Orazio, Epistole: Libro 01 - Al fattore

Orazio, Epistole: Libro 01 - Al fattore

Latino: dall'autore Orazio, opera Epistole parte Libro 01 - Al fattore

Vilice siluarum et mihi me reddentis agelli,quem tu fastidis habitatum quinque focis etquinque bonos solitum Variam dimittere patres,certemus spinas animone ego fortius an tueuellas agro, et melior sit Horatius an res Discutiamo, fattore del mio bosco e del mio campo, che mi restituiscono a me stesso e tu detesti, perché vi sono pochi focolari e solo qualche padre di famiglia che scende a Varia per mercato; discutiamo se piú bravo sei tu a togliere queste spine dai campi o io dal cuore, e se piú vale Orazio o i suoi averi
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Me quamuis Lamiae pietas et cura moratur, fratrem maerentis, rapto de fratre dolentisinsolabiliter, tamen istuc mens animusquefert et amat spatiis obstantia rumpere claustra A Roma, vedi, mi trattengono l'inquietudine e l'affetto per Lamia, che piange suo fratello, il fratello, che disperatamente lamenta ormai perduto; ma la mente e l'animo mio corrono continuamente lassú e vorrebbero rompere le sbarre che ne impediscono la vista
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Rure ego uiuentem, tu dicis in urbe beatum; cui placet alterius, sua nimirum est odio sors,stultus uterque locum inmeritum causatur inique;in culpa est animus, qui se non effugit umquam Beato chi vive in campagna, dico io, e tu, chi vive in città: se di altri preferisci la sorte è chiaro che odi la tua; ma abbiamo torto entrambi attribuendo ingiuste colpe al luogo, che non ne ha: nella mente è l'errore, che mai sfugge a sé stessa
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Tu mediastinus tacita prece rura petebas,nunc urbem et ludos et balnea uilicus optas; me constare mihi scis et discedere tristem,quandocumque trahunt inuisa negotia Romam Quand'eri garzone in città in segreto aspiravi alla campagna, ora che sei fattore t'incanta la città, i suoi divertimenti, le sue terme; io sono, come sai, piú coerente e quando maledetti affari mi trascinano a Roma, me ne vado da lí con gran tristezza
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Non eadem miramur; eo disconuenit intermeque et te; nam quae deserta et inhospita tesquacredis, amoena uocat mecum qui sentit, et odit quae te pulchra putas Apprezziamo cose diverse: fra me e te questa è la differenza; quella che credi una landa deserta e inospitale, chi pensa come me la chiama amena, e invece odia tutte quelle cose che belle tu ritieni
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Fornix tibi et uncta popinaincutiunt urbis desiderium, uideo, et quodangulus iste feret piper et tus ocius uua,nec uicina subest uinum praebere tabernaquae possit tibi, nec meretrix tibicina, cuius ad strepitum salias terrae grauis; et tamen urgesiampridem non tacta ligonibus arua bouemquedisiunctum curas et strictis frondibus exples;addit opus pigro riuus, si decidit imber,multa mole docendus aprico parcere prato Vedo bene cosa ti manca della città: casini e taverne fumose; il fatto è che quel mio angolo di terra produrrà prima pepe e incenso dell'uva, e lí vicino non vi è bettola che mesca vino o una puttanella che, strimpellando il flauto, t'induca ad agitarti come un orso; tu sei costretto invece ormai da tempo a dissodare campi che attendono la vanga, a governare il bue liberato dal giogo, a sfrondare frasche per la pastura; e a un pigro come te altra fatica viene dal ruscello, quando cade la pioggia: con un argine adatto devi insegnargli a rispettare i campi esposti al sole
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Nunc age, quid nostrum concentum diuidat, audi Ascolta allora cosa mai rompe la nostra armonia
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Quem tenues decuere togae nitidique capilli,quem scis immunem Cinarae placuisse rapaci,quem bibulum liquidi media de luce Falerni,cena breuis iuuat et prope riuum somnus in herba; nec lusisse pudet, sed non incidere ludum Un tempo io prediligevo toghe finissime e capelli profumati e, lo sai, piacqui a Cínara, malgrado l'avidità sua, senza prodigarmi in regali; bene, io che già a mezzogiorno bevevo limpido falerno, ora godo di una cena frugale, di dormire sull'erba a fianco di un ruscello; mi sono divertito, niente male, ma guai se non vi avessi posto un termine; lassú nessun occhio maligno corrode la mia pace, nessun risentimento, nessun odio nascosto l'avvelena; tutt'al piú mi canzonano i vicini se muovo zolle o sassi
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Non istic obliquo oculo mea commoda quisquamlimat, non odio obscuro morsuque uenenat;rident uicini glaebas et saxa mouentem Tu con gli schiavi di città vorresti rosicchiare quel poco che gli passano, e a loro corre la tua voglia; intanto lo stalliere, che brontola a ogni piè sospinto, t'invidia l'orto che hai, la legna, la carne di pecora
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Cum seruis urbana diaria rodere mauis; horum tu in numerum uoto ruis, inuidet usumlignorum et pecoris tibi calo argutus et horti Cosí scontento il bue sogna la sella, il cavallo di arare; io penso: non è meglio che di buon grado ognuno faccia la sua parte
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