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Cicerone, Tuscolanae Disputationes: Libro 02; 42-91

Cicerone, Tuscolanae Disputationes: Libro 02; 42-91

Latino: dall'autore Cicerone, opera Tuscolanae Disputationes parte Libro 02; 42-91

[42] Atque, ut in eodem simili verser, ut ager quamvis fertilis sine cultura fructuosus esse non potest, sic sine doctrina animus; ita est utraque res sine altera debilis

[43] Cultura autem animi philosophia est; haec extrahit vitia radicitus et praeparat animos ad satus accipiendos eaque mandat ii et, ut ita dicam, serit, quae adulta fructus uberrimus ferant

[44] Dic, si vis, de quo disputari velis

[45] Dolorem existimo maxumum malorum omnium

[46] Etiamne maius quam dedecus

[47] Non audeo id dicere equidem, et me pudet tam cito de sententia esse deiectum

[48] Magis esset pudendum, si in sententia permaneres

[49] Quid enim minus est dignum, quam tibi peius quicquam videri dedecore, flagitio, turpitudine

Quae ut effugias, quis est non modo recusandus, sed non ultro adpetendus, subeundus, excipiendus dolor
[42] E, per continuare nello stesso paragone, come un campo per quanto fertile, non può essere fruttuoso senza coltivazione, così lanima senza insegnamento; così entrambe le cose sono deboli luna senza laltra

[43] Ma la coltivazione dellanima è la filosofia; essa estirpa i vizi fin dalle radici e prepara le anime ad accogliere le sementi e le affida loro, per così dire, semina semi tali che, una volta sviluppati, danno frutti rigogliosissimi

[44] Dimmi, se vuoi, di che cosa desideri che si discuta

[45] Considero il dolore il più grande di tutti i mali

[46] Più grande anche del disonore

[47] Non oso certo dire questo, e mi vergogno di essere stato scalzato così presto dalla mia opinione

[48] Dovresti vergognarti di più se insistessi con questo parere

[49] Infatti che cosa è più indegno del fatto che ti sembra che ci sia qualcosa di peggiore del disonore, della vergogna, dellinfamia

Per evitare questi mali, qual è il dolore non solo da rifiutare, ma da non ricercare, subire, affrontare
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[50] Ita prorsus existimo

[51] Quare ne sit sane summum malum dolor, malum certe est

[52] Videsne igitur, quantum breviter admonitus de doloris terrore deieceris

[53] Video plane, sed plus desidero

[54] Experiar equidem; sed magna res est animoque mihi opus est non repugnante

[55] Habebis id quidem

[56] Ut enim heri feci, sic nunc rationem, quo ea me cumque ducet, sequar

[57] Primum igitur de imbecillitate multorum et de variis disciplinis philosophorum loquar

[58] Quorum princeps et auctoritate et antiquitate, Socraticus Aristippus, non dubitavit summum malum dolorem dicere

[59] Deinde ad hanc enervatam muliebremque sententiam satis docilem se Epicurus praebuit

[60] Hunc post Rhodius Hieronymus dolore vacare summum bonum dixit; tantum in dolore duxit mali
[50] Anche io la penso così

[51] Perciò se il dolore non fosse il sommo male, è certamente un male

[52] Dunque, vedi come una semplice ammonizione abbia influito sul terrore del dolore

[53] Lo vedo bene, ma chiedo di più

[54] Certamente cercherò di accontentarti; ma è una grande impresa e ho bisogno di un animo che non mi respinga

[55] Certamente avrai ciò

[56] Infatti come ho fatto ieri, così ora seguirò il ragionamento, dovunque mi condurrà

[57] Dunque per prima cosa parlerò della debolezza di molti filosofi e di varie scuole

[58] Tra questi il primo per autorità e antichità, il socratico Aristippo, non esitò a definire sommo male il dolore

[59] In seguito, a questa opinione priva di energia ed effeminata si adattò abbastanza docilmente Epicuro

[60] Dopo di lui Ieronimo di Rodi disse che il sommo bene consiste nellassenza del dolore; tanto fu il male che lo condusse al dolore
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[61] Ceteri praeter Zenonem, Aristonem, Pyrrhonem idem fere, quod modo tu, malum illud quidem, sed alia peiora

[62] Ergo, id quod natura ipsa et quaedam generosa virtus statim respuit, ne scilicet dolorem summum malum diceres oppositoque dedecore sententia depellerer, in eo magistra vitae philosophia tot saecula pemanet

[63] Quod huic officium, quae laus, quod decus erit tanti, quod adispici cum dolore corporis velit, qui dolorem summum malum sibi esse persuaserit

Quam porro quis ignominiam, quam turpitudinem non pertulerit, ut effugiat dolorem, si id summum malum esse decreverit

Quis autem non miser non modo tunc, cum premetur summis doloribus, si in his est summum malum, sed etiam cum sciet id sibi posse evenire

Et quis est, cui non possit

Ita fit ut omnino nemo esse possit beatus
[61] Gli altri tranne Zenone, Aristone, Pirrone, sostengono più o meno la tua opinione di poco fa, cioè che il dolore è certamente un male, ma ce ne sono altri peggiori

[62] Dunque, ciò che la natura stessa e una certa nobile fermezza immediatamente respinge, affinché naturalmente tu non definisca il dolore sommo male e non ti allontani da quellopinione una volta messo di fronte al disonore, su questo la filosofia, maestra della vita, si sofferma da tanti secoli

[63] Per chi si sarà convinto che il dolore è il sommo male, quale dovere, quale gloria, quale onore avrà unimportanza tale che egli lo voglia a prezzo del dolore del corpo

Inoltre quale ignominia, quale turpitudine uno non sopporterà, per evitare il dolore, se avrà stabilito che esso è il sommo male

Chi poi non sarà infelice, non solo nel momento in cui sarà colpito da forti dolori, se in essi cè il sommo male, ma anche quando saprà che ciò gli può accadere

E chi cè, a cui non possa accadere

Così ne deriva che generalmente nessuno può essere felice
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[64] Metrodorus quidem perfecte eum beatum putat, cui corpus bene constitutum sit et exploratum ita semper fore

[65] Quis autem est iste, cui id exploratum possit esse

[66] Epicurus vero ea dicit, ut mihi quidem risus captare videatur

[67] Adfirmat enim quodam loco, si uratur sapiens, si crucietur exspectas fortasse dum dicat: patietur, perferet, non succumbet; magna mehercule laus et eo ipso, per quem iuravi, Hercule, digna

- sed Epicuro, homini aspero et duro, non est hoc satis; in Phalaridis tauro si erit, dicet: Quam suave est, quam hoc non curo

Suave etiam

An parum est, si non amarum

At id quidem illi ipsi, qui dolorem malum esse negant, non solent dicere cuiquam suave esse cruciari; asperum, difficile, odiosum, contra naturam dicunt, nec tamen malum
[64] Metrodoro certamente considera completamente felice, colui che ha una buona costituzione fisica ed è certo che sarà sempre felice

[65] Ma chi è colui che può essere certo di tale cosa

[66] Epicuro poi dice cose che a me sembrano certamente suscitare il riso

[67] Infatti in un punto afferma che se il sapiente fosse bruciato, se fosse torturato ti aspetti forse che dica: patirà, sopporterà, non soccomberà; sarebbe, per Ercole, una gloria grande e degna di quellErcole su cui ho giurato

- ma a Epicuro, un uomo aspro e duro, questo non è sufficiente; se si troverà nel toro di Falaride, dirà Quanto è piacevole, quanto non mi preoccupo di ciò

Addirittura piacevole

E forse poco se è non amaro

E certamente quelli stessi che negano che il dolore sia un male, non sono soliti dire che per qualcuno è piacevole essere torturati; dicono che è unesperienza crudele, difficile, odiosa, contraria alla natura, tuttavia non è un male
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[68] Hic qui solum hoc malum dicit et malorum omnium extremum, sapientem censet id suave dicturum

[69] Ego a te non postulo, ut dolorem eisdem verbis adficias quibus Epicurus voluptatem, homo, ut scis, voluptarius

[70] Ille dixerit sane idem in Phalaridis tauro, quod si esset in lectulo; ego tantam vim non tribuo sapientiae contra dolorem

[71] Sit fortis in preferendo, officio satis est; ut laetetur etiam, non postulo

[72] Tristis enim res est sine dubio, aspera, amara, inimica naturae, ad patiendum tolerandumque difficilis

[73] Aspice Philoctetam, cui concedendum est gementi; ipsum enim Herculem viderat in Oeta magnitudine dolorum eiulantem
[68] Costui che definisce ciò lunico male e lestremo di tutti i mali, ritiene che il sapiente lo dichiarerà piacevole

[69] Io non ti chiedo di definire il dolore con gli stessi termini con cui Epicuro descriveva il piacere, oh uomo, che come sai, ha un grande interesse per il piacere

[70] Egli nel toro di Falaride avrebbe detto esattamente le stesse parole, che avrebbe pronunciato se fosse stato sul divano; io non attribuisco alla sapienza tanta efficacia contro il dolore

[71] Sia forte nel sopportare, il suo dovere è portato a termine; non pretendo anche che provi gioia

[72] Infatti è senza dubbio unesperienza triste, aspra, amara, contraria alla natura, difficile da sopportare e da tollerare

[73] Guarda Filottete, che deve essere compatito se piange; infatti aveva visto Ercole che urlava sullEta per la violenza del dolore
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[74] Nihil igitur hunc virum sagittae quas ab Hercule acceperat tum consolabantur cum e viperino morsu venae viscerum veneno imbutae taetros cruciatus cient

[75] Itaque exclamat auxilium expetens, mori cupiens: heu

Qui salsis fluctibus mandet me ex sublimo vertice saxi

Iam iam absumor, conficit animam vis volneris, ulceris aestus

[76] Difficile dictu videtur eum non in malo esse, et magno quidem qui ita clamare cogatur

[77] Sed videamus Herculem ipsum qui tum dolore frangebatur, cum immortalitatem ipsa morte quaerebat

[78] Quas hic voces apud Sophoclem in Trachiniis edit

Cui cum Deianira sanguine Centauri tinctam tunicam induisset inhaessissetque ea visceribus, ait ille: O multa dictu gravia, perpessu aspera, quae corpore exanclata atque animo pertuli
[74] Dunque le frecce che furono ricevute da Ercole non consolarono affatto questuomo nel momento in cui imbevute di veleno dal morso della vipera le vene delle viscere provocarono terribili patimenti

[75] Perciò grida invocando aiuto, desiderando morire: ahi

Chi mi darà ai flutti del mare gettandomi dalla cima della rupe

Di ora in ora mi consumo, la violenza della ferita, il bruciore della piaga, distruggono la mia vita

[76] Sembra difficile dire che non si trovi in un male, e certamente grave chi è costretto a gridare così

[77] Ma osserviamo lo stesso Ercole che era spezzato dal dolore nel momento in cui con la stessa morte si conquistava limmortalità

[78] Quali parole egli pronuncia nelle Trachinie di Sofocle

Quando Deianira gli ha fatto indossare la tunica imbevuta del sangue del Centauro ed essa si è appiccicata alle carni, egli esclama: Oh molte vicende, gravi a dirsi, dure a patirsi, che subite nel corpo e nellanima, sopportai
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Nec mihi Iunionis terror implacabilis Nec tantum inuexit tristis Eurystheus mali, Quantum una vaecors Oenei partu edita

Haec me inretivit veste furiali inscium, quae latere inhaerens morsu lacerat viscera urgensque graviter pulmonum haurit spiritus; iam decolorem sanguinem omnem exorbuit

[79] Sic corpus clade horribili absumptum extabuit, ipse inligatus peste interimor textili

Hos non hostilis dextra, non Terra edita Moles Gigantum, non biformato impetu Centaurus ictus corpori inflixit meo, non graia vis, non barbara ulla immanitas, non saeva terris gens relegata ultimis, quas peragrans undique omnem ecferitatem expuli, sed feminae vir feminea interimor manu

[80] O nate

Vere hoc nomen usurpa patri, ne me occidentem matris superet caritas

Huc arripe ad me manibus abstractam piis; iam cernam, mene an illam potiorem putes
Né limplacabile minaccia di Giunone, né il duro Euristeo mi trascinarono in tanto male, quanto questa sola, folle, uscita dal seme di Eneo

Essa mi avviluppò, ignaro, in una veste di Furie, che aderendo al fianco, con i morsi strazia le viscere e incalzando gravemente succhia il respiro dai polmoni; inghiottì tutto il sangue ormai privo di colore

[79] Così il corpo distrutto dallorribile sventura si disfece; io stesso perisco legato dal tessuto impestato

Non una mano nemica, non la potenza dei Giganti nati dalla Terra, non lurto del biforme Centauro inflisse questi colpi al mio corpo, non la forza greca, non la ferocia barbara, non una gente crudele relegata agli estremi del mondo, che io ovunque giungendo, liberai da ogni barbarie, ma io, uomo, muoio per femmina mano di femmina

[80] Oh figlio

Dimostra questo nome vero al padre, lamore per la madre non prevalga su di me che sto morendo

Afferrala e trascinala qui da me con le tue mani pie; subito vedrò se ritieni migliore me o lei
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[81] Perge, aude, nate, inlacrima patris pestibus, miserere

Gentes nostras flebunt miserias

Heu

Virginalem me ore ploratum edere, quem vidit nemo ulli ingemescentem malo

Ecfeminata virtus adflicta occidit

Accede, nate, adsiste, miserandum aspice Evisceratum corpus laceratum patris

Videte, cuncti, tuque, caelestum sator, iace, obsecro, in me vim coruscam fulminis

Nunc, nunc dolorum anxiferi torquent vertices, nunc serpit ardor

[82] O pectora, o terga, o lacertorum tori

Vestrone pressu quondam Nemeaeus leo Frendens efflavit graviter extremum halitum

Haec dextra Lernam taetra mactata excetra pacavit

Haec bicorporem adflixit manum

Erymanthiam haec vastificam abiecit belvam

Haec e Tartarea tenebrica abstractam plaga tricipitem eduxit Hydra generatum canem
[81] Suvvia, figlio, coraggio, piangi sulla peste del padre, abbi pietà

Le genti piangeranno la nostra sventura

Ahimè

Lasciar uscire dalla bocca lamenti da fanciulla io, che nessuno vide mai gemere per alcun male

Effeminato, il valore abbattuto muore

Accostati, figlio, stammi vicino, osserva mostrando pietà il corpo sventrato, lacerato di tuo padre

Guardate, tutti riuniti, e tu, padre dei celesti, scaglia su di me, ti scongiuro, il lampo violento del fulmine

Ora, ora gli acuti spasmi del dolore mi torturano, ora un fuoco serpeggia

[82] O petto, spalle, muscoli vigorosi

Sotto la vostra stretta il leone di Nemea esalò un giorno, digrignando fortemente i denti, lultimo respiro

Questa destra placò, dopo aver ucciso il nero serpente, la palude di Lerna

Questa ha abbattuto la schiera dei centauri

Questa atterrì la belva che devastava lErimanto

Questa condusse fuori, dopo averlo strappato dalla tenebrosa distesa del Tartaro, il cane tricipite nato dallIdra
Haec interemit tortu multiplicabili Draconem auriferam optutu adservantem arborem

Multa alia victrix nostra lustravit manus, nec quisquam e nostris spolia cepit laudibus

[83] Possumusne nos contemnere dolorem, cum ipsum Herculem tam intoleranter dolere videamus

[84] Veniat Aeschylus, non poëta solum, sed etiam Pythagoreus; sic enim accepimus

[85] Quo modo fert apud eum Prometheus dolorem, quem excipit ob furtum Lemnium

[86] Unde ignis cluet mortalibus clam divisus; eum doctus Prometheus clepisse dolo peonasque Iovi fato expendisse supremo

[87] Has igitur poenas pendens adfixus ad Causacum dicit haec: Titanum suboles, socia nostri sanguinis, generata Caelo, aspicite religatum asperis vinctumque saxis, navem ut horrisono freto noctem paventes timidi adnectunt navitae
Questa uccise il drago dalle molteplici spire, che osserva in maniera fissa lalbero dai pomi doro

La nostra mano vittoriosa affrontò molte altre imprese, nessuno riportò mai un trofeo sulla mia fama

[83] Possiamo noi disprezzare il dolore, quando vediamo lo stesso Ercole soffrire in modo così incontrollato

[84] Giunge Eschilo, non solo un poeta, ma anche un Pitagorico; infatti così abbiamo saputo

[85] In che modo, nella sua tragedia, Prometeo sopporta il dolore, che lo colpisce per il furto di Lemno

[86] Da dove, si dice, che il fuoco fu distribuito di nascosto ai mortali; il sapiente Prometeo lo rubò con linganno e pagò la pena a Giove, per supremo volere del Fato

[87] Dunque pronuncia queste parole mentre sconta questa pena inchiodato al Caucaso: Prole dei Titani, fratelli del mio sangue, generati dal Cielo, guardatemi, legato in catene e incatenato alle aspre rocce, come una nave che nellonda fragorosa, i naviganti ormeggiarono, atterriti dalla notte paurosa
[88] Saturnius me sic infixit Iuppiter, Iovisque numen Mulciberi asciuit manus

Hos ille cuneos fabrica crudeli inserens Perrupit artus; qua miser sollertia Transuerberatus castrum hoc Furiarum incolo

[89] Iam tertio me quoque funesto die tristi advolatu aduncis lacerans unguibus Iovis satelles pastu dilaniat fero

[90] Tum iecore opimo farta et satiata adfatim clangorem fundit vastum et sublime avolans pinnata cauda nostrum adulat sanguinem

[91] Cum vero adesum inflatu renovatumst iecur, tum rursum taetros avida se ad pastus refert
[88] il Saturnio Giove così mi inchiodò, e il nume di Giove adoperò la mano di Mulcibero

Egli mi spezzò gli arti conficcando questi chiodi con arte crudele; io sventurato, trafitto da tale zelo, abito questa rocca delle Furie

[89] Ormai al funesto cadere del terzo giorno, straziandomi con gli artigli adunchi nellinfausto volo, la guardia di Giove mi dilania con fiero pasto

[90] Allora a sazietà di grasso fegato, piena e satolla, lancia un grido acuto e volando alta nel cielo deterge il mio sangue con le penne della coda

[91] Quando poi il fegato divorato gonfiandosi si rinnova, allora torna di nuovo avida verso il suo orribile pasto
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