Ancora ai tempi di Marco Polo, quando un capo tartaro veniva condotto alla tomba, i cerimonieri usavano uccidere tutte le persone che si imbattevano nel corteo funebre, dicendo: «Andate a servire il vostro signore all'altro mondo».
Octai, re dei Mongoli, succeduto al grande conquistatore Gengis Khan, volendo festeggiare solennemente l'assunzione al trono, imbandì un gran banchetto in onore del predecessore e, scelte quaranta fra le più belle fanciulle, «le mandò a servire il defunto nell'altro mondo».
La pratica di sacrifici umani tra gli antichi Giapponesi è attestata dal costume, tuttora sopravvivente, del suicidio mediante apertura del ventre (karakiri) in determinate contingenze, come quando muore il Mikado: suicidio che ha carattere d'auto-sacrificio. Ed anche in occasione della morte del penultimo imperatore, un ammiraglio, resosi famoso nella guerra contro la Russia, sacrificò se stesso nel detto modo durante le cerimonie funebri, dimostrando che al progresso della coltura e del tecnicismo non sempre si accompagna un corrispondente progresso etico.









