L'anziana è la più inquietante. Nuda, curva su se stessa, si copre il volto con una mano. È sola. Non c'è oro né bellezza a salvarla. Ha piedi solidi, voluminosi, proiettati in avanti con una prospettiva perfetta, quasi brutale. Klimt qui non ci consola, ci costringe a guardare l'invecchiamento, la vergogna. Ma perché nasconde il volto? È davvero solo una reazione alla consapevolezza della vecchiaia o c'è qualcosa di più?
Al centro, la madre: giovane, eterea. A differenza dell'anziana, qui Klimt riduce il corpo quasi a due dimensioni. Non ne vediamo i piedi, e le gambe sono avvolte da un velo azzurro. È un fantasma di bellezza più che una donna reale. La pelle è diafana, i contorni levigati, lo sguardo chiuso nel sonno. Dorme, e con lei dorme la sua bambina. Ma è davvero un sonno? O un'estasi?
Qui Klimt spariglia le carte: tra le ciocche brillano cellule, spore, fiori. È un prato? È un grembo? O è l'interiorità della donna trasformata in paesaggio? Alcuni di quei dettagli sembrano elementi microscopici: forse sono un richiamo alla fecondazione, al mistero della vita che prende forma. La madre, in fondo, non è solo colei che dà la vita, ma anche colei che la riceve, che la incuba. Klimt non la mostra mentre partorisce, ma mentre custodisce. Dorme, ma crea.
Infine, la bambina. Piccola, rannicchiata tra le braccia della madre. Le due figure si toccano con una delicatezza che commuove.
COM'È ARRIVATO A ROMA QUESTO QUADRO?
Nel 1910 la Biennale di Venezia dedica a Klimt una grande mostra personale con ben ventidue dipinti, tra i quali Le tre età. Nell'aprile dell'anno successivo è la volta di Roma, dove all'Esposizione internazionale di Belle Arti Klimt riceve il premio di 10.000 lire; la Galleria Nazionale d'Arte Moderna acquisterà Le tre età per 15.000 lire, malgrado non sia stato esposto.








