Bisognò che il cardinale Ugo in persona gli ordinasse di curarsi, dicendogli che faceva male a rifiutare le cure, e che la sua salute era importante non solo per lui ma per tutti. Gli ricordò anche che nei confronti degli altri frati, quando si ammalavano, lui era indulgente e compassionevole, e dunque doveva esserlo anche con se stesso. Ma non sembra che sia servito a molto.
Arrivò finalmente la stagione adatta per cominciare la cura, e Francesco lasciò il suo ritiro, benché gli occhi gli facessero ancora molto male, con un gran cappuccio per coprirsi la testa, che i frati gli avevano fabbricato, e con un panno di lana e lino cucito al cappuccio davanti agli occhi, perché non poteva sopportare la luce; e lo condussero a cavallo fino all'eremo di Fonte Colombo vicino a Rieti, per consultare un medico che sapeva curare le malattie degli occhi. Il medico disse a san Francesco che bisognava cauterizzargli la faccia dalla mascella fino al sopracciglio, dalla parte dell'occhio che stava peggio.
Arrivò il medico con il ferro per la cauterizzazione (il testo dice "la cottura"), e lo mise a scaldare nel fuoco. La cottura fu lunga.
Fallite le cure dell'oculista di Rieti, provò a Siena, sempre senza successo. Mentre era lì gli altri suoi mali si aggravarono. Vomitava, per il mal di stomaco; e una sera vomitò sangue, e continuò a rigettarlo fino al mattino.
Alla fine andò a morire ad Assisi: anche perché i suoi concittadini, come già sappiamo, avevano una gran paura che morisse altrove, e che il suo corpo gli sfuggisse. Così giacque nel palazzo del vescovo; e i cittadini, temendo che morisse nottetempo all'insaputa di tutti e che i frati portassero il suo corpo da qualche altra parte, posero delle sentinelle la notte tutt'intorno al palazzo.
Quando seppe di essere davvero alla fine, si fece portare in barella dal palazzo del vescovo fino alla Porziuncola. Mentre passava per la strada presso l'ospedale, chiese che mettessero la barella in terra, in modo da avere la faccia rivolta verso la città: ormai non ci vedeva quasi più. E tirandosi un po' su benedisse la città di Assisi, ringraziando Dio per averla trasformata da rifugio di malvagi in un luogo di gente timorata e di buona vita, e chiedendo a Cristo di consentire che rimanesse così anche in futuro.
In quell'ultima settimana di vita di Francesco, anche santa Chiara, badessa delle povere sorelle di San Damiano, era malata, e si agitava molto temendo di morire prima di Francesco e non riuscire più a rivederlo; e glielo fece sapere per mezzo di un frate. Francesco, che la amava molto, soprattutto perché si era convertita grazie a lui pochi anni dopo che aveva cominciato ad avere dei frati, si commosse, e giacché vedersi era impossibile le mandò per iscritto la sua benedizione e la perdonò per qualsiasi eventuale occasione in cui Chiara avesse contrastato i suoi ordini e quelli di Dio (che in verità è una benedizione abbastanza insolita).
Francesco morì di lì a poco, e al mattino tutti gli abitanti di Assisi, uomini e donne, e tutto il clero, cantando inni e laudi e ciascuno con un ramo in mano, portarono il suo corpo a San Damiano, affinché fosse compiuta la sua profezia; e tolta la grata di ferro dalla finestra per cui comunicano le serve di Cristo, i frati sollevarono il santo corpo dal letto e lo tennero in braccio davanti alla finestra per un bel pezzo, finché donna Chiara e le sue sorelle non furono pienamente consolate, per quanto fossero addolorate e in lacrime.
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