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Orazio, Epistole: Libro 02 - A Giulio Floro

Orazio, Epistole: Libro 02 - A Giulio Floro

Latino: dall'autore Orazio, opera Epistole parte Libro 02 - A Giulio Floro

Flore, bono claroque fidelis amice Neroni,siquis forte uelit puerum tibi uendere natumTibure uel Gabiis et tecum sic agat: Hic etcandidus et talos a uertice pulcher ad imosfiet eritque tuus nummorum milibus octo, uerna ministeriis ad nutus aptus erilis,litterulis Graecis inbutus, idoneus articuilibet; argilla quiduis imitaberis uda;quin etiam canet indoctum, sed dulce bibenti

Multa fidem promissa leuant, ubi plenius aequo laudat uenalis qui uolt extrudere merces

Res urget me nulla; meo sum pauper in aere

Nemo hoc mangonum faceret tibi; non temere a mequiuis ferret idem

Semel hic cessauit et, ut fit,in scalis latuit metuens pendentis habenae; des nummos, excepta nihil te si fuga laedit,ille ferat pretium poenae securus, opinor
Immagina, Floro, che a te, fedele amico del valoroso e illustre Nerone, qualcuno voglia vendere un ragazzo, nato a Tivoli o a Gabi, e contratti cosí: Guarda che meraviglia: bello da cima a fondo, con ottomila sesterzi lo prendi e te lo porti via; nato in casa, pronto a tutti i servizi, si guida con un cenno, sa di greco, è adatto a qualunque mestiere: lo plasmerai come vuoi, questa argilla tenera; e sa cantare, senza grande scuola, ma gradevolmente quando si beve

Troppe promesse mettono in sospetto, se per svendere si esalta la merce

Non mi assilla il bisogno: io non sono ricco, ma non ho debiti

Nessun mercante ti farebbe una proposta simile, né uguale l'otterrebbe da me il primo venuto

Una volta, è vero, rincasò tardi e, sai come accade, si nascose nel sottoscala: era atterrito dalla frusta appesa al muro; ora, se non avendo remore, salvo la fuga, tu lo pagassi, quello intascherebbe i soldi al riparo da ogni rivalsa, io credo
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Prudens emisti uitiosum, dicta tibi est lex;insequeris tamen hunc et lite moraris iniqua

Dixi me pigrum proficiscenti tibi, dixi talibus officiis prope mancum, ne mea saeuosiurgares ad te quod epistula nulla rediret

Quid tum profeci, mecum facientia iurasi tamen adtemptas

Quereris super hoc etiam quodexpectata tibi non mittam carmina mendax

Luculli miles collecta uiatica multisaerumnis, lassus dum noctu stertit, ad assemperdiderat; post hoc uehemens lupus, et sibi et hostiiratus pariter, ieiunis dentibus acer,praesidium regale loco deiecit, ut aiunt, summe munito et multarum diuite rerum

Clarus ob id factum donis ornatur honestis,accipit et bis dena super sestertia nummum
i patti erano chiari, conoscevi i difetti di ciò che compravi, e tu non gli faresti certo il torto d'implicarlo in una causa infondata, no

Anch'io ti dissi, il giorno della tua partenza, che sono pigro; ti dissi che sono quasi negato per simili doveri, perché non mi rimproverassi con severità se io non avessi risposto alle tue lettere

A che è servito, se malgrado tutto tu non riconosci il mio buon diritto

E in piú protesti perché, mancando di parola, non ti mando quei versi che attendevi

Un soldato di Lucullo, una notte, mentre russava di stanchezza, perdette, sino all'ultimo centesimo, il gruzzolo raccolto in mezzo a tanti stenti; come un lupo furioso allora, in collera con sé e col nemico insieme, esasperato per i morsi della fame, cacciò, si dice, un presidio del re da un luogo munitissimo e ben fornito di scorte

Reso famoso dall'impresa, venne insignito di ricompense al valore e ricevette in piú ventimila sesterzi
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Forte sub hoc tempus castellum euertere praetornescio quod cupiens hortari coepit eundem uerbis quae timido quoque possent addere mentem;I, bone, quo uirtus tua te uocat, i pede fausto,grandia laturus meritorum praemia

Quid stas

Post haec ille catus, quantumuis rusticus: Ibit,ibit eo, quo uis, qui zonam perdidit inquit

Romae nutriri mihi contigit atque doceriiratus Grais quantum nocuisset Achilles

Adiecere bonae paulo plus artis Athenae,scilicet ut uellem curuo dinoscere rectumatque inter siluas Academi quaerere uerum

Dura sed emouere loco me tempora gratociuilisque rudem belli tulit aestus in armaCaesaris Augusti non responsura lacertis
In quel lasso di tempo capitò che il generale, volendo espugnare non so quale fortezza, si mettesse ad esortare il soldato con parole che avrebbero infuso coraggio anche al piú timido: Va, o valoroso, ascolta il tuo cuore, va' con buona fortuna per ricevere dei tuoi meriti solenne ricompensa

Che aspetti dunque

Ma anche se contadino, quello che era scaltro, gli rispose: Laggiú dove vuoi tu, laggiú ci andrà chi ha perduto i quattrini

A Roma volle il caso che fossi educato e imparassi quanto l'ira di Achille fosse stata funesta ai greci

Poi la mia cara Atene mi scaltrí quel tanto in piú perché io avessi la voglia di distinguere la dritta via da quella storpia e di cercare verità nei boschi di Academo

Ma tempi duri mi strapparono da quel paese amato e la furia della guerra civile mi spinse per inesperienza fra le armi che non erano in grado di reggere il braccio di Cesare
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Vnde simul primum me dimisere Philippi,decisis humilem pinnis inopemque paterni et laris et fundi paupertas impulit audaxut uersus facerem; sed quod non desit habentemquae poterunt umquam satis expurgare cicutae,ni melius dormire putem quam scribere uersus

Singula de nobis anni praedantur euntes; eripuere iocos, uenerem, conuiuia, ludum;tendunt extorquere poemata; quid faciam uis

Denique non omnes eadem mirantur amantque;carmine tu gaudes, hic delectatur iambis,ille Bioneis sermonibus et sale nigro

Tres mihi conuiuae prope dissentire uidentur,poscentes uario multum diuersa palato

Quis dem

Quid non dem

Renuis quod tu, iubet alter;quod petis, id sane est inuisum acidumque duobus

Praeter cetera me Romaene poemata censes scribere posse inter tot curas totque labores
Quando poi Filippi mi congedò avvilito, con le ali tarpate, privato del focolare e del podere paterno, l'arma della povertà mi spinse a scrivere versi; ma oggi che non mi manca da vivere, quanta cicuta occorrerebbe per guarirmi, se ai versi non preferissi un buon sonno

Ogni anno che passa porta via qualcosa; mi hanno rubato l'allegria, l'amore, il gusto della tavola e del gioco; e tentano di strapparmi la poesia: che debbo fare

Non tutti poi amano e stimano le stesse cose: tu godi delle liriche, un altro trova piacere nei giambi, un terzo nel sale pungente che, come in Bione, hanno le satire

Mi sembrate tre convitati dai gusti diversi, che chiedono in disaccordo fra loro le pietanze piú disparate

che cosa servire

che cosa no

ciò che tu rifiuti, lo vuole un altro; e ciò che tu desideri è proprio ciò che è sgradito e indigesto agli altri due

Ma a parte tutto, credi veramente che io possa scrivere versi a Roma in mezzo a tanti pensieri, a tanti disagi
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Hic sponsum uocat, hic auditum scripta, relictisomnibus officiis; cubat hic in colle Quirini,hic extremo in Auentino, uisendus uterque;interualla uides humane commoda

Verum purae sunt plateae, nihil ut meditantibus obstet

Festinat calidus mulis gerulisque redemptor,torquet nunc lapidem, nunc ingens machina tignum,tristia robustis luctantur funera plaustris,hac rabiosa fugit canis, hac lutulenta ruit sus; i nunc et uersus tecum meditare canoros

Scriptorum chorus omnis amat nemus et fugit urbem,rite cliens Bacchi somno gaudentis et umbra;tu me inter strepitus nocturnos atque diurnosuis canere et contracta sequi uestigia uatum
uno mi chiama a testimonio, l'altro pretende che lasci gli affari per ascoltare le sue recite; il primo se ne sta al Quirinale, il secondo laggiú in fondo all'Aventino, e devi far visita a tutti e due: pensa se sono distanze accettabili

Ma vi sono pure tratti spaziosi, dove niente impedisce di pensare

E anche capomastri trafelati che trafficano con muli e facchini, macchine che sollevano macigni e travi immense, un funerale che a fatica si fa strada in lacrime fra quei carri pesanti, una cagna arrabbiata che fugge da un lato, una scrofa immonda che ti assale dall'altro: avanti, provati a ordire versi armoniosi

Tutti gli scrittori, nessuno escluso, amano i boschi ed evitano la città, devoti giustamente a Bacco, che predilige il sonno e l'ombra: e tu vuoi che io canti fra tutti questi strepiti del giorno e della notte, che insegua della poesia le orme misteriose
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Ingenium, sibi quod uacuas desumpsit Athenaset studiis annos septem dedit insenuitquelibris et curis, statua taciturnius exitplerumque et risu populum quatit: hic ego, rerumfluctibus in mediis et tempestatibus urbis, uerba lyrae motura sonum conectere digner

Frater erat Romae consulti rhetor, ut alteralterius sermone meros audiret honores,Gracchus ut hic illi, foret huic ut Mucius ille

Qui minus argutos uexat furor iste poetas

Carmina compono, hic elegos, mirabile uisucaelatumque nouem Musis opus

Aspice primumquanto cum fastu, quanto molimine circumspectemus uacuam Romanis uatibus aedem;mox etiam, si forte uacas, sequere et procul audi quid ferat et qua re sibi nectat uterque coronam
Uno spirito che ha scelto Atene e la solitudine, che ben sette anni ha dedicato agli studi, che è invecchiato tra i pensieri e sui libri, troppo spesso quando esce piú muto di una statua fa ridere la gente: e proprio io dunque, in mezzo ai flutti della vita e alle burrasche della capitale, dovrei avvertire la voglia di combinare fra loro parole che ispirino il suono alla cetra

Qui vivevano a Roma due fratelli, oratore l'uno, giurista l'altro, che solo elogi si scambiavano fra loro, cosí che se per l'altro questi era Mucio, quello doveva essere Gracco

Una follia, ma non è la stessa che vizia l'estro dei poeti

Io scrivo liriche, quello elegie: un'opera mirabile e cesellata dalle nove Muse

Ma prima osserva con quanta presunzione, con quale sussiego noi ci guardiamo intorno nella sede allestita per i poeti di Roma; poi se hai tempo, meglio, seguimi e ascolta di lontano cosa ci diciamo l'un l'altro e come ci si incorona poeti con queste nostre mani
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Caedimur et totidem plagis consumimus hostem,lento Samnites ad lumina prima duello

Discedo Alcaeus puncto illius; ille meo quis

Quis nisi Callimachus

Si plus adposcere uisus, fit Mimnermus et optiuo cognomine crescit

Multa fero ut placem genus inritabile uatum,cum scribo et supplex populi suffragia capto;idem finitis studiis et mente receptaopturem patulas impune legentibus auris

Ridentur mala qui componunt carmina; uerumgaudent scribentes et se uenerantur et ultro,si taceas, laudant quicquid scripsere beati
Si ricevono colpi, ma con altrettanti si sfinisce il nemico, come in un duello di gladiatori che si trascina sino ai primi lumi della sera

alla fine, per sua stessa ammissione, io sono Alceo; e lui per me

ma Callimaco, no

e se ha ambizioni piú alte sarà Mimnermo, appellativo che lo rende tronfio

Quante cose sopporto per vivere in pace con questa razza irritabile dei poeti, quando scrivo e invoco dal pubblico un suffragio; ma se tralascio le ambizioni e torna in me il senno, potrei senza timore chiudermi le orecchie, che tante letture di versi hanno dovuto sopportare

Si sorride di chi scrive cattiva poesia; ma gli autori ne godono e ammirano tanto sé stessi, che, se tu taci, si lodano da soli per tutto quello che hanno scritto con intima soddisfazione
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At qui legitimum cupiet fecisse poema,cum tabulis animum censoris sumet honesti; audebit, quaecumque parum splendoris habebuntet sine pondere erunt et honore indigna ferentur,uerba mouere loco, quamuis inuita recedantet uersentur adhuc inter penetralia Vestae;obscurata diu populo bonus eruet atque proferet in lucem speciosa uocabula rerum,quae priscis memorata Catonibus atque Cethegisnunc situs informis premit et deserta uetustas;adsciscet noua, quae genitor produxerit usus

Vehemens et liquidus puroque simillimus amni fundet opes Latiumque beabit diuite lingua;luxuriantia compescet, nimis aspera sanoleuabit cultu, uirtute carentia tollet,ludentis speciem dabit et torquebitur, ut quinunc Satyrum, nunc agrestem Cyclopa mouetur
Certo, chi intende fare poesia che abbia senso, deve con le sue tavolette assumere il ruolo del censore scrupoloso; e avere il coraggio di eliminare tutte quelle parole che non brillano, che non hanno spessore e che ci sembrano prive di grazia, anche se non intendono lasciarci e nel segreto indugiano del nostro cuore; deve con amore scoprire e rimettere in luce espressioni felici, che erano usate nell'antichità dai vari Catone e Cetego e che nella parlata comune il tempo ha offuscate, rendendole per l'abbandono informi e per vecchiaia vuote; deve accogliere le parole nuove che la fecondità dell'uso avrà prodotto

Impetuoso e limpido come un fiume terso, il poeta profonderà i suoi tesori per arricchire di gioielli la lingua del Lazio; sfronderà ciò che è troppo rigoglioso, levigherà con esercizio attento le asperità eccessive, toglierà ciò che è privo di valore; assumerà insomma l'aspetto di chi scherza, anche se è faticoso seguire il ritmo ora del satiro, ora quello selvaggio del ciclope
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Praetulerim scriptor delirus inersque uideri,dum mea delectent mala me uel denique fallant,quam sapere et ringi

Fuit haud ignobilis Argis,qui se credebat miros audire tragoedosin uacuo laetus sessor plausorque theatro, cetera qui uitae seruaret munia rectomore, bonus sane uicinus, amabilis hospes,comis in uxorem, posset qui ignoscere seruiset signo laeso non insanire lagoenae,posset qui rupem et puteum uitare patentem

Hic ubi cognatorum opibus curisque refectusexpulit elleboro morbum bilemque meracoet redit ad sese: Pol, me occidistis, amici,non seruastis ait, cui sic extorta uoluptaset demptus per uim mentis gratissimus error
Eppure vorrei apparire scrittore insensato e senz'arte, se i miei difetti m'infondessero piacere o almeno un'illusione, piuttosto che capire e rodermi di collera

Visse ad Argo un uomo di buona condizione, che credeva di assistere a tragedie affascinanti in un teatro vuoto, dove sedeva felice e applaudiva; per il resto, per i suoi doveri della vita era normale: buon vicino, ospite amabile, gentile con la moglie, sapeva assolvere gli schiavi, non s'infuriava se trovava manomesso il sigillo di una bottiglia, sapeva evitare un burrone o un pozzo aperto

quando, dopo una cura costosissima che gli fecero subire i parenti, a base di ellèboro puro per la bile, il malanno guarí ed egli ritornò in sé: Accidenti a voi, amici miei, disse, voi mi avete ammazzato, non salvato; strappandomi la fonte del piacere, mi avete brutalmente tolto l'illusione piú dolce della mente
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Nimirum sapere est abiectis utile nugis,et tempestiuum pueris concedere ludum,ac non uerba sequi fidibus modulanda Latinis,sed uerae numerosque modosque ediscere uitae

Quocirca mecum loquor haec tacitusque recordor: Si tibi nulla sitim finiret copia lymphae,narrares medicis; quod, quanto plura parasti,tanto plura cupis, nulline faterier audes

Si uolnus tibi monstrata radice uel herbanon fieret leuius, fugeres radice uel herba proficiente nihil curarier; audieras, cuirem di donarent, illi decedere prauamstultitiam, et cum sis nihilo sapientior, ex quoplenior es, tamen uteris monitoribus isdem

At si diuitiae prudentem reddere possent, si cupidum timidumque minus te, nempe ruberes,uiueret in terris te siquis auarior uno
Che c'entra, la saggezza è utile: ti fa rinunciare alle vanità, lascia ai fanciulli i giochi che convengono all'età loro, non insegue parole da intonare sulle lire latine, ma t'insegna ritmo e misura della vita vera

Per questo parlo con me stesso e medito in silenzio: se l'acqua non ti estinguesse la sete, tu lo diresti al medico; perché, se desideri piú di quanto già possiedi, non osi mai confessarlo a nessuno

se hai una ferita e la radice o l'erba indicata non la guariscono, eviti di curarti con quella radice o erba che non giovano a nulla; perché allora, avendo sentito che quando si ricevono doni dal cielo le stranezze della follia se ne vanno, e tu non sei piú saggio da che sei piú ricco, perché mai interpelli gli stessi consiglieri

Se le ricchezze potessero renderti piú saggio, meno avido e timoroso, dovresti vergognarti che al mondo vivesse un uomo piú ingordo di te
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