MODI E DIMENSIONI DEL GENOCIDIO
Quando Colombo giunse in America nel 1492, il cacicco Guacanagarí lo accolse con cortesia. Tuttavia, ripartendo per la Spagna il navigatore lasciò sul posto alcuni dei poco raccomandabili marginali che aveva assoldato per la sua avventura, i quali, credendo che gli indios fossero animali senza regole sessuali né familiari, violentarono le donne. Com'era prevedibile, gli indios reagirono incendiando i forti e uccidendo i facinorosi. Un anno più tardi, il Grand'Ammiraglio si scontrò al suo ritorno con la resistenza degli indigeni e finì per spedire migliaia in Spagna in catene - anche se la regina non li considerò degli schiavi - dimostrando invece tolleranza nei confronti delle violenze dei suoi. Ad ogni modo, se al momento dell'arrivo di Colombo vivevano un milione di indigeni nei Caraibi, trent'anni dopo ne erano rimasti solo mille.
Nel 1550, Pedro de Valdivia si vantava con il re di aver commesso la prodezza di far tagliare mani e piedi a duecento indios per dar loro una lezione. Quando tre anni dopo gli indios lo fecero prigioniero, chiaramente lo impalarono e lo squartarono, motivo apparentemente sufficiente per omaggiarlo ancora oggi con monumenti e con il nome di una città.
È impossibile stabilire con esattezza il numero di morti causati dagli europei in America, anche se si stima siano stati tra i cinquanta e i sessanta milioni. Non manca chi minimizza il macabro computo riducendolo a nove milioni, ma stime ragionevoli indicano che alla vigilia dell'arrivo di Cortés nel solo Messico vivevano circa venti milioni di persone, mentre un secolo dopo ne rimaneva un milione. Si calcola che la popolazione originaria dell'Honduras fosse di circa ottocentomila persone, ridotte a quindicimila nel 1539.
Gli iberici non furono coloni nel senso stretto del termine, poiché non vennero a coltivare la terra, ma a sfruttarla e a cercare l'oro - ossia non si distinguevano molto dal ladro e dall'assassino a mano armata di qualsiasi altra parte del mondo -, ma anche gli inglesi e i francesi, che andarono al Nord, non furono meno crudeli nei confronti degli autoctoni. Secondo i calcoli degli antropologi, la popolazione nativa del Nordamerica si aggirava intorno ai dieci-dodici milioni di persone, diventate seicentomila nel 1800 e quattrocentomila un secolo dopo. Siccome gli indigeni nordamericani non erano buoni schiavi, nel 1676 alcuni di loro furono inviati ai Caraibi, mentre gli altri furono continuamente spossessati delle loro terre e allontanati con la forza o l'inganno; un secolo più tardi, il presidente Thomas Jefferson - tanto citato dai costituzionalisti - proponeva di sterminarli.
D'altra parte, è importante chiarire che non furono solo le condizioni di sfruttamento a comportare la drammatica diminuzione della popolazione originaria, ma anche alterazioni ambientali come la diffusione dei cavalli, dei bovini e delle capre che, riproducendosi allo stato brado, distrussero coltivazioni provocando carestie. Tuttavia, il maggior numero di morti fu indubbiamente causato dalle malattie portate dagli europei, i quali, stando a contatto con animali domestici che non esistevano nella nostra regione, erano provvisti di anticorpi contro le epizoozie che diffusero nel continente americano.
E tuttavia, esiste un altro fattore genocida che si suole ignorare: i suicidi. La spietata distruzione del mondo simbolico precoloniale degli indigeni, la negazione dei loro valori e la persecuzione delle loro religioni provocarono vere e proprie catastrofi psichiche, come psicosi e depressioni. Basti pensare che le mummie dei loro antenati furono distrutte, mentre menti accecate dal fanatismo - come quella di un tal Diego de Avendaño, che vomitava sermoni terrificanti - assicuravano agli indigeni che i morti da loro venerati, in quanto pagani, stavano ormai bruciando per l'eternità in un medievale inferno dantesco.








