola elementi del ciclo carolingio e bretone, al quale l'autore aggiunse in seguito solo una parte di un terzo libro rimasto incompiuto.

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