Misurazioni concrete delle emissioni di CH₄ provenienti dalle mucche di razza Holstein in California indicano che in media una bestia emette 98 chili di metano in un anno. Ma a causa della variabilità nelle dimensioni corporee, nell'età e nell'alimentazione specifica dei diversi esemplari, tutti i tentativi di stimare la quantità di metano prodotto dal rumine e sprigionato dai rutti bovini ci possono fornire solamente approssimazioni. Data la grandezza delle altre fonti di metano negli Stati Uniti (principalmente la combustione di combustibili fossili), ai ruminanti si deve soltanto il 2 per cento circa di tutte le emissioni dirette del Paese - o il doppio, se si tiene conto anche delle emissioni indirette, soprattutto l'ossido di diazoto (N₂O) proveniente dai terreni fertilizzati. Mentre la quota complessiva a livello globale resta incerta.
Le stime globali realizzate dalla Fao hanno portato a concludere che il sistema di produzione e di distribuzione dei prodotti dell'allevamento ha generato nel 2010 una quantità di metano il cui effetto di riscaldamento climatico era equivalente a quello associato a 8,1 miliardi di tonnellate di CO₂, e dobbiamo supporre che l'esito delle stesse emissioni nel 2020 sia stato equivalente a quello di 8,7 miliardi di tonnellate di CO₂. I bovini contribuiscono per circa il 60 per cento del totale, e il Sud America è la regione del mondo a cui si deve il contributo più significativo, seguita dall'Asia meridionale.
Le emissioni di metano generate dal settore della produzione del latte sono solamente il 30 per cento circa di quelle associate alla produzione di carne, mentre tra le fonti di proteine perfette la carne di maiale, quella di pollo e le uova di gallina sono quelle responsabili del minore contributo di gas serra.








