Domanda di cibo, importazioni e agricoltura: un’analisi realistica del futuro della Cina

Domanda di cibo, importazioni e agricoltura: un’analisi realistica del futuro della Cina

la disponibilità di cibo per abitante in tempi recenti è stata al di sopra delle 3000 chilocalorie al giorno e la proiezione della variante mediana calcolata dall'Onu prevede un leggero declino demografico, da 1,439 miliardi di abitanti nel 2020 a 1,402 miliardi di abitanti nel 2050.

Lo scenario più minimalista prospetterebbe incrementi solamente marginali della produzione di cibo, finalizzati a migliorare gli apporti alimentari nelle aree rurali più povere. Secondo una varietà di proiezioni che prospettano una crescita moderata (principalmente in conseguenza di un maggiore consumo di carne e frutta) la domanda cinese di cereali e legumi di base raggiungerebbe il picco entro i prossimi 10-15 anni, mentre le previsioni di un proseguimento della significativa trasformazione delle abitudini alimentari del Paese (un maggiore consumo di carne, di organismi acquatici e di frutta) stimano per il 2050 una crescita anche di un terzo della domanda di cibo complessiva.

A fare la differenza saranno gli sviluppi futuri nel consumo di carne. La Cina è di gran lunga il maggiore consumatore al mondo di carne (responsabile per il 27 per cento del totale, una quota doppia rispetto a quella degli Stati Uniti), ma in rapporto al numero di abitanti il consumo è solamente la metà di quello statunitense.

I sondaggi mostrano che quasi lo stesso numero di abitanti negli Stati Uniti e in Cina (il 60 e il 57 per cento) si considera un consumatore tradizionale (consumatore regolare di carne), mentre i restanti si descrivono come consumatori responsabili, una categoria che va dai vegani a coloro che limitano volontariamente la loro assunzione di carne. È probabile che in futuro la quota di consumatori responsabili cresca, un fattore che insieme all'invecchiamento della popolazione (che quindi sarà più attenta alle conseguenze per la salute e tenderà a mangiare meno carne) potrebbe portare a una stabilizzazione e più avanti forse anche a un declino del consumo medio di prodotti animali.

Bisogna considerare anche le condizioni ambientali del Paese. La Cina ha essenzialmente esaurito le possibilità di espansione della superficie di terre coltivabili e non può permettersi di continuare il rapido e intenso processo di conversione, verificatosi a partire dagli anni Novanta, della superficie agricola in aree metropolitane o destinate a ospitare impianti industriali.

Le riserve idriche nelle province del nord del Paese sono da sempre precarie, e il bilancio idrico nazionale potrebbe divenire più instabile a causa del cambiamento climatico; e circa un quinto di tutti i terreni coltivati ha subito l'accumulo di metalli pesanti.

Questi fattori, insieme alla trasformazione delle abitudini alimentari, potrebbero portare a un incremento significativo delle importazioni di cereali e legumi, con un drastico calo del rapporto di autosufficienza alimentare, che nel 2016 corrispondeva a una quota, ancora molto elevata, del 95 per cento.

Un'analisi dettagliata del potenziale di produzione di riso in Cina (realizzata prendendo in considerazione i dati sulle rese delle singole province) ha concluso che probabilmente il Paese conserverà l'autosufficienza per quanto riguarda questo alimento base, anche se non può fare altro che promuovere il mantenimento delle rese e delle tendenze di consumo attuali e a patto che non riduca ulteriormente la superficie di terra destinata alla crescita della coltura.

Da sottolineare anche che il maggior ritorno sull'investimento iniziale deriverebbe da un incremento generale delle rese del riso coltivato seguendo il sistema della doppia coltura, e colmando gli scarti di resa relativamente ampi delle tre province in cui si pratica quella singola.

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