non riuscendo a distinguerle, la gente non capiva neppure quale delle due fosse mia madre e così, per far prima, venivo classificato come figlio di entrambe. I gemelli suscitano un misto di fascinazione e disagio in chi non è abituato a frequentarli, come se dietro a quel prodigio visivo ci fosse nascosto, da qualche parte, un inganno. Ricordo che, in prima media, un compagno di scuola, col bon ton che caratterizza gli undicenni, insinuò che mio padre andasse a letto con entrambe. Ci rimasi malissimo, ma lasciai correre. Sorvolai. E la ragione è che nella mente di ogni figlio di gemelle c'è una domanda meno scabrosa e tuttavia costante: perché papà si è innamorato di una e non dell'altra? Non credete a chi vi dice che non è così, i figli di gemelli, da bambini, non pensano ad altro: il perturbante, per noi, è pane quotidiano.
Un pomeriggio, buttata lì quasi per scherzo, glielo chiesi: «Papà, perché ti sei innamorato di mamma e non di zia?» e la risposta fu l'unica possibile: «Sono diverse». È davvero, lo sono, ma non nell'aspetto. In cosa allora? Certo, si dirà, l'amore non è solo questione di aspetto: contano la personalità, il carattere, il modo di muoversi, il senso dell'umorismo, l'odore. Tutto vero. Eppure, allo stesso tempo, sappiamo che ai lineamenti — cioè all'apparenza visiva — viene attribuito un peso enorme, specie nella società di massa.
Sembra un quesito strambo, non lo è. Migliaia di persone, di continuo, organizzano appuntamenti selezionando un ritratto sui siti di incontro, per secoli, i matrimoni combinati sono stati portati a termine guardando un'effigie dipinta; anzi, pare che Luigi XVI abbia conosciuto proprio così Maria Antonietta, guardandola disegnata. Alla corte di Versailles quel viso piacque e Joseph Ducreux, l'autore del quadro, fu nominato barone e pittore ufficiale della futura regina.
Che la gente non distinguesse le due sorelle è in fondo abbastanza normale: bisogna passare molto tempo insieme ai gemelli per imparare quei particolari, invisibili ai più, che fanno la differenza. Il verbo non è scelto a caso: frequentando i gemelli, davvero si impara a guardare. Le storie di raddoppiamenti riservano però alcuni risvolti che vanno ben al di là di un mero gioco delle differenze. L'aspetto più fantastico di tutta la vicenda è, infatti, che neppure mia madre è in grado di riconoscere sé stessa nelle foto in cui lei e zia sono bambine. Lei no. Ma io sì.
Ogni volta che capita una vecchia foto, mia madre chiama me: «Qual è zia?» E ogni volta io osservo e dico: «Questa sei tu. E quella a destra è zia». Non so come faccio, non saprei razionalizzarlo, c'è qualcosa di impercettibile nella curva del naso. Qualcosa che mi sembra di vedere e poi subito sfugge. Comunque, quale che sia la ragione, sono sempre in grado di riconoscere mia madre nelle immagini di lei bambina. La conferma è data dal retro delle fotografie dove mia nonna, fin da quando le figlie erano piccole, nel timore di confonderle, ha scritto i due nomi, segnando chi era quella di destra e chi quella di sinistra.










