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Cicerone, Tuscolanae Disputationes: Libro 04; 41-50

Cicerone, Tuscolanae Disputationes: Libro 04; 41-50

Latino: dall'autore Cicerone, opera Tuscolanae Disputationes parte Libro 04; 41-50

[XVIII] [41] Qui modum igitur vitio quaerit, similiter facit, ut si posse putet eum qui se e Leucata praecipitaverit sustinere se, cum velit [XVIII] [41] Chi dunque cerca moderazione per il vizio fa come se credesse che possa fermarsi quando vuole uno che si sia gettato da Leucade
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Ut enim id non potest, sic animus perturbatus et incitatus nec cohibere se potest nec, quo loco vult, insistere Infatti cone non può far questo, così un animo turbato ed agitato non può né proteggersi né rimanere fermo nel posto che vuole
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Omninoque, quae crescentia perniciosa sunt, eadem sunt vitiosa nascentia; [42] aegritudo autem ceteraeque perturbationes amplificatae certe pestiferae sunt; igitur etiam susceptae continuo in magna pestis parte versantur Comunque le stesse cose che sono dannose quando crescono, sono viziose quando nascono; [42] la tristezza e gli altri turbamenti, se ingranditi, sono certamente nocivi; dunque anche appena iniziate si trovano certo in gran parte del guaio
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Etenim ipsae se impellunt, ubi semel a ratione discessum est, ipsaque sibi imbecillitas indulget in altumque provehitur imprudens nec reperit locum consistendi Infatti queste si spingono da sole, non appena ci si è scostati dalla razionalità, e la debolezza in sé perdone queste cose e senza accorgersene avanza in alto mare e non trova modo di fermarsi
Quam ob rem nihil interest, utrum moderatas perturbationes adprobent an moderatam iniustitiam, moderatam ignaviam, moderatam intemperantiam; qui enim vitiis modum apponit, is partem suscipit vitiorum quod cum ipsum per se odiosum est, tum eo molestius, quia sunt in lubrico incitataque semel proclivi labuntur sustinerique nullo modo possunt Perciò non cè alcuna differenza se approvano moderati turbamenti o una moderata ingiustizia, una moderata ignavia, una moderata incontinenza; infatti chi pone una misura ai vizi prende il partito dei vizi, cosa che tanto è odiosa di per se stessa, tanto ancora più molesta, perché sono in bilico e le cose stimolate scivolano sempre in un dirupo e non possono in nessun modo essere trattenute
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[XIX] [43] Quid, quod idem Peripatetici perturbationes istas, quas nos extirpandas putamus, non modo naturalis esse dicunt, sed etiam utiliter a natura datas E che cosa dovrei dire del fatto che questi stessi peripatetici dicono che questi turbamenti che noi riteniamo debbano essere estirpati, non solo siano naturali, ma anche che ci siano stati dati utilmente dalla natura
Quorum est talis oratio: primum multis verbis iracundiam laudant, cotem fortitudinis esse dicunt, multoque et in hostem et in improbum civem vehementioris iratorum impetus esse, levis autem ratiunculas eorum, qui ita cogitarent: 'proelium rectum est hoc fieri, convenit dimicare pro legibus, pro libertate, pro patria;' haec nullam habent vim, nisi ira excanduit fortitudo E il loro discorso è di questo tipo: innanzitutto, lodano con molte parole la collera, dicono che è cote del coraggio, e che gli attacchi di quelli arrabbiati contro il nemico e un cittadino cattivo sono più veementi e invece sono tenui i motivi di chi pensi così: è giusto che ci sia questa battaglia, conviene lottare per le leggi, per la libertà, per la patria; queste cose non hanno alcuna forza se la forza non irrompe dallira
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Nec vero de bellatoribus solum disputant: imperia severiora nulla esse putant sine aliqua acerbitate iracundiae; oratorem denique non modo accusantem, sed ne defendentem quidem probant sine aculeis iracundiae, quae etiamsi non adsit, tamen verbis atque motu simulandam arbitrantur, ut auditoris iram oratoris incendat actio E certo non parlano solo di cose belliche: ritengono che nessun comando è abbastanza severo senza un qualche tocco di ira; riprovano loratore che non solo accusa, ma che anche difende senza le spine delliracondia, che, anche se non cè, tuttavia credono che debba essere simulata nelle parole e nei movimenti, affinché lazione delloratore incendi la rabbia dellascoltatore
Virum denique videri negant qui irasci nesciet, eamque, quam lenitatem nos dicimus, vitioso lentitudinis nomine appellant Dicono poi che chi non sa arrabbiarsi non è un uomo e chiamano con il nome offensivo di tardezza quello che noi chiamiamo mitezza
[44] Nec vero solum hanc libidinem laudant - est enim ira, ut modo definivi, ulciscendi libido -, sed ipsum illud genus vel libidinis vel cupiditatis ad summam utilitatem esse dicunt a natura datum; nihil enim quemquam nisi quod lubeat praeclare facere posse [44] E certo non lodano solo questa passione (infatti lira è, come lho appena definita, la passione della vendetta) ma dicono che tutto questo tipo di passione o desiderio ci è stato dato dalla natura per la massima utilità; e che nessuno possa fare niente se non perché provi una passione
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