l'impegno e il rigore di quest'ultimo sono trasferiti dal suo giovane allievo sul piano della ricerca estetica, nella convinzione che l'arte abbia in sé stessa la sua moralità, la sua autonomia, la sua finalità. Quello che interessa a Lecomte du Nouy è solo l'arte, e la pittura come puro problema di forma, come assoluto dello stile. Le sue prime opere rivelano il recupero delle fonti all'origine della forma classicista e ancor più l'ispirazione all'assoluta sintesi lineare dei quadri di Ingres. Nei suoi dipinti il soggetto è tutto sommato indifferente e i personaggi subiscono un implacabile processo di oggettivazione: essi non sono che forme rese assolute per virtù dell'estremo raffinato dei mezzi pittorici.
I due sventurati amanti sono qui ritratti in primo piano sospesi nell'atmosfera infernale, quasi a sfidare la forza di gravità. Avvolti in un pesante panno macchiato del loro sangue peccaminoso, esse si abbracciano e si disperano. Paolo si copre il viso, Francesca cerca invano di svincolarsi dal suo eterno braccio, e china indietro il capo dalla cui bocca scaturisce un triste lamento. In lontananza, ridotti e semplici sagome avvolte nell'oscurità degli abissi, Dante e Virgilio osservano lo strazio della loro pena. La posizione di profilo di Francesca, il volto nascosto di Paolo, le palesi irregolarità anatomiche, tutti elementi che astraggono la figura dal contesto reale, eliminando ogni facile compiacimento edonistico o sensuale, individuano nel dipinto di Lecomte du Nouy una nuova accensione di bello









