Gli usurai - Quentin Massys (bottega)

Gli usurai - Quentin Massys (bottega)

In un ufficio da cambiavalute, due uomini dall'aspetto grottesco sembrano intenti a trascrivere delle cifre su un registro: sul tavolo davanti a loro vi sono monete d'oro e d'argento e monili preziosi, verosimilmente dati in pegno

più indietro, sopra una mensola di legno, si collocano alla rinfusa oggetti dal significato allegorico: chiare allusioni alla vanità del denaro quali una candela consumata, delle cambiali di credito che tracimano da una borsa, delle forbici acuminate appese a un gancio.

Le due figure appaiono vestite elegantemente, a riprova della distinzione sociale raggiunta attraverso una lucrativa professione. Tuttavia indossano sontuosi copricapi quattrocenteschi che, in un dipinto realizzato alla metà del XVI secolo, dovevano trasporre i loro profili su un piano evanescente e simbolico, fuori dal tempo e dalla storia in quanto raffigurazioni allegoriche dell'eterno peccato capitale dell'avarizia. A questo riguardo il contabile, impegnato nella redazione di un registro di conti, in realtà sta scrivendo un motto edificante in francese ("L'avaro non è mai sazio di denaro. […] Non ambite troppo a ricchezze ingiuste, perché esse non vi daranno alcun vantaggio il giorno della Venuta [di Cristo] e del Giudizio. Siate dunque senza avarizia").

Gli usurai - Quentin Massys (bottega), 1540 circa Gli usurai - Quentin Massys (bottega), 1540 circa

Questa composizione è nota in quanto replicata in molti dipinti; tale soggetto venne interpretato da Quentin Massys nel famoso dipinto con Il cambiavalute e sua moglie oggi al Musée du Louvre. In luogo della gentildonna, nel dipinto compare la seconda figura maschile, dal naso adunco e dai lineamenti pronunciati: si tratta di un evidente mutamento nell'interpretazione del tema da parte del pittore. Se nella tavola del Louvre la coppia di banchieri è descritta come una laboriosa famiglia borghese, ispirata da quell'etica protestante che la storiografia moderna avrebbe associato alla nascita del capitalismo finanziario, qui l'intento è invece chiaramente caricaturale: non si vuole sottolineare la diligenza certosina dei cambiavalute, ma piuttosto condannarne l'avidità. Il dipinto si lega dunque alla tradizione delle allegorie morali della pittura fiamminga e olandese.

Nell'Inferno Dante colloca gli usurai nel terzo girone del settimo cerchio, fra i violenti verso Dio. Questi sono costretti a sedere sul sabbione ardente sotto una pioggia di fuoco che li brucia in basso. Le stesse mani che rimasero inerti in vita sfruttando l'altrui lavoro ora si muovono senza sosta, invano, per cercare di dare sollievo alla pena. Guardando il dipinto di Massys, non stupisce il rilievo che viene dato ai gesti condotti dagli usurai con le mani: il primo a sinistra sta scrivendo il motto, mentre con l'altra mano conta le monete; il secondo indica il testo scritto all'osservatore e allo stesso tempo tiene serrata una borsa. La vita sta precipitando addosso ai profittatori: ce lo spiegano gli oggetti in bilico sulla mensola; solo ora si accorgono che il loro impegno smodato è stato vano, avendo passato la loro esistenza troppo impegnati a pesare in rassegna i tesori per rendersene minimamente conto.

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