Interno di cucina - Martin Drolling

Interno di cucina - Martin Drolling

un tenero scorcio domestico in cui madre e figlia sono intente a cucire mentre la bimba più piccola gioca per terra con un gattino. Tutto intorno i modesti utensili di una famiglia popolare: scopre, paioli in rame, canovacci, brocche
rel cucitrici di camicie rosse

la cura per i dettagli, di memoria fiamminga, si spinge fino agli strappi nella carta da parati, alle scheggiature delle piastrelle e alla trasparenza del tessuto rosso tra le mani della donna. La ragazzina siede proprio accanto alla finestra, con una sedia più piccola che funge da poggiapiedi. Questa collocazione era da sempre quella tipica di chi doveva fare un'attività di precisione, che fosse il cucito o la lettura. la finestra diventa così fulcro di una vita domestica operosa e l'unico collegamento con il mondo esterno.

Nella pittura dell'800 si trovano una miriade di rappresentazioni simili a questa, con donne di ogni età accanto alla finestra, intente a lavorare con ago e filo, tanto che lo si può considerare un genere a sé.

Interno di cucina - Martin Drolling, 1815 Interno di cucina - Martin Drolling, 1815

il fascino del dipinto dell'alsaziano Drolling sta soprattutto nei delicati effetti luminosi accresciuti dal contrasto con l'interno cupo e a tratti in controluce. si narra che per realizzare le zone più scure del dipinto, l'autore abbia usato un pigmento piuttosto particolare, realizzato macinando i cuori mummificati dei reali di Francia.

IL NERO DI MUMMIA

La storia ha inizio a Parigi nel 1793, quando dei rivoluzionari si dettero alla profanazione delle tombe regali. Venne ordinata anche la distruzione di 45 reliquiari che contenevano i cuori di re e di regine (l'organo veniva sempre espiantato e conservato a parte). Ma l'addetto che doveva occuparsene preferì tenere per sé i preziosi contenitori e vendere il contenuto agli artisti. Quei cuori mummificati, infatti costituivano la fonte di un pigmento preziosissimo e ambito: il nero di mummia. Fin dal XVII secolo questa macabra polvere bruna usata dai pittori (che veniva anche ingerita per curare alcune "malattie dello spirito") si otteneva macinando mummie di origine egizia, di cui esisteva un enorme commercio in tutta l'Europa. Mescolata con oli leganti, dava luogo a una tinta marrone scuro simile alla cosiddetta "terra d'ombra", che era invece un pigmento di origine minerale. Il risultato era lo stesso se al posto del corpo di un antico faraone si usava l'organo essiccato di un re vissuto un secolo prima.

Se sia merito del pigmento o del soggetto non è dato sapere, fatto sta che il dipinto ebbe un grandissimo successo al Salon parigino del 1817, tanto da essere poi acquisito dal Louvre. Il pittore non seppe mai della folla che si accalcava davanti alla sua tela perché nel frattempo era morto, dopo un'esistenza vissuta in povertà 

In accordance with the Terms of Use, responsibility for published content rests solely with the user who created it. Perungiorno.it disclaims any liability for content submitted by users.
Report

gioco di colori tra le foglie degli alberi e gli ombrelli

La bellezza di Giorgia Rossi esaltata da quel vestito

il bianco e il nero smettono di essere colori

I colori caldi della prostituzione

nell’Egitto dei Faraoni il nero è legato alla dimensione fecondante della terra

pronti ad addentrarci nella grotta