Si trattava di dodici membri di una stessa famiglia: tre donne e due bambini avevano una normale statura, ma gli altri erano affetti da nanismo. Per uno specialista in genetica che studiava le relazioni di parentela, gli Ovitz erano una vera e propria occasione. Mengele esclamò: «Ho lavoro per i prossimi vent'anni!» Li risparmiò tutti dalla camera a gas e si assicurò che non venissero calpestati dalla folla di prigionieri.
Nel campo familiare di Theresienstadt, a Birkenau, fece in modo che fossero sistemati nella stanza riservata al Block Älter, il prigioniero responsabile della disciplina nel blocco. Alla famiglia Ovitz furono forniti coperte, lenzuola e persino cuscini. Poterono conservare i propri vestiti e non furono costretti a tagliarsi i capelli. Mengele procurò loro una bacinella per lavarsi e un vaso da notte, sottratto a qualche bambino mandato alla camera a gas, affinché non dovessero usare la ripugnante latrina comune. Non voleva che le sue preziose cavie entrassero in contatto con altri prigionieri per evitare che contraessero qualche malattia.
Ogni giorno, le sette persone affette da nanismo si frizionavano, si preparavano, si pettinavano i capelli per ore, prima di essere condotte da Mengele nel laboratorio del campo zingaro. A intervalli di pochi giorni, i medici prigionieri prelevavano loro enormi quantità di sangue con grosse siringhe. La notte prima, i prigionieri non potevano mangiare e spesso svenivano tanto erano deboli. Nulla di tutto ciò frenava l'entusiasmo di Mengele per la sua ricerca38. Ciò che non sospettava era che lo stavano ingannando. I sette erano davvero fratelli, ma al loro arrivo a Auschwitz alla famiglia Ovitz si erano aggiunte altre persone, che loro avevano spacciato per parenti nonostante non avessero alcun legame di sangue. Mengele ci aveva creduto e l'aveva incuriosito ancora di più all'idea di capire come mai, tra le ventidue persone del gruppo, alcune avessero un'altezza normale e altre invece fossero affette da nanismo.








