Giovanni Verga e il Verismo: riassunto

Giovanni Verga e il Verismo: riassunto

Nel 1872 lo scrittore si trasferì a Milano, dove visse per circa 20 anni

L’ambiente culturale milanese gli offrì molti stimoli: la città era in piena espansione economica e culturale ed era in quegli anni al centro dell’esperienza dell’a Scapigliaitura. Ed è qui che incontra e frequenta Luigi Capuana. Ma gli anni milanesi furono anche quelli delle nuove lettura che portarono Verga ad aderire alle istanze del Naturalismo e del Verismo. Nel 1847, infatti , pubblicò Nedda, una novella di ambientazione nel mondo rurale della Sicilia. Gli anni tra il 1880 e il 1893 furono i più fecondi per Verga che oramai approdato alla poetica verista, pubblicò le sue opere migliori: le novelle Vita dei campi, il romanzo I Malavoglia, Novelle rusticane e le redazioni i Mastro-don Gesualdo. Nelle intenzioni di Verga, I Malavoglia e Gesualdo avrebbero dovuto essere i primi due episodi di un più vasto progetto ovvero il ciclo dei vinti, attraverso il quale voleva esprimere la condizione universale dell’uomo.


L’interpretazione verghiana della poetica verista è testimoniata da due testi: la lettera a Salvatore Farina e i Malavoglia in cui è illustrata l’idea del ciclo dei vinti. Nella prima è evidente l’adesione ai due canoni fondamentali che il Verismo assunse dal Naturalismo francese: il metodo scientifico e l’impersonalità. Il racconto è definito “documento umano”: esso segue l’andamento del comportamento umano con “scrupolo scientifico”; materia dell’arte quindi è la “scienza del cuore umano”. Diretta conseguenza di questo metodo è l’impersonalità. L’introduzione ai Malavoglia vuole essere in realtà la premessa a tutto il “ciclo dei vinti”, che doveva comprendere 5 opere delle quali solo 2 portate a compimento. Il ciclo si regge sull’dea della “bramosia del meglio”, che spinge l’uomo a superare i confini sociali in cui è immesso originariamente.


Ciò che differenzia Verga dal modello naturalistico è il “fatalismo” che sostituisce il “determinismo” degli scrittori. La “bramosia del meglio” destina l’uomo a una irreparabile sconfitta, motivo per cui i vincitori di oggi si configurano come i vinti di domani. Questa concezione implica anche una diversa posizione dell’artista che rinuncia alla sua funzione guida e può solo essere il testimone della realtà.
La creazione di un linguaggio originale è in stretto rapporto con la “conversione” veristica di Verga. Verga tende in primo luogo a un linguaggio “mimetico” che sia capace di riprodurre il parlato dialettale delle plebi descritte. Inoltre dal canone dell’impersonalità deriva la ricerca di uno stile il cui effetto sia quello di nascondere l’intervento dell’autore.


Le novelle: la più significante produzione della fase veristica consiste in due raccolte di novelle: Vita dei campi e novelle rusticana. Le novelle di Vita dei campi sono contemporanee all’elaborazione dei Malavoglia. La materia popolare, ma soprattutto l’impersonalità con cui essa è trattata, come puro “documento” della vita dei ceti siciliani meno abbienti, sono i segni della completa adesione di Verga al Verismo. Verga sperimenta per la prima volta quel tipo di narrazione che sarà applicata anche nel romanzo che consiste nell’eclissare la voce dell’autore e nella regressione del narratore al livello socio-culturale dei protagonisti.

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