Montale, la poetica: riassunto

Montale, la poetica: riassunto

Montale. Il dilemma della conoscenza

In sintonia con la cultura novecentesca del decadentismo, Montale nega la possibilità che si possa attingere ad una conoscenza organica, definitiva, piena dell’io, della storia e del mondo.
Secondo Montale, è come se “la vita battesse ad uno schermo e volesse farsi conoscere dall’uomo, che a sua volta ha una tensione conoscitiva”: il più delle volte ciò si traduce in una tensione, in uno scacco conoscitivo, ma ci sono momenti in cui si apre il varco.
L’adesione panica al ritmo cosmico (tipica di D’Annunzio) viene sabotata dalla percezione di una totale disarmonia dell’uomo con il tutto. Secondo Montale, difatti, l’uomo si sentiva partecipe del tutto solo durante l’infanzia, a cui è seguita l’azione distruttiva della ragione.

La memoria. Nemmeno nella memoria (che riporta in vita il passato) vi può essere salvezza; riprendendo la concezione di Bergson e Butrot secondo cui la memoria è ciò che ci fa vivere i tre stati del tempo contemporaneamente, Montale afferma che l’uomo non ha la capacità di gestire in modo consapevole il passato, perché quando lo revoca con la memoria esso ha perso la propria vitalità.               
Ungaretti nei “Fiumi” ripercorreva tutte le stagioni della vita, si calava nell’Isonzo (rito di purificazione, poesia ricca di linguaggio sacro) e si sentiva una docile fibra dell’universo; per lui l’ambizione di rivivere i vari momenti del passato in un eterno presente è possibile.
In Montale, al contrario, domina l’arsura, la memoria è un “morto viluppo”, nel momento in cui viene revocato il passato si deforma e sembra quasi appartenere ad un altro, in quanto la memoria lo cristallizza, lo blocca, gli fa perdere vitalità.
Come abbiamo già visto con Svevo, nel momento in cui la vita vive e si svolge nel suo essere e farsi è vita, nel momento in cui la blocco e la cristallizzo non è più vita.
L’arsura si riflette anche nella dimensione psicologica dell’uomo: egli è inaridito interiormente, impossibilitato a provare sentimenti, secondo un’apatia simile a quella greca (forza stoica di sopportazione dei mali).
“Cure meschine dividono l’animo”: cura dal latino significa “affanno, angoscia”, mentre dividono ci dà l’idea di separatezza.
L’anima non ha più una costituzione unitaria (=Pirandello).

Montale filosofo. Montale non si sentiva filosofo, in quanto non era alla ricerca di una verità astratta, uguale per tutti, bensì di una puntuale del poeta soggetto (che avesse senso per lui): ciò che desiderava cogliere non era quanto gli uomini avevano di comune/condiviso, ma ciò che vi era di particolare.
Il critico Martelli afferma che il problema filosofico di Montale è la possibilità della parola poetica di attingere al vero (inizialmente lo nega negli Ossi di Seppia, poi dice che è possibile nelle Occasioni).
Per Montale la poesia deve confrontarsi con un mondo disarmonico, privo di significato. La poesia tocca l’insensatezza della condizione umana (fine dell’antropocentrismo, già anticipato da Leopardi), della storia (vista come uno “scialo di triti fatti”, una ripetizione caotica di eventi).

La possibilità della poesia di attingere al vero. Secondo Montale la vita è un flusso costante di avvenimenti, per una frazione di secondo noi ne abbiamo consapevolezza (intuizione), ma si tratta di una consapevolezza sfumata, indefinita. Si tratta di un gorgo, un vortice che per un attimo si proietta nella nostra coscienza e poi torna nel fluire della vita. Se la vita è l’insieme di presente, futuro e [passato (“viluppo morto”)], quale possibilità ha la parola “squadrata da ogni lato” di attingere al reale?