È un inizio sorprendente, perché la cultura di Carlo Magno e dei suoi uomini non era certo orientata alla moderazione. La nobiltà franca, come tutte le élites di estrazione germanica, ma in maniera particolarmente consapevole e coerente, pensava al cibo come segno del potere, in una dimensione sia quantitativa, sia qualitativa.
Un capo si apprezzava anzitutto per la sua forza - forza fisica, forza muscolare, premessa indispensabile del valore in guerra e della capacità di guidare alla vittoria i suoi uomini, che si rappresentavano anzitutto come guerrieri. Il cibo, sul piano simbolico e prima ancora sul piano fisico, era lo strumento di questa forza: mangiare molto era un'attitudine che giustificava e legittimava l'esercizio del potere.
Se l'appetito vorace è percepito come carattere distintivo del potente e del suo status di guerriero, un cibo fra tutti - la carne, e più precisamente la cacciagione - è l'immagine per eccellenza della sua identità sociale, etnica, politica. Sul piano dietetico, infatti, la dietetica medievale attribuiva alla carne (non al pane, come avevano ritenuto i medici latini) la capacità di nutrire il corpo più di ogni altro cibo, e di renderlo forte. Valori nutrizionali e simbolici si rafforzavano a vicenda e contribuivano a fare della carne un segno di appartenenza sociale, incorporato nei modi di vivere e di pensare della classe guerriera - tanto più se proveniva da una battuta di caccia. Lo stesso Carlo Magno, assicura Eginardo, «si esercitava assiduamente a cavalcare e cacciare», attività innate alla sua gente, dato che, continua Eginardo, «sarebbe difficile trovare un popolo che in questo campo possa uguagliare i Franchi».
Torniamo a Eginardo, che apre la sua descrizione della tavola di Carlo Magno nel modo che abbiamo visto: «Era moderato nel mangiare e nel bere».
Questo sembra piuttosto l'inizio di una biografia imperiale romana - giacché nella cultura romana l'immagine ideale di un sovrano era quella di un uomo frugale, sobrio, legato a cibi semplici e "contadini": pane, vino, formaggio, verdure, frutta. Magari un po' di pesce, ma poca carne. Non per motivi dietetici o salutistici, né per prescrizioni religiose o filosofiche, ma semplicemente perché la carne era il simbolo alimentare di culture e di genti diverse (i Romani, come già i Greci, li chiamavano "barbari") che non traevano il cibo dall'agricoltura, ma dalla pastorizia e dalla caccia oltre che, marginalmente, dalla raccolta. Coltivare la terra era per Greci e Romani il primo e decisivo segno della civiltà, l'attività privilegiata di uomini che non sono più succubi della natura ma al contrario la dominano, migliorandola, creando, inventando. Pane e vino non esistono in natura - ecco perché gli antichi ne fecero il segno della civiltà. I "barbari" sono invece rappresentati come uomini ancora selvatici, rimasti allo stadio animale e precivile dell'evoluzione: come tutti gli animali, mangiano selvaggina e frutti selvatici. In questo paradigma materiale e simbolico la carne occupa il posto del pane, il latte (unica bevanda "naturale" oltre all'acqua) il posto del vino. Il selvatico vince sul domestico.
Ciò evidentemente non significa che Greci e Romani non mangiassero carne.