La Marmora, colpito dal coraggio della ragazza, la nominò vivandiera del sesto battaglione dei bersaglieri. Per la sua bellezza, iniziò a essere soprannominata "la bella Gigogin". Tra i rivoltosi, tra i battaglioni dei bersaglieri, tra i patrioti, si diffuse presto un canto che motivava i combattenti a conquistare l'unità nazionale: La bella Gigogin, composta dal giovane Paolo Giorza, ancora oggi canto dei bersaglieri durante i giuramenti e le esercitazioni. Fu eseguita per la prima volta in pubblico la notte di San Silvestro, al Teatro Carcano di Milano.
O la bella Gigogin trallerilleriellela
La vas a spass col suo spusin trallerillerilellà
A quindici anni facevo l'amore
Dàghela avanti un passo delizia del mio cuore!
A sedici anni ho preso marito
Dàghela avanti un passo delizia del mio cuore!
A diciassette mi sono spartita
Dàghela avanti un passo delizia del mio cuor
La ven, la ven, la ven alla finestra
L'è tiutta, l'è tiutta, l'è tiutta encipriada
La dis, la dis, la dis che l'è malada
Per non per non, per non mangiar polenta
Bisogna, bisogna, bisogna aver pazienza
Lassàla, lassàla, lassàla maridà
O la bella Gigogin trallerilleriellela
La vas a spasso col su spusin trallerillerilellà
La ven, la ven, la ven alla finestra
La dis, la dis, la dis che l'è malada
Il pubblico capì subito il messaggio che si nascondeva in quelle parole: "Dàghela avanti un passo" invitava Vittorio Emanuele II a fare un passo avanti per liberare il Regno Lombardo-Veneto dagli austriaci; "la dis che l'è malada" sottintendeva che la Lombardia soffriva a causa della dominazione straniera; "per non mangiar polenta" alludeva sia al colore giallo della bandiera austriaca che al cibo simbolo dei lombardi e dei veneti, che si sarebbe mangiato una volta avvenuta l'alleanza tra Vittorio Emanuele II e Napoleone III.
La banda, quella sera, dovette ripetere la canzone per otto volte, mentre il pubblico, incurante degli austriaci presenti, cantava a squarciagola. Il successo incredibile del brano fece sì che gli austriaci, ignari del reale significato di quei versi, lo inserirono nel repertorio della loro banda, suscitando l'ilarità dei milanesi.
Gigogin continuava la sua attività di vivandiera, nella battaglia di Goito soccorse e rifornì i soldati: si dice che fu lei stessa a curare una ferita alla mascella del generale La Marmora; conobbe moltissimi patrioti e tutti si incantavano a guardare quel miracolo di grazia e di forza.
Più di tutti, Goffredo Mameli, giovanissimo patriota e poeta genovese, già noto per aver composto le parole del Canto degli italiani, se ne innamorò perdutamente e Gigogin ricambiò il suo amore con tutto l'ardore che aveva in corpo. Una sera, mentre erano insieme per le strade della città, si accorse che la polizia austriaca li stava pedinando: volevano Mameli. Gigogin non ci pensò un istante: «Goffredo, gli austriaci ci sono alle spalle, se ti prendono ti arrestano. Ci penso io.»
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E per salvarlo iniziò a strepitare, a inveire contro quegli uomini, a gridare improperi contro Ferdinando II, a strappare manifesti per attirare su di sé la loro attenzione e far fuggire Goffredo che, con triste rassegnazione, scappò. La arrestarono, ma lui era salvo, almeno per stavolta. Fu ricondotta in collegio, da dove provò più volte a scappare, finché fu proprio il generale La Marmora a inviare i bersaglieri per liberarla. Libertà!
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Il ritornello della canzone a lei dedicata riapparve dieci anni dopo sui campi di battaglia di Magenta, motivando le truppe al canto di Dàghela avanti un passo.
Forse morì in battaglia, ma la sua storia vive nel canto patriottico più diffuso prima dell'Inno di Mameli, l'uomo che aveva salvato e amato.










