Critica alla politica di Giolitti

Critica alla politica di Giolitti

Cultura

La politica di Giolitti viene diversamente interpretata nel corso della storia

infatti il giudizio di questa ha subito numerosi cambiamenti con il passare del tempo.
Critica dei primi anni del 1900. Agli inizi del 1900 molti storici criticavano la politica giolittiana, considerata “clientelare” e spesso al limite della legalità. Lo storico più importante di questo periodo è Gaetano Salvemini, famoso socialista antifascista. Egli nel 1910 biasima i metodi utilizzati nel sud Italia dal presidente del consiglio per appoggiare i propri candidati. Come possiamo notare in un estratto del suo scritto “Il ministro della malavita” Salvemini attacca il punto più debole della politica di Giolitti che cercava di trovare un compromesso con i ceti parassitari del Sud, spesso mafiosi.
“L'onorevole Giolitti approfitta delle miserevoli condizioni del Mezzogiorno per legare a sé la massa dei deputati meridionali; dà a costoro carta bianca nelle amministrazioni locali; mette nelle elezioni a loro servizio la malavita e la questura; assicura ad essi ed ai loro clienti la più incondizionata impunità”.
Adesso noi possiamo giustificare il comportamento di Giolitti, poiché sappiamo che per mantenere il potere aveva bisogno anche degli appoggi del meridione e l’unico modo per ottenerli era attraverso i favoritismi.

Involontariamente Giolitti compie anche delle scelte che si addicono al movimento nazionalista; nel 1911 dichiarò guerra alla Turchia e procedette allo sbarco di truppe nel porto di Tripoli. A fronte dell'incompetenza che aveva caratterizzato la prima guerra d'Africa, quella contro la Libia fu maggiormente preparata ed organizzata. Efficace era stata la propaganda nazionalistica di intellettuali come Gabriele d'Annunzio. Benedetto Croce (storiografo liberale) nel 1928 mette in rilievo nella “Storia d’Italia dal 1871 al 1915” la maggiore efficienza delle operazioni militari in Libia, cosa che, come possiamo osservare da questo estratto, era simbolo di compattezza nazionale.
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“La guerra libica giovò al popolo italiano non solo pei successi militari e diplomatici ma anche perché gli dette modo di saggiare la capacità della sua amministrazione e la preparazione del suo esercito e trarne argomento di soddisfazione; perché, in secondo luogo, gli fece toccare con mano quale fosse la situazione internazionale; e, soprattutto, perché poté in quella prova attestare a se stesso la compattezza della sua coscienza nazionale che era stata incerta e scissa al tempo della guerra abissina”. 
La storiografia cattolica rimprovera a Giolitti di aver cercato di corrompere e svilire il movimento cattolico attraverso la pratica del trasformismo, favorendo la parte moderata in funzione antisocialista. In altri termini, Giolitti avrebbe "usato" il movimento cattolico senza rispettarne l'autonomia.
Lo storico Gabriele De Rosa nello scritto “La crisi dello stato liberale in Italia” vede Giolitti come un approfittatore del movimento cattolico, ecco un estratto.