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Le lion jeune le vieux surmontera / En champ bellique par singulier duel, / Dans cage d'or les yeux lui crèvera, / Deux classes une, puis mourir, mort cruelle.
«Il giovane leone sbaraglierà il vecchio / Sul campo di battaglia in singolar tenzone, / Nella gabbia d'oro gli trapasserà gli occhi, / due classi in una, poi morire, morte crudele».
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Il problema delle previsioni del negromante è che sono quasi sempre così contorte da risultare poco comprensibili e attribuibili solo ex post: basti pensare a quella su Luigi XVI, Maria Antonietta e la fuga a Varennes.
Arriva infine il 30 giugno 1559. Per ordine del re, dalla rue Saint-Antoine - dove avrà luogo la giostra - è stata tolta la pavimentazione, così da facilitare i cavalieri. Fa molto caldo: la regina, i Figli di Francia, gli sposi, Diane de Poitiers, la corte e tutti gli invitati si riuniscono nelle tribune, mentre Enrico, al solito abbigliato di bianco e nero, passa a salutarli, per poi scendere in lizza. Sono trascorsi venticinque anni da quel primo torneo in cui egli, ancora ragazzo, aveva scelto Diane, indossandone i colori: allora, non era immaginabile che sarebbe salito al trono. In ogni caso le è rimasto fedele, così come è sempre stato fedele ai suoi amici più cari. Il passar del tempo non ha potuto nulla contro la forza di quell'amore.
Il monarca - che monta un cavallo dal nome poco beneaugurale, Malheur - si batte all'inizio contro il futuro cognato, il duca di Savoia, il quale viene disarcionato. Poi si getta contro il duca di Guise, ma stavolta lo scontro è nullo perché non ci sono vincitori. Essendo oramai mezzogiorno, il caldo è sempre più afoso e i contendenti sono fradici di sudore sotto le armature.
L'ansia, la trepidazione di Caterina salgono come una marea. Nelle notti precedenti ha sognato il marito colpito a morte, per cui gli manda uno scudiero con un messaggio. Lo prega «per amor suo» di smettere. Il sovrano le risponde galantemente che è «proprio per amor suo» che intende continuare. Vicino alla Medici c'è la favorita, che non batte ciglio: evidentemente, non è incline a presentimenti né a spiacevoli sensazioni.
Giunge alfine il turno del capitano delle guardie scozzesi, Gabriel de Lorges conte de Montgomery, che però non vorrebbe battersi contro il suo signore.
Il successivo scontro è nullo, perché nessuno viene disarcionato. A quel punto, interviene persino il fido scudiero, che esclama: «Sire, giuro su Dio che da più di tre notti non faccio altro che sognarvi, pensando che oggi vi deve capitare una disgrazia. Quest'ultima giornata di giugno vi sarà fatale».
Né le preghiere del palafreniere, né quelle della regina e di Montgomery possono nulla contro la testardaggine del sovrano, che riparte a cavallo. La lancia del capitano si spezza, la sua terribile e affilata punta di legno penetra sotto la visiera d'oro di Enrico e gli trapassa l'occhio, entrando fino al cervello.
Pur rimanendo momentaneamente in sella, il malcapitato crolla sul collo del suo cavallo, mentre intorno tutti urlano, gridano, vengono meno. Gli scudieri lo afferrano, gli tolgono l'elmo, ne scoprono il viso inondato di sangue. Il re viene quindi portato di gran corsa al Palais de Tournelles, di proprietà della sovrana, che è lì vicino. Al suo capezzale, Caterina si dispera, il delfino Francesco non fa che svenire, i Guise si agitano, Montmorency si strappa i capelli. Diane, ovviamente, non è stata ammessa: i suoi giorni di gloria sono finiti.
I dottori presenti tentano quello che possono, estraggono lunghi frammenti di legno dall'occhio del ferito, che grida di dolore. Il duca di Savoia manda a chiamare in tutta fretta da Bruxelles l'anatomista Andrea Vesalio, che arriva a Parigi il 3 luglio. Si aspetta il celebre chirurgo Ambroise Paré, il quale alla fine giunge, esamina la lesione, si fa spiegare l'incidente, studia la lancia. Poi domanda alla regina una cosa che può sembrare terribile:
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almeno quattro condannati a morte devono essere subito suppliziati, cosicché lui potrà replicare in modo sperimentale sui loro cadaveri la dinamica dell'incidente.
Appena arrivano i corpi dei poveretti, Paré - alla presenza degli allievi e della corte lussuosamente vestita - comincia con il primo, infilandogli una scheggia di lancia nell'occhio; poi controlla il tipo di piaga che si è prodotta e continua con gli altri. È solo con l'ultimo, che riesce a riprodurre la medesima ferita di Enrico, per cui la studia accuratamente. Dopodiché, il suo giudizio è senza appello: per il Valois non c'è nulla da fare (viste le conoscenze mediche dell'epoca, sarebbe stata una conclusione prevedibile anche senza sezionare cadaveri). Orribilmente sofferente, il quarantenne sovrano sopravvive ancora pochi giorni.
Di seguito un epitafio di un contemporaneo di Caterina de' Medici
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| La reine qui ci-gît fut un diable et un ange, Toute pleine de blâme et pleine de louange: Souhaite-lui, passant, Enfer et Paradis. |
La regina che qui giace fu un diavolo e un angelo, Piena di colpe e degna di elogi: Auguratele, passando, Inferno e Paradiso. |






