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Cicerone, De Natura deorum: Libro 03; 36-40

Cicerone, De Natura deorum: Libro 03; 36-40

Latino: dall'autore Cicerone, opera De Natura deorum parte Libro 03; 36-40

XXXVI Atque hoc quidem omnes mortales sic habent, externas commoditates, vineta, segetes, oliveta, ubertatem frugum et fructuum, omnem denique commoditatem prosperitatemque vitae a dis se habere; virtutem autem nemo umquam acceptam deo rettulit XXXVI E' ferma opinione degli uomini che i beni esteriori come i vigneti, i campi, gli uliveti, l'abbondanza di cereali e di frutti e ogni altro vantaggioso evento della loro vita siano dovuti agli dèi, ma nessuno mai afferma di aver ricevuto da un dio la virtù
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[87] Nimirum recte; propter virtutem enim iure laudamur et in virtute recte gloriamur; quod non contingeret, si id donum a deo, non a nobis haberemus [87] Né la cosa deve stupire; è un fatto che siamo lodati in grazia della nostra virtù e di essa a buon diritto ci vantiamo, il che non accadrebbe se essa fosse un dono divino e non dipendesse da noi
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At vero aut honoribus aucti aut re familiari, aut si aliud quippiam nacti sumus fortuiti boni aut depulimus mali, tum dis gratias agimus, tum nihil nostrae laudi adsumptum arbitramur Quando invece riceviamo degli onori o un incremento del nostro patrimonio o quando riusciamo ad ottenere qualche vantaggio dovuto alla sorte o a liberarci da qualche guaio, allora sì che ringraziano gli dèi senza assumercene alcun merito
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Num quis, quod bonus vir esset, gratias dis egit umquam Chi mai ha ringraziato gli dèi per aver fatto di lui una brava persona
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At quod dives, quod honoratus, quod incolumis; Iovemque Optimum et maximum ob eas res appellant, non quod nos iustos, temperantes, sapientes efficiat, sed quod salvos, incolumis, opulentos, copiosos;[88] neque Herculi quisquam decumam vovit umquam, si sapiens factus esset quamquam Pythagoras, cum in geometria quiddam novi invenisset, Musis bovem inmolavisse dicitur; sed id quidem non credo, quoniam ille ne Apollini quidem Delio hostiam inmolare voluit, ne aram sanguine aspergeret Li ringrazierà invece per esser ricco, onorato, incolume; e proprio per questo gli uomini invocano Giove Ottimo Massimo: ciò di cui lo ringraziano non è certo di averli resi giusti, temperanti e saggi, bensì di far di loro degli uomini sani, liberi da ogni male, ricchi, agiati;[88] nessuno ha mai promesso ad Ercole la decima parte dei suoi proventi in cambio di divenire sapiente- sebbene si dice, che Pitagora immolasse un bue alle Muse ogni qual volta faceva qualche scoperta nel campo della geometria; ma io non credo a questa tradizione poichè Pitagora si rifiutò di sacrificare una vittima persino ad Apollo Delio per non macchiare di sangue l'altare
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Ad rem autem ut redeam, iudicium hoc omnium mortalium est, fortunam a deo petendam, a se ipso sumendam esse sapientiam Per tornare al mio argomento, è comune opinione di tutti i mortali che la fortuna bisogna invocarla dalla divinità, ma la sapienza occorre conquistarsela da soli
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Quamvis licet Menti delubra et Virtuti et Fidei et Spei consecremus, tamen haec in nobis ipsis sita videmus; salutis, opis, victoriae facultas a dis expetenda est Possiamo a nostro piacimento consacrare templi alla Mente, alla Virtù ed alla Fede, ma dobbiamo anche constatare che queste doti sono in noi stessi: agli dèi chiederemo il dono della speranza, della salute, della ricchezza, della vittoria
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Inproborum igitur prosperitates secundaeque res redarguunt, ut Diogenes dicebat, vim omnem deorum ac potestatem La conclusione è dunque, come affermava Diogene, che la prosperità e la fortuna dei malvagi smentiscono in pieno la forza e potenza divina
XXXVII [89] 'At nonnumquam bonos exitus habent boni XXXVII [89] " Ma si dà anche il caso " mi si obietterà " che i buoni riportino dei successi "
' Eos quidem arripimus adtribuimusque sine ulla ratione dis inmortalibus Noi allora pigliamo la palla al balzo e ne attribuiamo senza criterio il merito agli dèì immortali
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