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Cicerone, De Oratore: Libro 03; 11-15

Cicerone, De Oratore: Libro 03; 11-15

Latino: dall'autore Cicerone, opera De Oratore parte Libro 03; 11-15

[XI] [40] Atque, ut Latine loquamur, non solum videndum est, ut et verba efferamus ea, quae nemo iure reprehendat, et ea sic et casibus et temporibus et genere et numero conservemus, ut ne quid perturbatum ac discrepans aut praeposterum sit, sed etiam lingua et spiritus et vocis sonus est ipse moderandus [XI] [40]E per parlare in buon latino non si deve solo badare a usare quei termini che nessuno possa a giusta ragione rimproverargli, e a rispettare i casi, i tempi, il genere e il numero, in modo che non ci sia confusione, stonatura o disordine, ma anche regolare la pronunzia, il respiro e perfino il timbro della voce
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[41] Nolo exprimi litteras putidius, nolo obscurari neglegentius; nolo verba exiliter exanimata exire, nolo inflata et quasi anhelata gravius [41] Non mi piace chi parla con troppa affettazione, né chi si esprime confusamente con negligenza; non mi piace chi parla debolmente, quasi senza fiato; né chi urla con le gote gonfie e con un respiro affannoso
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Nam de voce nondum ea dico, quae sunt actionis, sed hoc, quod mihi cum sermone quasi coniunctum videtur: sunt enim certa vitia, quae nemo est quin effugere cupiat; mollis vox aut muliebris aut quasi extra modum absona atque absurda Circa la pronunzia, io non dico ancora ciò che è proprio del gesto, ma solo ciò che mi sembra, per dir così, legato col discorso: ci sono certi difetti, che tutti naturalmente desiderano evitare: ad esempio, una pronunzia delicata o femminea o fortemente stonata e sgradevole
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[42] Est autem vitium, quod non nulli de industria consectantur: rustica vox et agrestis quosdam delectat, quo magis antiquitatem, si ita sonet, eorum sermo retinere videatur; ut tuus, Catule, sodalis, L Cotta, gaudere mihi videtur gravitate linguae sonoque vocis agresti et illud, quod loquitur, priscum visum iri putat, si plane fuerit rusticanum [42] Vi è invece un difetto in cui alcuni cadono a bella posta: infatti alcuni si compiacciono di una pronunzia rozza e contadinesca, per dare al loro discorso, con un simile timbro, un tono di arcaismo; come il tuo amico o Cotta , o Catulo, mi sembra che egli si compiaccia ad usare una pronunzia dura e un accento contadinesco, ed è convinto che il suo discorso abbia uno schietto tono di arcaismo, quando è somigliantissimo a quello dei contadini
Me autem tuus sonus et subtilitas ista delectat, omitto verborum, quamquam est caput; verum id adfert ratio, docent litterae, confirmat consuetudo et legendi et loquendi; sed hanc dico suavitatem, quae exit ex ore; quae quidem ut apud Graecos Atticorum, sic in Latino sermone huius est urbis maxime propria Ciò che a me piace, o Catulo, è la purezza del tuo accento, anche se tralascio per il momento la precisione del linguaggio, che pure è la cosa principale: ma questa si acquista col buon metodo e con lo studio letterario e si consolida con labitudine del leggere e del parlare); alludo a quella dolcezza di pronunzia che per il greco è propria degli Attici e per il latino è propria cli coloro che sono nati e cresciuti a Roma
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[43] Athenis iam diu doctrina ipsorum Atheniensium interiit, domicilium tantum in illa urbe remanet studiorum, quibus vacant cives, peregrini fruuntur capti quodam modo nomine urbis et auctoritate; tamen eruditissimos homines Asiaticos quivis Atheniensis indoctus non verbis, sed sono vocis nec tam bene quam suaviter loquendo facile superabit [43] Da lungo tempo ormai Atene non è più la patria dei dotti, ma solo il domicilio della scienza: i cittadini la trascurano, ma la coltivano gli stranieri, attratti in certo modo dal nome e dal fascino della città; tuttavia un qualunque ateniese privo di cultura supererebbe di gran lunga il più dotto degli asiatici, non dico nella precisione dei termini e nella bontà del discorso, ma nella pronunzia e nella dolcezza del linguaggio
Nostri minus student litteris quam Latini; tamen ex istis, quos nostis, urbanis, in quibus minimum est litterarum, nemo est quin litteratissimum togatorum omnium, Q Valerium Soranum, lenitate vocis atque ipso oris pressu et sono facile vincat I Romani sono meno colti dei Latini: tuttavia tra questi abitanti di Roma che tu ben conosci, così poveri di cultura, tu non troveresti nessuno che non supererebbe di gran lunga, nella dolcezza, modulazione e tono della pronunzia, il più dotto tra tutti i nostri connazionali, Q Valerio Sorano
[XII] [44] Qua re cum sit quaedam certa vox Romani generis urbisque propria, in qua nihil offendi, nihil displicere, nihil animadverti possit, nihil sonare aut olere peregrinum, hanc sequamur neque solum rusticam asperitatem, sed etiam peregrinam insolentiam fugere discamus [XII] [44] Siccome cè una determinata pronunzia propria dei Romani, anzi meglio di coloro che sono nati e cresciuti a Roma, in cui tu non trovi nulla che ti riesca fastidioso e spiacevole, nulla che si possa biasimare, nulla che abbia sentore di forestiero, cerchiamo di usare tale pronunzia e di fuggire non solo lasprezza della parlata contadinesca, ma anche la stranezza delle lingue forestiere
[45] Equidem cum audio socrum meam Laeliam - facilius enim mulieres incorruptam antiquitatem conservant, quod multorum sermonis expertes ea tenent semper, quae prima didicerunt - sed eam sic audio, ut Plautum mihi aut Naevium videar audire, sono ipso vocis ita recto et simplici est, ut nihil ostentationis aut imitationis adferre videatur; ex quo sic locutum esse eius patrem iudico, sic maiores; non aspere ut ille, quem dixi, non vaste, non rustice, non hiulce, sed presse et aequabiliter et leniter [45] In verità, quando ascolto mia suocera Lelia -le donne conservano meglio la schiettezza della parlata antica, per il fatto che, abituate a parlare con pochi, mantengono sempre quellaccento che hanno appreso per primo- ma quando io sento la voce di quella così che mi pare di sentire la voce di Plauto o di Nevio, la sua pronunzia è così precisa e schietta, che tu non vi trovi nulla che sappia di ostentato o di imitato: per questo io credo che così parlassero suo padre e i suoi antenati;non aspramente come quello di colui che ho ricordato, né troppo larga o rozza o a scatti, ma stretta, eguale e dolce
[46] Qua re Cotta noster, cuius tu illa lata, Sulpici, non numquam imitaris, ut Iota litteram tollas et E plenissimum dicas, non mihi oratores antiquos, sed messores videtur imitari [46] Direi perciò che questo L Cotta, di cui tu, o Sulpicio, spesso imiti quella larga pronunzia, tanto da abolire la lettera I e pronunziare in sua vece una E larghissima, sia un imitatore non degli antichi oratori, ma dei mietitori
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